lunedì 27 dicembre 2010

SOGNO di Pasquale Bruno di Marco

Cammina davanti a me lentamente e io la seguo a poca distanza. Si ferma e si volta a guardarmi. Pochi istanti di riflessione poi viene verso di me con gli occhi fissi sui miei. Si ferma davanti al mio viso, quasi le punte dei nasi si sfiorano. Pochi istanti ancora e mi gira intorno, si pone alle mie spalle e mi sussurra
«Chiudi gli occhi».
Poi sento che mi prende le mani, mi fa allargare le braccia, prende un respiro infinito e ci alziamo in volo. La sensazione è talmente forte che mi toglie il respiro e ho paura di aprire gli occhi. Poi lo faccio e vedo.
Voliamo insieme, sovrapposti, lei sopra di me, sento la proiezione del suo corpo sul mio. Forse è più giusto dire che lei mi trasporta in volo anche se non mi tocca. Come se mi avesse inglobato nella sua aura. Dall’alto vedo la città delinearsi nei suoi cerchi concentrici originali violentata da tracciati più recenti che non hanno saputo rispettarne l’antico disegno. Ci abbassiamo nel nostro volo gemellato e percorriamo i canali costituiti dalle facciate degli edifici. Non esistono altri esseri umani, anche se noi in questo momento non possiamo considerarci tali.
Planiamo nella piazza centrale fino sull’acqua della fontana e sento crescere un senso di grave malinconia in lei. Poi, quasi con uno strappo, mi riporta in quota.
Voliamo sulla campagna irreggimentata dai canali e dalle scoline, verso il mare, e seguendo la teoria dei laghi costieri, fino ad un’altra città appoggiata su uno dei laghi. La città è situata verso l’interno e per raggiungere il mare è costretta a scavalcare il lago con un lungo ponte in cemento. Con un lento volo radente percorriamo quest’altra città, anch’essa priva di vita, poi il ponte con un’accelerazione che mi impedisce il respiro, fino alla duna per poi impennarci in un volo verticale che mi stordisce.
Mi ritrovo solo in volo, dentro una nuvola. Mi sento perduto, riesco a gestire il mio volo ma non so dove andare. Il respiro bloccato in gola, volgo lo sguardo in ogni direzione ma non vedo nulla.
Perso nelle spire nebbiose, vedo improvvisamente davanti a me una roccia e mi abbraccio a questa come un naufrago tra le onde si aggrapperebbe ad un relitto galleggiante. Aderisco completamente con tutto il mio corpo a quell’appiglio tanto bramato mentre ansimo cercando di recuperare me stesso e la mia calma.
Quando sento che il mio cuore ha ricominciato a pulsare ad una velocità normale apro gli occhi cercando di capire dove sono. Le brume si allargano lentamente rivelandomi che sono aggrappato alla cima di un promontorio e davanti a me si allunga una terra verdeggiante la cui parte più lontana è ancora avvolta dalle nebbie.
Comincio a scendere dalla cima, più vado verso il basso e più le rocce sono mischiate a morbida terra in cui il mio piede affonda. Avvicino il mio volto a quelle zolle e mi accorgo che quelli che credevo arbusti sono in realtà alberi in miniatura e in mezzo a loro ogni tanto una minuscola casetta grande come la mia mano.
Più scendo verso valle e più gli alberi si ingrandiscono e così tutto il resto fino a che, quando sono alle pendici del monte, la casa che mi si para davanti e grande a sufficienza perché io possa entrarci. Una casa di campagna, con il tetto di paglia, come quelle del nord Europa.
La porta è aperta. Entro, sento le voci. Le seguo. Entro nella stanza dove molte persone stanno festeggiando qualcosa e non badano a me. Mi sento sollevato e cerco acqua da bere. Una mano si allunga verso di me con un bicchiere pieno, fresco ed invitante.
Mi giro. E’ lei.

sabato 18 dicembre 2010

RISTORO di Aldo Ardetti

Fa molto caldo e non è piena estate. Per tutta la mattinata non si è sentito un filo di vento. Dalle finestre e sui balconi delle case di pietra, penzola ad asciugare il bucato di panni colorati, poi appare la gradazione del verde e i fiori dei giardini e, in fondo, il profilo della montagna che va a tuffarsi nel turchese del vasto mare aperto.
S’è fatta l’ora del pranzo e cerchiamo un riparo per una pausa all’ombra.

Sotto il pergolato quattro turiste americane, che possono far parte del club delle paffutelle, parlano allegramente senza disturbare. E’ divertente stare ad ascoltare. Con una pronuncia biascicata apprezzano, usando aggettivi a raffica, tutto ciò che hanno visto senza dimenticare nulla, ripetendo un elenco a memoria. Soprattutto si soffermano su quello che hanno mangiato mentre gustano un gelato per dessert.
Non è buona educazione ma continuo a osservarle, e mi diverte il loro modo di parlare di certi personaggi disneyani.
«Così si fa, lasciare i mariti a casa a fare la guardia al cane e prendersi un po’ di libertà!» esclama una voce femminile che le sta ammirando.
Ci siamo seduti in questo ristorante provenienti dal bel giardino della città – che da queste parti chiamano Villa – e aver percorso una strada stretta in salita, adatta a un grimpeur, che serpeggia tra le antiche case di pietra lavica.
Oltre alle simpaticone d’oltre oceano, siamo in compagnia di una signora di mezz’età che siede a un tavolo poco distante e, nonostante il mio curiosare, riesco a conversare con la mia compagna. Mi riesce perché ogni tanto lascia parlare anche me.
A un tavolo vicino si siede una coppia di giovani. Lei bionda e chiara di carnagione nonostante la stagione, lui, invece, moro e abbronzato, il tipo mediterraneo che, dopo un po’, si alza per andare verso i bagni.
Al ritorno dalla toilette, il tizio abbronzato va a sedersi al tavolo della donna che abbiamo notato al nostro arrivo. Con nonchalance si è seduto di fronte. Alla donna è venuto spontaneo salutare con un «Buonngioornooo» con tono ironico nonché interrogativo. Deve essere una persona di spirito per mantenere un atteggiamento di non eccessiva sorpresa – deve aver pensato a uno scherzo o a un gioco.
All’improvviso si sente una fragorosa risata, quella della ragazza bionda dalla pelle di luna che, con altrettanto spirito esclama: «Amooore, sono quiii».
Tutti si girano da quella parte.
«L’ho scelto e accettato proprio per questo. E’ fatto così, sbadato, sempre con la testa tra le nuvole» e preferisce non finire la frase ragionando che non è necessario aggiungere altro.
Lo sbadato raggiunge il proprio posto e la situazione si ricompone.
Qualcuno ha iniziato a dettare nomi suggeriti dal menu.
Le portate lasciano scie di buon odore che torturano l’appetito, aumenta il senso di vuoto degli stomaci con quei piatti fumanti disturbati dal fumo di sigaretta che qualcuno ha acceso approfittando del fatto di essere all’aperto.
Un avventore, nel momento della mescita dalla bottiglia scelta, comincia a mulinare il bicchiere e poi ad annusarlo, infine a degustarne il contenuto con lentezza accademica. Questa cerimonia dura per qualche minuto. Il cameriere comincia a roteare gli occhi al cielo finché un gesto gli concede di abbandonare felice la postazione.
«Non sapevo ti intendessi di vino, che tu fossi un sommelier?» gli chiede meravigliata la ragazza seduta di fronte.
«Infatti non lo sono, ma così fan tutti» risponde lui senza vergogna. E’ vero, la maggior parte delle persone si immedesima nel ruolo, pur non essendo esperti enologi, mima un’esperienza che non possiede.
Sono sicuro che questi atteggiamenti siano conosciuti da alcuni di voi.
Mentre sul nostro tavolo iniziano manovre di allestimento, sento una voce giungere alle mie spalle: «Sembra che me l’abbia fatto apposta» dice un’anziana donna, ossuta e con un naso pronunciato, capelli castano-chiari – una volta sicuramente biondi – tirati e raccolti a coda di cavallo. Di fianco, a un tavolo alla sua sinistra, siede un signore che a vederlo sembra un vagabondo con la barba incolta e vestito fuori tempo. Mi sembra di averlo già incontrato in città. Sì, è proprio lui: è facile vederlo sui bus cittadini, andare avanti e indietro per la città per sentirsi tra la gente. Qualcuno azzarda che è un nobile decaduto. Ho capito che su quest’uomo si rincorrono leggende.
«Volevo farla contenta e invece… Eh, mia sorella… apposta me l’ha fatto».
«E sì, sembra proprio così, poveraccia» interviene il vicino senza capire molto della conversazione.
«Ma quale poveraccia, mia sorella è morta alla vigilia del suo compleanno, cento anni avrebbe compiuto».
«Beata lei, e allora qual è il problema?».
«Il problema è che poteva aspettare qualche giorno. Avevo pensato di farle una festa, ma una festa… Sarebbe bastato un giorno».
«Peggio per lei!» risponde risoluto l’uomo.
L’anziana donna lo guarda di traverso.
«Avevo in programma una festa, di quelle che si ricordano per sempre. E invece è andata a morire il giorno prima del suo compleanno» ripete indispettita.
«Che Dio l’abbia con sé» fa l’uomo con un sospiro di rassegnazione.
«Che cavolo, non poteva aspettare?» ripete ancora sottovoce.
La donna, che ha gli anni vicini a quelli della sorella defunta, non si cura di nascondere lo sconforto abbassando il tono della voce.
Il vicino continua ad andarle dietro: «Mi commuovo sempre davanti alla bontà» e si porta il tovagliolo alla bocca.
«Dispettosa!» è l’intervento conclusivo della mancata organizzatrice di feste.
Ripenso a tutte le storie sentite per caso, alle tante voci ascoltate e non cercate: Non so se intenerirmi o mettermi a ridere. Accetto di intenerirmi.

Si affaccia un refolo di vento. Le quattro americane continuano a conversare con voce allegra.
«Everything was very good» dice una.
«Oh yes, you’re right…» fa un’altra.
Con il miglior sorriso di una persona appagata, quella che sembra il capo gruppo, chiede il conto: «The bill, please».
Pagano il conto ma non si alzano subito, come a voler godere fino all’ultimo momento quell’atmosfera sotto il pergolato.
All’improvviso il capo comitiva lancia un urlo: «Oh, mio Dio!».
Le compagne sussultano preoccupate «Che c’è, cosa succede?» portandosi la mano al petto.
«Non abbiamo lasciato la mancia» risponde sentendosi colpevole. Allora chiama la ragazza che le aveva servite e non finisce di scusarsi passandole un biglietto da cinquanta. Solo dopo le quattro donne abbandonano soddisfatte il locale mentre la ragazza, seguendole per un tratto, ringrazia emozionata «Grazie, grazie mille».
Comincio a roteare la forchetta nel piatto mentre le quattro signore paffutelle continuano il loro giro turistico, questa volta prendendo per la discesa.
Qualcuna ha aperto il ventaglio che fa vibrare veloce nell’aria.

domenica 12 dicembre 2010

CIME (DI RAPA) TEMPESTOSE di Daniela Rindi

I puntata. Catherine era da tempo che non andava a trovare la sua amica Ellen in campagna, forse da più di dieci anni, da quando aveva divorziato dal marito. In effetti, forse per quel motivo. Non poteva sopportare di trovarsi a contatto con una famiglia ancora felice, con bambini cane e gatto, il tutto circondato dalle aspre, ma affascinanti colline dello Yorkshire. Un antico casale su tre piani con le finestre rosse e un giardino che in realtà sembrava un parco, immense distese di brughiera che affacciavano dalla finestra, una distesa brulla che in inverno si confondeva all’orizzonte con la foschia azzurrina del cielo mattutino...questa l’ultima cartolina, l’intensa immagine che ha ancora negli occhi. Però ora era arrivato il momento, si sentiva nuovamente forte e pronta per affrontare l’amica con la sua vita placida e tranquilla, da “casa nella prateria”. Le indicazioni ricevute da suo marito, perché l’amica Ellen non ha ancora capito dove abita, sono piuttosto dettagliate ma preferisce in ogni caso viaggiare con la luce del giorno, decide quindi di partire verso le cinque del pomeriggio. Mentre è in macchina imbottigliata nel traffico e nei super alcolici mignon ripensa malvolentieri alla sua vita da single divorziata. È stufa, ci vorrebbe un uomo “vero” accanto, che si prenda un po’ cura di lei. Basta con avventure senza senso e tanto sesso! Vuole innamorarsi nuovamente…ma di chi? Quale uomo sopra i quarant’anni, bello, disponibile, ricco, intelligente e affettuoso è ancora solo? Se esiste è divorziato con figli, quindi anche lui con una vita bruciata, piena di dolori, odi, doveri e responsabilità verso l’ex moglie, in pratica un nevrotico, isterico, pedante e forse represso. Se invece è single, probabile che abbia qualche problema d’instabilità emotiva, o d’identità, o è uno sfigato pazzesco, o peggio impotente. Ad ogni modo è uscita dalla città finalmente e si prepara a prendere l’autostrada. Il bigliettino su cui ha appuntato le indicazioni è scritto male e di corsa, nemmeno lei capisce tanto bene quale uscita deve prendere, la prima, la seconda o la terza? Vada per la terza, almeno se sbaglia può tornare indietro. Dopo tre ore di viaggio abbondante si ritrova in aperta campagna ma nessuna indicazione precisa, solo una successione di paesi con nomi similari e neanche un’anima. Il buio è sceso da un pezzo e ha pure iniziato a piovere.

- Pronto? Chi parla?-
- Ellen sono io…
- Io chi?
- Io Catherine! Scema!
- Ah, Catherine…ma dove sei? Oramai sono le 9 di sera, ti avevamo dato per dispersa…
- Infatti, lo sono. Ho finito il credito e non ho il carica-batterie in macchina.
- Ma adesso da dove chiami?
- Da un telefono pubblico…sì Ellen, n’esistono ancora per fortuna! Ma non facciamo discorsi inutili, non ho abbastanza spicci, mi sono persa.
- Ma dove sei esattamente?
- Se lo sapessi non ti chiamerei no?
- Già…ma dammi un piccolo indizio, altrimenti come faccio ad aiutarti?
- Mm…vedo davanti a me una collinetta con una croce…
- La croce è azzurrata, con bordi bianchi e la parte destra è fulminata?
- Esattamente…
- Sei all’ingresso di casa nostra!
- Pure la croce hanno messo…
- Che dici Catherine?
- Nulla… arrivo, tra 2 minuti sono lì….
- Ah, Catherine, attenta ai cani…
- Cosa?...
Click.

Un abbaio di cani, urla e guaiti accompagnano il trillare del campanello di casa e Catherine va ad aprire la porta. Appare Catherine trafelata, con la lingua fuori, coperta di fango e la valigia in mano.

- Cacchio potevi dirmi dei cani…
- Te l’ho detto…
- Mm…Caspita che bella casa che hai!
- E’ sempre la stessa da dieci anni.
- Non me la ricordavo così.
- E’ identica….
- Va bene come dici tu…ciao Ellen sei cambiata… più bella!
- Sono sempre la stessa da dieci anni.
- A me sembri più bella
- Sono identica…
- Ok Ellen, dove posso posare le valigie?

Catherine si guarda attorno e ricorda chiaramente quando venne l’ultima volta col marito. Anche all’epoca si erano persi, per colpa sua naturalmente.
All’interno l’arredamento è assolutamente lasciato al caso, non c’è né logica né intenzione nella posizione di mobili e suppellettili, però questo disordine di gusto e colori danno all’ambiente un’impronta un po’ bohemien.

- Hai cenato Catherine?
- Sì non preoccuparti, un panino per strada…ma dove sono i tuoi figli e il marito?
- Hareton è andato a portare da un’amica la grande che starà fuori il week-end e la piccola Frances è già a letto.
- Che traffico!
- Già tutta vita…vieni Catherine, lascia la valigia in salotto, dormirai nel divano- letto stasera.
- Ma la camera degli ospiti?
- E’ diventata uno studio, o almeno dovrebbe essere.
- Perché dovrebbe?
- Perché quello stronzo di mio marito inizia sempre tutto e non finisce mai nulla!
- Ah…ok il salotto va benissimo.
- Senti Catherine domani mi devo alzare molto presto, ti dispiace se andiamo a dormire che per me è già tardi? Ci racconteremo domani…
- Ah…tutta vita!
- L’ho già detto io.
- Scusa marchesa, ma Hareton?
- Non ti preoccupare per lui, la strada per il letto la conosce…
- D’accordo…il divano letto è già fatto?
- Certo! Mica tratto male i miei ospiti!
- Ovvio…
- Ah Catherine dimenticavo, il cane dorme sempre in salotto, sulla sua cuccia. Attaccato al calorifero.
- Perché legato?
- Stasera è previsto un brutto temporale… domani ti spiego.
- Ok…e il gatto?
- Se non ti dà fastidio lui gira liberamente, solitamente ha i suoi angoli per dormire…
- Va bene, nessun problema, amo gli animali.
- Notte Catherine
- Notte Ellen.

(continua…)

sabato 4 dicembre 2010

NON SO SE SOPRAVVIVERO’ A QUESTA VITA - Cronaca 1 di BdM

Come sono arrivato qua non me lo ricordo, come non ricordo tante altre cose. La testa mi gira, i ricordi affiorano lentamente e alla rinfusa. Mi chiamano Dirtydancing e, anche se mi suona strano, rispondo sempre, sorridendo. Meglio assecondare fino a che non mi si schiariscono le idee.
Quando ho chiesto per la prima volta dove mi trovavo il tipo vestito di bianco - almeno credo poiché, a causa dei giramenti di testa, mi sembrava di vederlo in mezzo ad una nebbiolina – mi ha guardato per un po’ prima di rispondermi:
“Ma siamo in Paradiso, no?” con un tono che sembrava una bonaria presa per i fondelli. E quando anche il secondo e il terzo mi hanno risposto così ho deciso che, almeno per adesso, è meglio assecondarli. Meglio aspettare di recuperare tutte le facoltà fisiche e mentali prima di andare a fondo alla faccenda e capire che posto è questo e perché ci son finito. Per ora, quindi, va bene e non mi ribello all’idea che questo sia il Paradiso. E’ il dubbio che lo sia sul serio m’è venuto proprio l’altro giorno quando, credo, di aver quasi incontrato il “padrone di casa”.
Mi trovavo nel retro di un’osteria, “La buona novella e il buon novello” mi pare che si chiamasse. Me ne stavo per i fatti miei quando altri quattro, che si trovavano lì a cena, hanno deciso di mettersi a giocare a poker.
“Niente americanate!”
ha subito chiarito uno in modo burbero, con una voce un po' adenoidea, indicando il suo dirimpettaio. L’altro ha aspirato dal sigaro, gli ha soffiato il fumo in faccia e l’ha rassicurato:
“Ovvio, Mike. Solo il buon vecchio poker angelicato”
Ho cominciato ad osservarlo. Capelli neri pettinati con la riga in mezzo, occhiali tondi e nasone baffuto. E poi giacca, cravatta, pantaloni alla cavallerizza e stivali. Quello si è accorto che lo studiavo, si è messo a ridere e m’ha subito invitato al loro tavolo.
“Ma sì che sono io – m’ha detto battendomi la mano sulle spalle con un certo vigore – sono proprio quello che tira la pistola a Dylan !”
E si è messo in posa prendendosi i lembi della giacca come se dovessi fargli una foto.
“Ti presento Charlie” ha detto indicandomi uno con una bombetta, baffetti e bastone, il tutto in bianco e nero.
“Oggi non parla perché è in versione prima maniera” e m’ha strizzato l’occhio come per dire che c’eravamo intesti.
Il terzo era ancora più curioso perché sedeva comodamente sulla sedia mischiando le carte mentre la testa era appoggiata sopra un vassoio posto sul tavolo.
“Questo è Johnny”. E poi m’ha bisbigliato nell’orecchio:
“Aveva perso la testa per una ballerina ma noi gliel’abbiamo ritrovata, come puoi vedere”.
Stringo la mano al corpo di Johnny mentre la testa mi guarda severa.
“E questo è Mike, un tipo un po’ burbero ma un vero artista”.
Alzo la mano per salutare ottenendo in cambio un grugnito. Hanno cominciato a giocare e io sono rimasto a guardare. Scommettevano forte e intanto chiacchieravano come vecchi amici.
Solo Charlie, sempre in bianco e nero con tanto di bombetta e bastone, non parlava ma continuava a ridere a crepapelle senza emettere suono. Si divertiva a far cadere la testa di Johnny dal tavolo ogni volta che quello si accingeva a guardare le carte per decidere cosa fare. Quello, senza testa, non poteva vedere ed era costretto a passare.
Il poker, si sa è un passatempo, una scusa per stare insieme e fare quattro chiacchiere.
“Mike - ha chiesto il tipo col sigaro ad un certo momento - ma quando sei arrivato qua che ti hanno parlato delle immagini che hai realizzato?”
“Immagini? I miei capolavori!” ha precisato deciso l’artista squadrandolo di traverso.
“Sì. I tuoi capolavori, tipo quelle cose che hai fatto alla cappella Sistina. Mi pare di aver sentito che il Capo si è lamentato per come l'hai ritratto. Lui si vede più giovane, almeno così dicevano due cherubini l'altro giorno".
Charlie intanto appoggiava la bombetta sulla testa di Johnny coprendogli gli occhi. Quello si arrabbiava perché non vedendo non riusciva a muovere le mani in modo giusto per liberarsene.
Mike non rispondeva, ma si vedeva che si stava innervosendo.
“E pure la storia del non finito. C’era Policleto l’altro giorno che ne discuteva con Canova. Da quello che ho percepito, secondo lui, era solo una scusa che ti saresti inventato per evitare di pagare gli aiutanti”.
Charlie dava le carte facendo il buffone e Mike ha cominciato a borbottare come una pentola di fagioli sul fuoco.
“Sai, pure la Madonna non è mica tanto contenta con quelle braccia muscolose del Tondo Doni. Preferisce l'atmosfera serena ma intensa, così la definita, serena ma intensa, de la vergine delle rocce. Le hanno sentito dire che il da Vinci sì, che le capisce le donne, e le madonne".
“Ma che da Vinci e da Vinci, - ha tuonato Mike - sempre con questo da Vinci che solo perché non era capace di disegnare bene s'è inventato lo sfumato! Se non glielo dicevo io, al da Vinci, di venire a studiare un po' di cadaveri, e quando imparava il grullo a fare il corpo umano, ma andasse a fare i giochi di prestigio per i principi!”.
Ormai era partito, bastava una piccola imbeccata.
“Eppure è apprezzato come scienziato …”
“Ma nun mi fa pensare a quella volta che dovevamo fare l'affreschi a Firenze, che s'è inventato pe' manda tutto ammonte! Ancora mi girano. E voi ogni volta mi fate 'ste storie! Basta, nun gioco più! E ripigliatevi pure i soldi. E Madonna! Ma guarda un po' maremma bonina...
“CHI USA QUESTO LINGUAGGIO IRRIGUARDOSO?”
Una voce rimbombante con tanto di effetto luminoso: il signore ha tuonato a sua volta, come sa fare solo lui.
“Uffa, Signore. E tu che lo chiedi a fare che sai già tutto? Sono stato io, Michelagnolo.”
“MI MERAVIGLIO DI TE, MICHELANGELO. SEMPRE A FARTI PRENDERE IN GIRO DA GROUCHO. MA NON HAI CAPITO CHE QUANDO STAI VINCENDO A POKER ANGELICATO TI FA ARRABBIARE COSÌ MOLLI TUTTO E GLI DEVI RESTITUIRE I SOLDI? E TU CHARLOT, PIANTALA DI NASCONDERE LA TESTA A SAN GIOVANNI DECOLLATO CHE L'ALTRO GIORNO ME LA SONO RITROVATA NEL BUCATO. VI SISTEMO PER BENE A VOIALTRI, UNO DI QUESTI GIORNI.”
Per un attimo mi sono preoccupato ma subito Mike, che s’era rabbonito, mi ha rassicurato:
“Tranquillo. Dice sempre così, ma in fondo l’è un bonaccione, ci perdona sempre”.
Mah. Sarà. Io ero e sono sempre più perplesso e confuso. Adesso, non so bene perché, mi aspetto che da un momento all’altro spunti qualcuno desideroso di offrirmi un caffè.

sabato 27 novembre 2010

LE 285 CERIMONIE DI MEJ di Angelo Tozzi

L’astronave atterrò silenziosamente sulla piazza, gremita di gente vociante e festante. Tutti avevano nella mano sinistra un cavolo per la cerimonia di Kestwaq. Al Presidente non piaceva quella cerimonia. A dire il vero odiava tutte le cerimonie ma doveva presenziare, volente o nolente.
Il problema nasceva dal loro numero. Sul suo pianeta erano tante, troppe. 285. A volte, poteva accadere che in un giorno se ne festeggiassero addirittura 12. Ecco il perché dell’odio, verso le cerimonie, da parte del Presidente del pianeta Mej.
Lui sapeva che sarebbe stata una giornata mortalmente noiosa e faticosissima. Sapeva che sarebbe andato a letto a notte fonda e questo non gli andava proprio giù. Lui, che gradiva addormentarsi alle diciannove di ogni sera. Ma a quelle stramaledette cerimonie doveva proprio partecipare.
Era la Tradizione. Il popolo di Mej la chiamava così, Tradizione. Ma il Presidente era a conoscenza della verità. Una orrenda e crudele verità. Non c’era altro modo di definirla questa Tradizione. Saltare una, soltanto una, cerimonia comportava la sua morte per asfissia. Il chip impiantato all’interno del suo cranio, gli avrebbe fatto avvizzire i polmoni in meno di venti secondi. Più di qualche volta il Presidente presenziò con la febbre a 40° o, addirittura, con un attacco di panico da infarto.
Lui era l’uomo più importante del pianeta Mej. Ma non a vita, fortunatamente. Ancora due cerimonie e sarebbe andato in pensione. Una quel giorno, l’altra dopo 72 ore. E la sera stessa di quell’ultima cerimonia gli avrebbero espiantato il chip dal cervello.

“Evviva il presidente! Evviva! Evviva!”
Lui scese dall’astronave con l’uniforme rossa da cerimonia. Per tradizione in inverno indossava quella estiva, rossa, e in estate quella invernale, viola. Nell’altra stagione, il primautunno, indossava nulla. Assolutamente niente.
“Bastardi! Vi amo tutti!” Questa era la frase rituale che apriva ogni cerimonia.
“Evviva il nostro caro Presidente!” E questa era la risposta del popolo.
Con un gesto della mano, lui fece segno di tacere.
Tra due ali di folla si inginocchiò. Una bambina, sorridendo, gli diede un cavolo.
“Presidente. Ma perché ti inginocchi se tu sei meglio di noi? Noi ci dobbiamo inginocchiare. Non tu.”
Così disse la bambina.
“E’ la Tradizione, piccola” rispose paternamente il Presidente.
Nel silenzio totale, lentamente, la bambina piegò le ginocchia e si mise a fianco del Presidente. Nella stessa identica posizione.
La folla cominciò ad applaudire.
Come se il Maestro della Tradizione avesse dato un segnale, tutti si inginocchiarono.
Ora la cerimonia era impossibile da portare a termine.
I soldati della scorta del Presidente cominciarono a gridare.
“Alzatevi! Alzatevi, svelti! Non potete stare in ginocchio davanti al Presidente!”
Nessuno aveva intenzione di cambiare idea. Cominciarono a lanciare i cavoli contro i soldati.
Il Presidente si alzò da terra e battè tre volte le mani.
La folla, sempre in ginocchio, smise di fischiare e urlare contro i soldati.
“Bastardi! E’ la Tradizione! Questa è la Tradizione!”
Nessuno si alzò in piedi.
Il capo della scorta, una donna molto vecchia, si avvicinò al Presidente.
“Credo che la situazione stia sfuggendo dal nostro controllo. Cominciamo a sparare? Presidente, mi dica cosa devo fare.”
La bambina aveva ascoltato tutto.
“Sparare? Volete sparare? Ma siete matti?” gridò, rivolta al Presidente.
“Piccola, la Tradizione è una cosa seria. Non si possono sovvertire le regole, che sono state scritte e di conseguenza vanno rispettate.”
“Fai schifo!” rispose la bambina, con uno sguardo pieno di odio.
Un soldato le sparò in fronte.
Dalla folla si alzò un grido.
“Uccidete anche me! Uccidete anche meeeee!”
I soldati aprirono il fuoco. Il Presidente, con un sorriso maligno, cominciò ad applaudire freneticamente.
I soldati continuarono a sparare, fino a che l’ultimo della folla, un bambino di cinque anni, non restò ucciso.
“Bastardi! La Tradizione! La Tradizione! Un popolo, non è un popolo sano se vuole gli stessi diritti e doveri del proprio Presidente! Vi amo tutti!”
Questo, gridò a una piazza coperta da sangue e corpi immobili.
Ricominciò ad applaudire con foga mentre saliva la scaletta dell’astronave. Entrò, si tolse le scarpe e si accomodò sulla poltrona di cuoio. Un soldato gli mise tra le mani un cavolo. Era sporco di sangue.
“Presidente. Al decollo deve sputargli sopra, altrimenti la cerimonia non sarà conclusa.”
Il Presidente, con gli occhi sbarrati, guardò il soldato. La cerimonia. La cerimonia non era neanche iniziata. Non poteva essere vero. La frase di apertura l’aveva detta. Ma non aveva fatto in tempo a mangiare il cavolo cerimoniale!
L’astronave iniziò a decollare in verticale. Il presidente, in preda al terrore, cominciò a sudare. Spalancò la bocca in modo spaventoso e diede un morso al cavolo insanguinato. Un istante dopo iniziò a morire lentamente, con le mani che cercavano di slacciare il colletto della divisa rossa. Con gli occhi fuori dalle orbite, diede un altro morso. Ma non servì a nulla, perché il Presidente morì un istante dopo.
L’astronave continuò silenziosamente il suo viaggio, verso il Palazzo Presidenziale.

sabato 20 novembre 2010

TANGO!


INSIEME di BobSaintClair

MariaSara aveva una sola passione, Ramon.
Ma no! Piuttosto sarebbe corretto dire che Ramon aveva una sola passione, MariaSara.
E neppur così sembrerebbe poi di dir la verità, ohibò!
Dunque, per meglio cavarsi d'impiccio e in tutta leggerezza, daremo lustro a quell'esimio detto di quell'esimio dotto di quell'esimia città, il qual disse: "Non esiste una sola verità in amore" ed evitando di arrecar torti, preciseremo: MariaSara e Ramon amavano il tango.
Dall'eco lontana delle cronache, che al tempo assidue rimbalzavano copiose su e giù per la pittoresca ciudad argentina, rimane oggi solamente velata leggenda dei nostri appassionatissimi tangueros, pur tuttavia assurgendo, con gli onori e i meriti del caso, a simbolo e vanto di una musica, epica e magica, che resterà per sempre sicuro elisir e incanto per ogni coppia si cimenti nel ballo o per chiunque, semplicemente, si abbandoni all'ascolto. Nei fatti...

Fu il più bruciante, prodigioso e irreale, incontro che la storia tanguera di Buenos Aires ricordi: i corpi s'attrassero fin dal primo, seducente e fiero sguardo; magia sensuale si insinuò nelle vene; alcol e fumo a imbiondire l'avanzare reciproco; ritti nel busto, sinuosi e cadenzati nelle movenze, si unirono con impeto calibrato: eccoli vis-à-vis, per poi perdersi e riprendersi, dominati da un'ossessione sottile che li consumava.
Al suono intenso della musica, la gente della tangueria si scansò rapida nel vederli avvinghiati, presagendo attraverso essi l'imminente, palpitante, energia: le mani, fusione sofferta e leggera; gli addomi, emozione lancinante in bilico tra eros e violenza; madidi di pathos, eleganza ed intesa, esprimevano un crescendo vertiginoso che doveva per forza sfociare in qualcosa di più grande, o loro lo erano davvero, sì, i più grandi, in quell'eterno momento musicale di pura celebrazione, unione di un uomo con la sua donna.
I passi, su quell'aria romantica, passionale, struggente, si tramutarono in linguaggio sopraffino, slegando travolgente una corrispondenza d'amorosi sensi.
Erano incarnazione, erano Tango!



TANGO di Rossana Carturan

Respiro a fondo, mentre sento il cuore strozzarsi in gola. Deglutisco. Prepotente cerca espedienti per esplodere. Lo raggiro pensando che la mano roteerà la maniglia in una presa decisa, oltre la quale l’istante dovrà perdurare, rendersi efficace, memorizzare, assimilare.
La purezza muscolare...rosso e nero...l’abbraccio, melodia di un accompagnamento..
Eccolo, fedele nello sguardo malinconico, come pioggia parsimoniosa che si posa ovunque. Partecipe di un gioco di società che lo porta ad essere preda di un rivivere e conservare. Diffidente alla mediocrità dei nemici.
Continua, sincopato.. regolare..avanza..
Si dondola sulla sedia girevole e tra telefoni, carte, sprechi e pc, consuma le giornate. Sono il suo intervallo, posso gioire di quell’attimo di assenza che conferma, invece, la pienezza di un uomo ricco di sé. Un caffè ed il suo sorriso.
Il piede sfiora…un tacco si solleva..
Gesti morbidi i suoi, privi di rassegnazione. E’ indifferente che il tempo, scivolando prepotentemente sul volto, sugli occhi, li abbia improvvisamente segnati. Lui che si dà con semplicità e mi accorda se stesso
Nessuna oscillazione..tutto. in un asse perfetta..rosso indietro..
La sensualità di un gioco a due, l’inebriarsi di immaginarie morbidezze, che non avranno forse mai verità, sono di sicuro la miglior difesa. Ci sono. Il mio sogno ad occhi aperti. Il caffè è sulla scrivania.
Nero avanza..incrocia e chiude..
Un cucchiaino di zucchero, uno solo, si scioglie in migliaia di granelli disubbidienti rivendicanti un’autarchica emozione. Sono lì, nudi, tra una penna ed un astuccio. Non dire, Non ora, non ora che il polpastrello punisce. Mi guarda garbato, mi aiuta con il sorriso. Il corpo scinde la testa, secoli di romanzi si schiantano. Io e lui . Lui ed io.
Cuadrato…caminada.. i colori si mescolano..
Il caffè è finito. Il piattino trema sulla mano incredula a quell’atto di erotismo che elude ogni improbabile certezza. La porta si chiude.
Resolucion



MILANO 1975. TANGO DEFORMATO di Daniela Rindi

I mastini si vestono di nero, con giubbotti, guanti e rayban sul viso, scarpe lucide, passo cadenzato, sguardo ceruleo e minaccioso.
Avanzano credendo di aver vinto, avanzano nascosti nella sera,
avanzano…
Sotto i portici il rimbombo dei tacchi, suoni forti, sono forti, a far giustizia ci vuole poco quando sei padrone della città.
Un momento di debolezza, un momento di solitudine, si vince facilmente non pensando da soli.
Un ragazzo, una piazza, una San Babila senza babele, solo un gioco di parole per esprimere ciò che non c'è.
Arrivano, al passo, un tango deformato, disperato, rabbioso, geloso, intorno alla vendetta.
Non c'è un volto, non c'è età, c'è solo una guerra non digerita,
l'affronto di un potere non riconosciuto, con il senso del macabro.
Un lento rosario di noia con la goffaggine del nulla, prende di mira un bersaglio con paranoico sadismo, con l'odio di tutti i vinti.
Jeans scampanati, camicione, eskimo e capelli lunghi sono sufficienti per spaccare un cuore.
Ora si tolgono gli occhiali, le maschere vanno giù, non ne hanno più bisogno, sono sicuri di aver vinto.
Rimane il pianto silenzioso di una città, tanta gente con le bandiere rosse che sventolano e quel vento di maggio che se l'è portato via.

domenica 14 novembre 2010

SIGNIFICATIVAMENTE INSIGNIFICANTE di Alessandra Iori

Significativamente insignificante, ecco come era stata definita da taluni famelici colleghi la sua tardiva presenza alla cena con gli ospiti canadesi. Il capo l’aveva guardata obliquamente quando si era introdotta nella sala ristorante, al momento del dessert, trafelata e anche un po’ scoordinata nella sua mise fin troppo remissiva: tailleur grigio topastro e ballerine. Salutò sommessamente e non cercò nemmeno di scusarsi, percependo un sottile ma persistente disinteresse da parte di quell’orda di omaccioni trangugianti, che a malapena riusciva a mettere a fuoco la mousse al cioccolato, attraverso untuose ciglia-separé. Titolo del film: “Le invasioni barbariche al ristorante dell’hotel Hilton di Roma”; soggetto, sceneggiatura e regia: Alice Lusto.
Meglio sedere, molto molto discretamente, accanto al direttore del personale, Dottor Silvestri, appena rinominato “salva-dipendenti”. Praticamente UN EROE. La settimana precedente aveva evitato un ulteriore caduta di mannaia sui giovani lavoratori a contratto, rammentando al grande capo del quartier generale di Amsterdam che la società si sarebbe trovata prematuramente sprovvista degli unici impiegati in grado di portare a termine un megaprogetto finanziato dall’Unione Europea. Grazie a questo sagace intervento del Dottor Silvestri, il “cervellone” con gli zoccoli di legno ai piedi si era attribuito il merito di non aver più fatto prendere il volo ad una decina di milioni di euro, che avrebbe fortunosamente rimpinguato le desertiche casse del Gruppo entro dicembre.
Alice era stremata, demotivata e preoccupata. Permanente status di precarietà = annichilimento della personalità e depauperamento delle energie. Nonostante fosse una talentuosa neo-laureata, portatrice sana di costanza e tenacia, continuava suo malgrado a far parte del cospicuo numero di cosiddette “anime da limbo”. Non poteva esserci definizione più calzante per quei passivi individui senza futuro, costretti a rappresentare anonimi involucri professionali, le cui potenziali carriere iniziavano inesorabilmente ad ossidarsi nei database degli uffici Recruitment di chissà quali aziende pubbliche e private.
Sentirsi a disagio accanto alle tiratissime bambolone del Dipartimento Marketing o partecipare alle filosofiche elucubrazioni dei colleghi patiti del fantacalcio? Meglio la seconda, quella sera decisamente “meglio la seconda”. Silvestri le aveva fatto subito spazio e le aveva porto il proprio piatto, ancora intonso, con una multicolore coppa trionfo-di-macedonia, lontana mille miglia dal suo umore nero. Schiudendo le sue lucide labbra aranciate, lo ringraziò con sincera riconoscenza. Non riuscì, però, ad evitare di distogliere prontamente lo sguardo da una vistosa macchia di vino rosso che inneggiava al Dio Bacco sulla cravatta regimental di quel gioviale “salva-dipendenti”. Tutto ciò che la circondava le provocava un irragionevole senso di disgusto, anche le prevedibili e ricorrenti battute degli Yuppies di nuova generazione (geneticamente modificati?) sulla sua naturale avvenenza, sulla sua fresca e semplice bellezza mediterranea. Grandi iridi scure, pilotate da un’accademica, quasi chirurgica curiosità verso le nebbiose vite di quegli omologati e patetici sparvieri dirigenziali, scrutavano, avidamente, le ignare cavie. In un quasi ossessivo gioco di specchi, Alice registrava con minuziosa pazienza ogni dettaglio ricorrente e ripetitivo all’interno di quel cumulo insulso di pose e icone linguistiche standardizzate. Così, finiva con l’alimentare le loro perverse pretese materialistiche, concentratesi su una squisita collega, tutt’altro che ambiziosa che, apparentemente, sembrava non volersi concedere nemmeno alle più alte ed appetitose sfere manageriali.
Se avessero potuto raggiungere le onde magnetiche dei cinici pensieri della limpida Alice, se avessero potuto leggerne le conclusioni acide e prive di compassione, se ne avessero ascoltato le sentenze senza appello, avrebbero avuto una rivelazione inaspettata, avrebbero ricevuto uno shock devastante.
La pseudo-religiosa devozione della giovane al dovere e alla rispettabilità mascherava bellamente la più esaustiva negazione del mondo maschile, anzi un’assoluta abnegazione all’eliminazione del genere maschile dal proprio personalissimo mondo. Alice-Paese-delle-Meraviglie volteggiava e roteava nelle sue totalitarie creazioni subcoscienti, in cui gli uomini erano asserviti ai suoi desideri più originali e imprevedibili. Le sue fantasie monocromatiche riducevano questi esseri-sudditi ad alacri formiche, subordinate ai comandi di una regina assolutistica e asessuata. Nulla, però, giungeva in superficie, sui tratti teneri e regolari di un volto delicato, sulle pieghe morbide dei suoi occhi e della sua bocca. Era una creatura leggiadra, creata magistralmente da una natura inconsapevolmente complice, sì complice di un asettico e distruttivo isolamento. Alice, suprema imperatrice di una generazione che del pulsante RESET aveva fatto il proprio strumento risolutivo, evitava ogni rischio di coinvolgimento personale, ogni seppur minimo contatto individualizzato. La sua irreversibile risposta emotiva era lo zero assoluto, la sua rigida modalità operativa un perpetuo “re-roleplay”, il suo sommo obiettivo, possibile e riprogrammabile, una sterile e virtuale distanza da tutto e da tutti.

sabato 6 novembre 2010

INTERSTELLAR OVERDRIVE di Naima

“...Arriva un momento... un momento nella vita di ogni uomo, in cui la relazione tra spazio e tempo... non ha più importanza... Succede quando si raggiunge un livello di coscienza più elevato... o quando – per i comuni mortali – sta sopraggiungendo la fine.Per me non ha più importanza... Da quando non so... diventa difficile ricordare e forse non serve: ogni dettaglio, comunque, è riportato in questo diario di bordo. Certo, ci sono gli strumenti a registrare ogni cosa, persino le variazioni del mio respiro e del mio battito cardiaco, ed il comandante di una nave ha ben altre questioni di cui occuparsi ma, trasferire il proprio resoconto del viaggio al diario di bordo, significa lasciare qualcosa di diverso dalla fredda registrazione degli strumenti ed io cerco di essere molto scrupoloso in questo, ecco perché ogni giorno alla stessa ora, puntuale, come adesso, mi trovo a confidare ogni osservazione e strategia, ogni mio pensiero a questa macchina...: diventa un racconto a volte intenso e carico d’umanità... il racconto della debolezza dell’uomo... Per svolgere al meglio il mio ruolo e la mia missione, ho esercitato il distacco dalle passioni e questo mi ha consentito di mantenere il controllo sulle situazioni più difficili, salvando così il mio equipaggio, riportando ogni volta la nave a casa... Le emozioni, prima o poi, offuscano le menti, anche dei più valorosi... fino a perderli tutti... Nessuno si è salvato, nessuno tranne me.
Provo uno strano senso di onnipotenza ad esser scampato, il solo tra tutti i membri dell’equipaggio, alla morte... Ma la mia è forse una condizione priviegiata: quale comandante di una nave siderale, di questa sono parte... con essa in simbiosi... il suo cuore vivo e pulsante... l'ingranaggio fondamentale di un mezzo che ha durata illimitata: vi sono connessioni che rendono il mio corpo e la mia mente parti integranti dell’astronave, mi tengono in vita finchè vive la nave e questo mi conferisce una sorta di immortalità. Se giochi di potere tra i governi non ci obbligassero continuamente ad un inutile rinnovamento della flotta, queste navi potrebbero viaggiare in eterno... e con molta probabilità è quello che farà la mia nave, se non incontrerà ostacoli.
Il mio viaggio dura da 1025 anni: da quando la nave è alla deriva. Non ho più speranza di tornare, di fermarmi... Nessuno del mio equipaggio è sopravvissuto... e pur avendo raggiunto un livello superiore di coscienza, ho necessità di stabilire un dialogo, di trasmettere il mio pensiero, non solo al diario di bordo... Mi sento solo ma, si sa, la solitudine fa parte del destino di un comandante... così come del destino degli dei...
A viaggiare così a lungo verso l’infinito, non puoi non riflettere sulla divinità, porti questioni sull'invisibile burattinaio che regge i fili delle nostre esistenze e sul senso di tutto questo.
Non ho mai creduto. Ho una natura profondamente scettica. Eppure, in alcuni momenti mi sono sorpreso a parlare con Lui... e persino ad attenderne una risposta... Talvolta ho l’impressione di giocare una partita a scacchi... una partita con un unico giocatore che svolge entrambe le parti... azione e reazione... botta e risposta... Altre volte invece, mi convinco che Egli mi ascolti e che replichi con azioni che vanno interpretate con mente sottile e alle quali io ancora non ho accesso... e allora il gioco si fa più simile a quelle interminabili sfide che lancio al computer di bordo e che spesso, immancabilmente vinco: “Regina in Afiere 6” “Cavallo mangia Regina...” risponde la voce virtuale, calma e rassicurante. “Alfiere in Re 7...Scacco matto” la mia mossa finale... sorprendente anche per un calcolatore che elabora ennesimi numeri e proabilità in un infinitesimo di secondo: la prova che la mente umana, la MIA mente, per qualche inspiegabile motivo, vince ancora sulla macchina... e forse su tutto, anche su di Lui.Ecco... Forse ora riesco a spiegarmi il perché non giunga risposta al mio principale quesito: la ragione di tutto e del perché io sia costretto a vagare in eterno nel cosmo infinito. Capisco perfettamente perché non arrivi un segno da parte del Generatore dei nostri destini. Mi appare evidente dunque, in questo istante, il motivo per cui Egli non possa rispondermi... naturale... ed estremamente logico: ...la sola ragione ammissibile è che...IO sono l'Eterno incontrastato Viaggiatore e Padrone del Cosmo, il Vincitore di ogni partita, la mente al di sopra di ogni cosa... e dunque... IO... sono DIO...

sabato 30 ottobre 2010

LA MATEMATICA NON E' UN'OPINIONE di Rossana Carturan

Quelle maledette trasmissioni, piene di buoni sentimenti, di lettere ai figli, di amori ritrovati, la facevano piagnucolare. Era irritata per quelle cadute, ma non più di tanto.
E’ bello piangere un po’, per le felicità o disgrazie altrui, purché contate, anche se sono inutili compensazioni. Era meglio un buon libro, certo, o un film di quelli che annoiano ma dicono tanto. Ma quando le figlie, grandi ormai, erano fuori casa per ore, giocherellava con il telecomando fino a trovarsi lì. Davanti a quei surrogati di vita che la tv metteva in mostra con grande maestria.
Era separata da tanti anni, Anna. Matrimonio terribile il suo, peggiore di tutti quelli che aveva visto morire. Ora ne era fuori, e inorridiva al pensiero di ricominciare. Basta sopraffazioni, ingiustizie. Era giunto il momento di godersi l’ignobile solitudine, schernire il mondo e concedere sorrisi affettuosi anche alla Signora Viola. Già, la signora Viola, quella vecchina odiosa che ghignava a vederla salire trafelata per cinque piani, con buste cariche di spesa. Se ci fosse un uomo, ne basterebbe uno! Le borbottava dal ballatoio .

Purtroppo ci si dimentica sempre troppo tardi delle sofferenze, e così per ammorbidirle, Anna le accolse come compagne. E’ più facile gestire un dolore che una gioia, ecco perché si ritrovava sempre lì, davanti a quel dannato televisore, a guardare qualche deplorevole messa in onda. Si asciugava gli occhi di nascosto, mentre confusamente tentava di riavvolgere il cotone impigliato nella cerniera del divano. Tra una lacrima e l’altra, tra un delirio e l’altro, metteva su un maglione. Non per sé, ovviamente. Cosa ne avrebbe fatto? Per chi lo avrebbe indossato? Ne faceva in continuazione, taglie, modelli e colori diversi e tante, tante righe e quadri. Li donava a chi capitava. L’ultimo proprio alla Signora Viola. Quando glielo aveva consegnato, quasi a supplicare un atto di pietà, l’anziana signora, sorridendo, le aveva risposto: Resto della mia idea! Forse non le erano piaciute le tre linee trasversali.
La ormai radicata avversione al numero 2 ed ai suoi derivati: coppia, paio, bis.. era divenuto un gioco ossessivo e così saltando il secondo numero, la sua vita era composta da 3 figlie, 5 gatti, 7 tartarughe, 9 posate, 11 asciugamani..e così via..

Anche quella sera la sua tv l’attendeva. E sul più bello, mentre la trasmissione televisiva che più la catturava, proponeva una madre, straziante, che implorava il ritorno a casa della figlia Unica, che neanche la Duse con le sue tende avrebbe potuto far meglio, andò via la luce.
Fu un attimo.

Gli errori, i ricordi si amplificarono nell’oscurità. Non si poteva più ingannare. . Un tam tam di somme, resoconti e disavanzi conquistavano terreno. Le ombre lunghe riflesse sul vetro da giochi di luci lontane, sembravano suggerirle: Chi non sceglie è un inetto inadatto alla vita, che non sa dare un senso ai suoi giorni, fossero anche solo 2!. Era la Signora Viola.
La riconobbe in quella spettro punitivo, giubilante:
Via la ragazzina incline a facili entusiasmi, via i cubi, via le radici quadrate, che entri prepotente l’equilibrio !

Il riverbero della tenda, agitata da un filo d’aria, diede inizio alla danza . Il tavolino su tre piedi, sostenuto sulla parete di un angolo della sala, scoordinato tirava calci al vento, la vetrina della libreria inghiottiva secoli di sapienza sputando numeri dispari, un vaso con sette fiori asciugati graffiava, stridulo, il davanzale in marmo.Il cotone viola, sparito tra i cuscini, elaborava, furtivo, un fitto intreccio di nodi a due ..a due..

Non restava che piangere. Un pianto vero che ammettesse la propria disperazione. Represse la libertà. Ostinata, cliccava sul telecomando cieco in attesa della resurrezione. Si grattò la cute quasi a sanguinare, mentre il sudore pungeva, intorpidendo le gambe. Il respiro discontinuo come un chiodo arrugginito era lì per spezzarsi mentre la casa era in preda alla ribellione.. Fermarsi era la soluzione, ma il cuore scartava e accelerava . Un formicolio gelò i polpastrelli che strofinavano isterici i lembi della gonna. Il cervello non mandava più segnali. Non doveva cedere. Le palpebre vennero in difesa abbassandosi di colpo, prima una..poi l’altra.
Fu un attimo.

Tornò la luce. I muscoli inchiodati ripresero dinamicità, il respiro si sciolse seguendo una partitura regolare e gli occhi si spalancarono.
La casa : immobile.
La TV procedeva con balli osceni di pseudo presentatori ululanti a conferma dell’idiozia, intenti a distribuire cifre da capogiro, mai tonde, a quiz imbecilli.

Bevve dell’acqua, solo tre dita, sorridendo alla scatola fluorescente. Era passata la sua ennesima crisi d’ansia. Sarebbe tornata, ma non importava. I numeri erano dalla sua, era solo questione di tempo e l’esasperazione di un bilancio che non quadrava avrebbe azzerato il tutto.

Il campanello alla porta la distolse. Aprì trovandosi la Signora Viola bianca in volto. Le chiedeva, colta da malessere, compagnia. Entusiasta la fece accomodare. Sedettero insieme sul divano in attesa del telegiornale, sul quinto canale, scambiandosi cordialità un po’ artefatte ma tanto gradevoli all’ascolto, disquisendo qua e là sulle sette meraviglie del mondo, sui ventinove giorni di febbraio, sulla necessità di annientare una quindicina di piccoli topolini che infestavano il quartiere….
Eh sì.

Davvero una bella coppia.

venerdì 22 ottobre 2010

OLIVIA E PEPA di Anna Profumo

Le piace trovarsi al centro di una piazza quando improvviso il tocco delle campane si diffonde nell’aria, attraversarla passando per il suo centro, ancora di più quando la giornata è fresca ma assolata come oggi.
Il suo passo veloce scandisce il tempo sull’acciottolato, la spinta leggera si trasforma in motore per il vorticoso girare delle ruotine.
Olivia sospinge il piccolo abitacolo verso l’area giochi, alla vista delle altalene la bambina si anima, sporgendosi quasi completamente di lato si gira a guardare la madre per indicargliele, questa la tranquillizza mentre cerca un posto comodo per lasciare il passeggino in previsione di slegarla e farla scendere. Pepa cammina, sola, da due giorni mostrando tutto l’entusiasmo e le incertezze che un giovane passo può avere.
Sono giorni di sperimentazione dove lo scambio di uno sguardo con la madre incoraggia o arresta le esplorazioni. In alcuni sprazzi la madre e la figlia esplorano la costruzione dei divieti il rispetto e la ribellione che fortifica l’indipendenza; modella il carattere; fa nascere nel complesso la fiducia.
Si avvicinano altri bambini. La madre invita Pepa a salutarli e a giocare con loro. Per dar l’esempio chiede i nomi, fa domande. Tra madre e figlia, nell’equilibrio perfetto, una bimbetta resta a giocare e sembra gradire le attenzioni di Olivia, mentre Pepa sperimenta la gelosia e si allontana cercando di attirare a se l’attenzione della madre.
La dinamica fa sorridere Olivia, trattiene l’istinto di correre a consolarla per lasciare che provi ad esser sola. La osserva per cogliere eventuali sintomi del senso di abbandono attenta che non cresca troppo. Gli sguardi tra loro sono significativamente eloquenti, come se un essere umano imparasse a comunicare prima con lo sguardo e solo dopo con le parole. Sembra contenere così tanto lo sguardo di bimbo, come se un corpicino così piccolo potesse sapere tutto del tutto. Olivia, come la maggior parte dei genitori, è totalmente incantata da sua figlia.

Quella stessa mattina hanno fatto un giro degli asilo nido nella zona, Olivia ricorda ancora quando durante i colloqui di lavoro le chiedevano se avesse figli e al suo diniego le rispondevano comunque che preferivano assumere un uomo perché una donna può sempre avere un figlio «E i figli che vogliamo fare? Farli crescere a nonne zie e baby sitter? Dividere il loro tempo tra un asilo nido e un doposcuola?». No, lei non lo voleva, come altre migliaia di madri, non lo voleva davvero per questo aveva vagliato tutti gli stratagemmi consentiti dalla legge a tutela della maternità per ritardare il suo ritorno a lavoro e studiato a tavolino con grafici colorati tutte le possibili opzioni della riduzione di orario; valutando la possibilità di mantenere un decente status di vita per lei e per la bambina, ma pur facendo delle rinunce lo stipendio ridotto non bastava ad una donna sola che deve mantenere: un affitto; un auto; un asilo nido; e un minimo di sussistenza per lei e per la bambina, senza contare una piccola scorta per le emergenze, che con figli piccoli ci sono sempre. Ammettendo di riuscire a far tutto da sola, come in molte fanno, la sua vita sarebbe stata completamente assorbita e dedicata alla crescita della bambina, ma di uno stipendio intero c’era bisogno. Per cui Asilo nido sicuro dalle 8,30 alle 18,30. «Come comunicare tutto questo ad una bambina di neanche un anno senza traumatizzarla?». Non credeva affatto a quello che la maggior parte degli amici con figli diceva, parlando tranquillamente dei loro fatti penosi davanti ai bambini piccoli: «Tanto lui non capisce». Lei li vedeva sgranare gli occhi e intristire il visino e si convinceva che loro capivano. Era cresciuta in una famiglia numerosa dove si professava la frase: «Dove ce ne sta uno ce ne stanno pure due e poi, dove ce ne stanno due ce ne stanno pure tre, e così via, all’arrivo di ogni nuovo figlio».
Ma non è che fosse proprio questo ad incoraggiarla, ricordava piuttosto la frase di un suo professore dell’Università: «Non pensare mai che un uomo o una donna che dici abbiano fatto grandi cose siano nati con quella disposizione. Non pensare di non esserne all’altezza, loro si sono trovati nella vita a dover affrontare cose che le condizioni sociali e storiche gli hanno messo di fronte e semplicemente hanno fatto del loro meglio per fare fronte. Semplicemente».
Olivia pensa a quel suo professore guardando la piccola Pepa.
Ora le fa ciao con la mano mentre quella tenta di scalare lo scivolo al contrario.

sabato 16 ottobre 2010

PONTILE di Aldo Ardetti

Non era vecchio ma aveva accumulato mezza dozzina di decenni.
Sul pontile avanzava lentamente facendo attenzione a non inciampare. Di tanto in tanto veniva distratto nell’incrociare turisti della domenica, poi riacciuffava i propri pensieri da dove li aveva lasciati.
Dal rientro in città era la prima volta che rivedeva quel luogo pur avendo fatto il possibile per evitarlo.
Il posto era cambiato: un bar-ristorante stagionale, l’altro, quello più vicino al mare, recintato da lamiere perché pericolante, e lo spiazzo accidentato con le macchine parcheggiate alla rinfusa. Aveva fermato la macchina dopo aver messo a dura prova gli ammortizzatori su quei crateri lunari e subìto il riflesso di luce dal fondo bianchissimo del piazzale.
Si sedette su un frangiflutti – un grosso cubo di pietrisco affogato nel cemento – e guardò il mare, poi la linea dell’orizzonte verso l’infinito con i ricordi che riaffioravano in uno dei suoi luoghi – come amava considerarli – dove una barca che rientrava, aspettava l’onda buona per infilarsi col motore a tutta tra i due bracci del pontile. Un’abitudine che si ripeteva anche dopo il dragaggio del naviglio per il riflusso dell’acqua che – soprattutto con le mareggiate – formava dune sottomarine all’imbocco del porto canale. Solo per i pescatori e i naviganti stanziali era facile approdare indenni alla darsena.
“Che ne sappiamo noi? non possiamo metterci a controllare se viene rispettata la frequenza dei dragaggi – esclamava stizzito Baffo, uno dei pescatori battaglieri – Sai quante barche si sono arenate e con l’onda successiva ribaltate per l’insabbiatura dell’imboccatura?”.

Il sapore salmastro si mischiava all’odore di erba secca e della ruggine dei verricelli, delle ancore e catene. Un odore che andava fin dentro i polmoni.
La ruggine sulle barche disoccupate da tempo, disarmate, che galleggiavano tra alghe marce o giacevano nell’erbaccia radicata alla riva. Dappertutto reti e sugheri asciugavano al sole.
I gabbiani scrutavano l’acqua trasparente per mirare e tuffarsi sulle prede; qualche mucchio di fradicio sartiame, il battere di sagole e scotte sugli alberi delle barche in secca quando s’alzava l’urlo del vento: deng… deng… deng, un cupo rumore metallico lento e costante, sempre uguale, come di campana a morto.

Sotto il passaggio pedonale, pietre si eclissavano nell’acqua mentre sul lato esterno massi proteggevano dalle mareggiate invernali quando il mare sa essere cattivo, non risparmiando i fianchi e minacciando di divorare la strada litoranea come era accaduto in un lungo tratto di costa ritornata selvaggia dopo che la strada era sparita, inghiottita dall’arenile.
Sull’altro lato del canale il ‘vicolo chiuso’, chiamato così perché dopo un ampio parcheggio di terra battuta con residui di brecciame, si finiva sulla spiaggia dove un ristorantino a conduzione familiare – ch’è meglio inserire nella categoria delle trattorie, e già sarebbe una benevola concessione – spandeva odori di pescato. Vicino i ruderi di una torre d’avvistamento avvolti da radici, rovi e frasche morte. Rami di fico selvatico avvolgevano le macerie e si allungavano sulla sabbia come serpenti, diventando trappole per i passanti che si trovavano da quelle parti perché stranieri o per
esigenze fisiologiche. Poco lontano i resti di alcune torrette di cemento, bunker abitati nell’ultimo conflitto mondiale e, tutt’intorno, i fiori della duna nelle chiazze sabbiose concesse dalla flora mediterranea, quelli delle piante grasse con le unghie di strega che creano tappeti dal colore sanguigno.

Ricordava le notti passate a far compagnia ai pescatori, quelli con le bilance che si contendevano le postazioni. I più anziani avevano il tacito diritto di piazzare il loro palo allo stesso posto dove avevano costruito il punto di appoggio. Pescare con la bilancia è faticoso: ci vuole forza e ce ne vuole tanta con la corrente forte o quando tira vento. Se vuoi pescare qualcosa, devi tirarla su ogni volta che transita una imbarcazione ché mette in movimento il pesce che, in un porto canale, prende il sapore di petrolio, del carburante combusto o disperso dalle barche.

Su quel pontile vide Lorella per la prima volta. Era sdraiata su un frangiflutti. Si sosteneva con le braccia puntate all’indietro e il viso esposto al cielo per prendere il primo sole. Calzava stivaletti, vestiva con tonalità grigie: una gonna a quadri, camicia bianca con cravatta del colore e disegno della stessa. Conversava con un’altra ragazza, un’amica, in piedi vicino a lei.
Lorella aveva una carnagione chiara, lineamenti delicati, modi gentili e un sorriso indescrivibile; aveva gli occhi belli – chiari con riflessi diamantini, sorridenti – e non potevi non innamorartene. L’amica, invece, dava una impressione di volgarità, in sovrappeso con un profilo che ricordava il genio della lampada di Aladino. Avete presente un viso con gli occhi leggermente asiatici e con i capelli raccolti a ciuffo? Ecco, proprio così.

Nelle visite ai ‘suoi luoghi’ non dimenticava la macchina fotografica. Così iniziarono le pose per i primi scatti, le passeggiate e gli appuntamenti al pontile fino al giorno che, per infiniti motivi o forse per un deciso destino, la vita come ti fa incontrare ti fa dividere, ti tradisce fino a diventare amara.

Quando era tornato in città, tra le prime cose, appuntò di fare una visita al cimitero. Nell’accomiatarsi dalla tomba del congiunto gli venne spontaneo dare un’occhiata in giro. E’ accaduto di ritrovare in questi luoghi persone non incontrate da tempo. Fu attratto dalla foto a colori di una bella donna che però non distingueva. Quando si allungò per mettere a fuoco la lapide, vide che era Lorella e ne lesse il nome in lettere bronzee.
Andò a rintracciare l’amica… il genio della lampada.

Abitava ancora nel vecchio quartiere – il Villaggio – e la vide in lontananza avanzare appesantita dagli anni, procedere strisciando i piedi grossi e deformi.
“Ciao, mi riconosci?”
“Sì, anche se con pancetta e i capelli rimasti”.
“Che è successo a Lorella?”
La donna rispose dopo aver superato il momento di sorpresa.
“Lorella è morta”.
“Questo lo so, sono stato al cimitero questa mattina. Ma cosa le è successo per morire così giovane?”
“Una notte di febbraio la trovarono lungo
la Statale. Qualcuno l’aveva uccisa”.
“Sulla Statale? e che ci faceva…”
“…e che ci faceva, non lo capisci?”
“Perché quella fine?...”
“Il suo desiderio era andare via dalla campagna, dalla famiglia, evadere per vedere e conoscere qualcos’altro. Aveva fretta di farlo e purtroppo si è buttata tra le braccia della persona sbagliata”.
“Di quale persona parli?”
“Gente di fuori, delinquenti. Farabutti che prima ti fanno sognare, ti lusingano, ti promettono mari e monti e poi ti fanno fare quella fine, la fine che ha fatto Lorella”.
La donna stava accusando un malessere: il cuore rischiò di scoppiarle insieme al pianto mentre lui, di colpo, avrebbe voluto che i suoi luoghi fossero altri.

Decise di rientrare. Alla riva un tellinaro trainava il suo rastrello inveendo quando sorprendeva troppi granchi e si sentì arrivare le voci di una ciurma di pescatori. Riconobbe Baffo: ma quanti anni aveva? Il suo volto era quello della gente di mare: segnato dal vento, dal sole e dalla salsedine. E dall’umidità della notte.
“Giovanotto, ti ho riconosciuto, sai – e rivolgendosi agli altri – …questo è un vecchio amico, ragazzi”.
Si raccontava che in certe notti appariva una figura diafana passeggiare sul pontile.
“Baffo, è vera ‘sta storia del fantasma?”
“Ce ne sono tanti di fantasmi sul mare e nella testa della gente che ormai non ci si fa più caso” e con la mano fece un gesto di saluto mentre le sue labbra accennavano a disegnare un sorriso.
Tutto sembrava svolgersi lentamente come se il tempo non avesse fretta. L’acqua del rio faceva intravedere le alghe filiformi piegate dalla corrente. L’unico rumore era lo sciabordio sulle fiancate delle barche che specchiavano nell’acqua il colore degli scafi e si rintuzzavano con i vecchi pneumatici salvabordi.

venerdì 8 ottobre 2010

CORRUGATO di Daniela Rindi

Il corrugato non ho ben chiaro cosa sia, un tubo di plastica in cui passa un cavo elettrico credo, niente di più e non mi interessa neanche approfondire. Questo vale per molte cose della mia vita. Posso aggiungere che è una brutta parola, cacofonica, che la userei per offendere qualcuno, tipo “sei proprio una faccia da corrugato!”, o per chiudere una relazione come “tra noi è finita, c’è un corrugato che ci separa”. Posso però cercare di raccontare quale immagine mi richiama, cosa evoca o fa vibrare dentro di me.
Il corrugato mi mette i brividi, sarà per quelle “erre” centrali, una qualsiasi cosa corrugata la eviterei certamente, le girerei alla larga. Corrugato potrebbe essere anche uno strano animale da cortile che cammina muovendo la testa avanti e indietro a ritmo cor-ru-ga-to, come in una marcetta militare. Corrugato è anche il viso di un poeta che, con la testa tra le mani, pensa a quel maledetto verso che non s’incastra mai. Corrugato è uno strano tipo di vino che viene lasciato invecchiare su un carro sotto il sole. Che schifo.
Corrugato può essere un gioco di bambini disegnato per terra con il gesso, dove i grandi corrugati sono cerchi concentrici che non si devono calpestare. Corrugato è Dio quando si rende conto che bastava un giorno in più per cancellare tutto e dire che aveva scherzato. Corrugato è il cielo in una stanza, buonanotte fiorellino e maledetta primavera. Se proprio devo avere a che fare con un corrugato preferisco immaginarmelo come un nuovo paradiso, dove è possibile mangiare e bere a sazietà senza ingrassare mai. Corrugato è mio marito quando gli sfuggo dalle mani, è mia figlia che non ha risposte dalla vita.
Corrugato può essere una cosa triste o allegra, dipende dall’umore del momento. Per il mio cane sicuramente è un bell’osso gustoso da rosicchiare e per il mio gatto è il desiderio di vedere il cane cascare da un balcone del quinto piano. Potrebbe essere la vena dove passa il sangue che mi tiene in vita, o un binario del treno che indica la direzione e che io mi sono persa.
Corrugato è il tempo che non passa mai quando stai male o quello che fugge quando ti diverti, è la coda che trovi quando sei in ritardo, è la bestemmia che non volevi dire. Con un corrugato è fatto il corrimano della mia scala a chiocciola che lascia tutti stupiti, è quel nodo contorto che si spaccia per opera d’arte. Corrugato è il nome del mio profumo preferito, che ho scoperto essere stato tollerato a malapena, solo quando l’ho cambiato. Corrugato è il minestrone a pezzi che detesto, è il nuovo cartone animato della pixar in 3d, è la puzzetta di mia figlia per troppa cocacola. Corrugato è anche una faticosissima poesia:

Ed è subito serra

Ognun corrugato per la sua terra
trafitta da gas e non da sole
ed è effetto serra

Potrei andare avanti all’infinito, può essere tutto o niente, ma il corrugato rimane solo un pezzo di plastica in realtà, che guida e protegge fili di corrente. Il corrugato è corrugato e basta, diciamolo, e in fondo il suo nome gli sta proprio bene.



venerdì 1 ottobre 2010

LA VERSIONE DI SPARKEY di Bdm

Siete un vero disastro, voi umani! Mi chiamo Worfschorkkstchoff, ma tranquilli, so che non siete in grado di pronunciarlo. Potete chiamarmi Sparkey come fanno quelli dalla famiglia che mi è stata assegnata.
Lo so che credete di essere voi a sceglierci quando venite a vedere la nostra cucciolata. In realtà è la nostra mamma che vi studia mentre vi avvicinate e immediatamente decide chi di noi è il più adatto. Quindi gli altri cuccioli fanno gli antipatici e il prescelto mette in atto tutte quelle moine a cui voi immancabilmente cascate. Per fortuna, perché siete veramente complicati voi umani e ci vogliono qualità specifiche per gestire ognuno di voi.
Questa famiglia dove sono capitato non è troppo male. Vivo con tre umani. Pieditosti, io lo chiamo così, è il papà, lui dice di essere il capo della famiglia ma a me sembra che le decisioni poi le prenda sempre Piedicaldi, la mamma, anche se gli fa credere che sia lui ad avere l’ultima parola. Quella che mi piace di più è Piedidolci, la piccola di casa, con cui ogni tanto faccio delle gare di corsa che fingo di perdere, perché voi umani siete fatti così, andate assecondati.
Certo che mi danno un bel da fare. A volte Pieditosti torna così stanco dal lavoro che devo portarlo a fare una passeggiata. Perché non si perda indosso una corda intorno al collo con una maniglia alla fine, così lui può attaccarcisi e io lo guido per la città, più o meno il solito giro, e lo riporto indietro in tempo per la cena. Ci fermiamo anche per fare pipì. Certo gradirei un po’ di privacy quando ci avviciniamo agli alberi. Io evito di guardarlo perché ritengo che sia imbarazzante per me e per lui, ma sono sicuro che lui mi controlli mentre alzo la mia gamba e do sfogo alla mia vescica. Non si può pretendere l’educazione da voi umani.
In casa poi, devo stare dietro a tutto. Non è che siete cattivi, ma certo siete molto distratti. Quando Piedicaldi carica la lavatrice chi è secondo voi che si mette a controllare che quella giri in continuazione senza fermarsi? E quando mangiano a tavola chi è che controlla che ogni briciola caduta sparisca all’istante? Non avete idea di quante formiche ed insetti vari siano pronti ad invadere la casa, altrimenti.
La mattina, poi,quando suona la sveglia devo mettermi ad abbaiare come un disperato per fare alzare tutti dal letto. Una fatica che non vi dico, tanto che, subito dopo colazione, devo rimettermi a dormire a pancia all’aria fino all’ora di pranzo.
E Piedidolci? Chi è che deve fare da modello facendosi spazzolare e vestire con dei capi, lasciatemelo dire, piuttosto demodé? Oppure quando mi pettina il ciuffo, di cui vado tanto orgoglioso, e me lo tira all’indietro con un elastico rosso? E quando è triste chi è che deve mettersi a nascondere le pantofole così lei può divertirsi a cercarle?
Ma a parte questo devo controllare e regolare tutta la vita in casa, perché voi umani, l’ho già detto ma lo ribadisco, siete distratti e avete bisogno di chi vi segua passo passo. Per questo ci mandano a convivere con voi, altrimenti sareste perduti.
Comunque c’è chi sta peggio. L’altro giorno ho incontrato un collega, Howshlkrgrrrauuukkf, che mi è sembrato molto stressato. Infatti, quello, appena mi ha visto sotto al solito albero con la gamba alzata, mi ha dato giusto il tempo di finire, che al contrario di voi quelli della mia razza conoscono l’educazione, e poi ha subito approfittato per sfogarsi. Mi ha raccontato tutto quello che Piedigonfi e Piedimolli, quelli che gli sono stati assegnati, gli fanno passare. Per cominciare lo chiamano Cimiciotto e già questo non è facile da sopportare. Poi deve correre continuamente avanti e indietro per la casa a controllare che tutto funzioni, deve segnalare quando è l’ora del pranzo o quando è l’ora della passeggiata, deve fare finta di fare la faccia interessata davanti a quelle schifezze che danno in tv solo per far loro compagnia. Poi non hanno alcun senso del territorio e lui, poveretto è costretto ad abbaiare a tutti quelli che si avvicinano alla recinzione del giardino al posto loro. E poi al parco deve continuamente riportagli i bastoncini che buttano dappertutto.
Ma quello che proprio non sopporta è quando gli fa indossare quegli orrendi maglioncini fatti a mano da Piedigonfi. Lui per protestare è costretto a appiattirsi sul pavimento fino a che lei non lo trascina fuori di peso.
Insomma, ve lo ribadisco senza di noi, sareste perduti, ma che stress! Io ancora resisto, non lo so fino a quando. Ma quando verrà quel giorno, me ne andrò da solo lungo quella che voi credete essere una pista ciclabile che collega la città al mare mentre, in realtà, è la pista di atterraggio dei nostri bus-navetta interstellari e me ne torno a casa, finalmente, a vivermi una riposante e rilassante vita da cani.

sabato 25 settembre 2010

VIAGGIATRICE STANZIALE di Naima

Nadjime spazza il pavimento della sua bottega fatta di pietra e assi di legno dipinte di bianco, anche se sa da sempre che è inutile: il primo cliente del mattino, aprendo la porta, farà di nuovo entrare la polvere del deserto; ed è in sua attesa che la vecchia Nadjime prepara i sacchetti con le erbe e gli infusi, sistema il banco, ordina le carte.
Nadjime ha novant’anni. La notte in cui nacque la luna era al culmine del suo splendore - così le raccontarono - anzi, era talmente luminosa che le streghe del villaggio pronosticarono senza esitazione che quella bambina avrebbe avuto il dono di vedere oltre, di vedere il mondo. Nadjime non diede mai troppo peso a quella profezia, tant’è che non vide mai oltre il proprio villaggio.
Essendo l’ultima di 13 figli e quindi colei che non si sarebbe sposata ed il cui nobile compito era accompagnare i genitori nella vecchiaia, dedicò l'intera vita ad aver cura della casa, dei genitori, delle sorelle da marito e della nonna che abitava con loro e che visse oltre cento anni; ereditò da quest'ultima la bottega del tè: una baracca di assi di legno che si trovava tra il villaggio ed il confine col deserto, laddove, ancora oggi, passano le rotte dei carovanieri. Mentre viaggiatori, mercanti e tuareg sostano acquistando o barattando cibi e mercanzie, sorseggiando tè alla menta e facendo riposare furgoni e cammelli, Nadjime legge loro ciò che è nascosto nell’anima e nel destino attraverso le carte e i disegni della sabbia del deserto: in molti sono tornati da lei, soprattutto per questo, oltre che per lo speciale tè alla menta la cui ricetta si tramanda di madre in figlia.Ognuno di questi, ritornando a casa, ha raccontato la storia di questa signora e la sua bottega è oramai nota a molti viaggiatori, tanto che talvolta giungono a farle visita governanti di paesi lontani, attori di fama mondiale, presentatori televisivi e rockstars, tutte persone che si illudono di trovare nel silenzio del deserto ed in una vecchia bottegaia che vende spezie, il segreto della vita, la saggezza.
Ciò che questa gente viene a prendere da Nadjime viene ripagato con le storie delle loro vite: attraverso i loro racconti Nadjime ha percorso le strade del mondo, attraversato mari, parlato altre lingue, toccato le nevi del Fuji ed i ghiacciai eterni dell'Himalaya, meditato con i monaci tibetani, sofferto per la guerra che dilaniava ora un paese ora l’altro; ha conosciuto l’aurora boreale ed il cibo vietnamita, indossato un kimono giapponese sorseggiando il tè alla maniera degli orientali (e non ha potuto evitare di pensare che fossero un po’ buffi), ha conosciuto il pensiero di filosofi e musicisti, ammirato i colori di un quadro di Monet e dei graffiti newyorkesi.
La geografia ed il cuore pulsante e vivo dell’intero mondo sono impressi nella sua mente, disegnati nelle rughe che le solcano il viso e le mani.Adesso, a novant’anni, sa che le streghe del villaggio avevano ragione: avrebbe visto oltre, avrebbe visto il mondo intero. Non è stata Nadjime, però, ad andare per il mondo ma il mondo a venire da lei, nella sua bottega del tè, al crocevia tra l’immenso, silenzioso deserto ed il caos delle grandi città.

sabato 18 settembre 2010

ERBE SELVATICHE di Anna Profumo

Nel balcone di casa resistono poche piante verdi e alcune succulente, devono essermi affezionate. Si impegnano le mie piante, da lungo tempo sopportano la mia dimenticanza ad annaffiarle e l’attacco di quel fastidioso parassita che viene chiamato cocciniglia a scudetto. Quando ho cominciato con qualche vaso forse miravo ad imitare la grandiosità dei giardini pensili di Babilonia, alle elementari sentendone parlare dall’insegnante ne rimasi affascinata. In quei giardini il problema dell’acqua veniva risolto utilizzando gli schiavi per la costruzione di immense opere di canalizzazione. Nel mio balcone si risolve con numerose passeggiate avanti e indietro con l’annaffiatore ora pieno, ora vuoto. I giardini pensili di Babilonia: esistenza segreta per le nuove generazioni, con questi tagli all’istruzione, ne scopriranno la fine solo in qualche film d’avventura tipo Indiana Jones, i più pigri si accontenteranno di pensare che siano le trovate geniali degli ideatori per la pellicola in questione, siano rovine o ricostruzioni di città perdute.
Forse correlato con l’esposizione al sole: un oretta di sole feroce e poi ombra tutto il giorno, ho visto spuntare nel vaso dello Spatiphillum alcuni funghi giallissimi prima che introducessi solari succulente, quando ancora pensavo che mi sarebbe piaciuto occuparmi di un balconcino di piante fiorite.
Oggi mi sento in colpa con loro, non sanno che su quello della cucina coltivo basilico, rosmarino, erba cipollina e dragoncello che annaffio con continuità. Per non alimentare feroci invidie e gelosie: cerco di essere naturale, non farmi scoprire troppo entusiasta delle aromatiche antagoniste. Annaffio quelle piccole affaticate parlando con loro, le incoraggio. Al “Geranio rosso” ufficialmente detto Pelargonium zonale provo a dirgli che è il migliore e lui a breve, mi ringrazia con nuovi boccioli.
Più volte ho tentato di introdurre semi spontanei per invitarle ad essere meno servizievoli più ribelli, trasformare quel caos verde in un apparente ordine casuale. La povera Tradescantia blossfediana, passata alla storia e chiamata da tutti “erba miseria” introdotta da me per creare frescura e riparo alle piccole nate s’è prima espansa oltremisura contraddistinta da piccole fioriture rosa, poi anche lei ha ceduto: deve aver sentito che non eravamo affini. Inutilmente se stessa lei, esigente io alla ricerca di flora edule.
La spontaneità, sembra non voglia aderire al mio disegno, piante che normalmente infesterebbero prati, aiuole qui vengono soggiogate dalla glaciale ombra delle pareti e dalla contenuta geometria dei vasi o forse dall’inalterabilità del terreno.
Le erbe spontanee mi sono simpatiche. Sto per partire con un nuovo esperimento: far crescere nei vasi la cicoria, la borragine, l’origano, la mentuccia e il timo.
Immagino le rose di foglie delle succulente Echeveria far capolino, cercando di compiacermi, tra la Borragine delicata con le sue foglie cuoriformi, pelosette e buone formanti le gemme da cui spunteranno i commestibili fiori stellati dal colore blu. La cicoria nuova nata sotto le spine del Ferocactus Gracilis mostrare imitandolo, le per niente aggressive foglioline roncinate. Mi figuro già il suo futuro contendere con uno svettante caule, alla grande colonna spinosa e lanosa dell’Espostoa Melanostele, un raggio di sole per la maturazione dei fiori azzurri. La serpeggiante mentuccia ricadere alla ricerca di nuovo terreno tra i bei fiori peduli color fucsia e rosso acceso della Schlumbergera frida “cactus di natale”. La bella Begonia coccinea Hook: slanciata assottiglia verso l’alto, la vedo sfiorare titubante le radici aeree che spuntano lungo il fusto sottile e angolato del Selenicereus Pteranthus, evitare le costolature con le rade e regolari areole spinose per rivaleggiare con le improvvise e brevi fioriture notturne: coriandoli di piccoli fiori discreti, raccolti in rametti resistenti lunghi giorni quelle della Begonia, appariscenti, grandi a lungo tubo con numerose file di petali, belli per una sola notte quelli del Selenicereus. Queste non sono commestibili, sono un eccezione a cui non resisto. Sono belle non chiedono molto e sono generose.
Chi sa! anche nei giardini pensili di Babilonia avranno utilizzato le piante per farne manicaretti.
Mi immagino sigillare con stampo tondo, festonato futuri ravioli di sottile e porosa pasta all’uovo farciti con ripieno di foglioline di borragine e ricotta. Le cimette fresche della Borragine, prima insaporite e scottate, appena in una padella: rosolandole in olio d’oliva insieme ad un leggero e fine battuto di scalogno. Unite alla ricotta fresca e a due foglioline di mentuccia spezzettate a mano, solo una festonata a pioggia di pane grattugiato, eventualmente un filo d’olio, sale quanto basta.
Passarli in padella poco prima di servirli, farli girare nel sughetto che resta facendo sfumare del brandy in olio d’oliva completando con una spolverata di parmigiano, solo una presa da fondere leggermente sul fuoco.
Assaggiare chiudendo gli occhi e immaginare che sia tutto vero!

venerdì 10 settembre 2010

BRUNO BASTA, LA VICENDA UMANA DEL PADRE DELL’ASTRATTISMO EPICO di Piermario De Dominicis

Sembra quasi impossibile che Bruno Basta sia riaffiorato all’attenzione del consesso umano dopo una vita nella quale ha dato così scarse notizie di sé, tanto che la sua riservatezza ha rivestito la sua esistenza e la sua opera di un alone di leggenda. Ma forse la sua decisione di ricomparire proprio a Latina, una città che di solito considera la Fiera della Lestra la punta massima della propria elaborazione culturale, conferma che la voglia di celarsi di Basta, coerente fino in fondo con la sua cupio dissolvi, la voglia mai trattenuta di scomparire. Trasferendosi a Latina, come con un colpo di magia riesce perfettamente a svanire, come capita a tutto quelli che, con l’eccezione ostinata del nostro amico Pennacchi, operano qui nel campo della produzione culturale. Tracciare una sia pur breve biografia dell’artista è assai arduo perché la cortina di mistero eretta da Bruno Basta sul suo privato è così fitta che lui stesso ne è totalmente all’oscuro. Si sa della sua nascita, si dà per certo che sia avvenuta perché di colpo eccolo lì: prima non c’era… e dunque deve essere nato. I genitori Bertrando e Ora Basta nata Berlusconi (Ora Basta Berlusconi) erano due illustratori di libri per daltonici, apprezzati per le straordinarie capacità, due virtuosi del disegno. La coppia considerò del tutto naturale riversare il proprio sapere sul figlio, perché stabilisse la continuità di un mestiere così prestigioso. La delusione dei genitori fu cocente quando gli fu chiaro che il figlio con le matite in pugno non sapeva proprio cosa fare, almeno prima di aver scoperto che piazzarle negli occhi dei compagni di asilo gli garantiva una qualche cinica soddisfazione. Furono necessari anni per convincere il bambino che conveniva poggiare la punta della matita sul foglio e non il sedere tappato della medesima, per veder comparire qualche segno. Comunque sia la prima opera conosciuta di Bruno Basta fu uno scarabocchione su sfondo rosso che lui stesso intitolò “ioqueliliamazo” dedicato ai genitori. Trascorrono da quel momento anni di cui non abbiamo notizie significative, avvolti come spesso capiterà durante la vita dell’artista da fitto mistero. Ricomparirà di botto a Parigi in uno studiolo di Rue de Bucy che divide con un tatuatore di 120 kg. L’esiguità degli spazi e la cospicua presenza fisica del tatuatore (pessimo carattere peraltro) causeranno continue frizioni tra i due e diversi ricoveri d’urgenza per Basta, che pur di non dare fastidio all’energumeno limitò il suo campo d’azione alle miniature. Disgraziatamente la sua incapacità tecnica perdurava così che le sue piccole opere del tutto incomprensibili, finivano per lo più per ristagnare sul fondo del water della minuscola toilette dello studio, perennemente guasta. Le ristrettezze economiche lo angustiavano e i modesti assegni che i genitori gli inviavano, pur splendidamente vergati, non gli garantivano una dieta che andasse oltre sofficini scaduti di capitan Findus, così scaduti che il buon capitano appariva invecchiato malamente sulle confezioni ed il suo sorriso bonario, mancandogli diversi denti, si volgeva in un ghigno perfido.
Fu solo dopo una notte di tormenti, trascorsa a discutere col suo stomaco su chi dovesse dimettersi prima, che gli giunse la folgorazione: visto che il figurativo risultava impraticabile si sarebbe dato all’astrattismo. Il resto, per sommi capi, è storia conosciuta. Con la complicità, nel tempo divenuta amicizia, con un gallerista cieco, intraprese una sua via artistica che da alcuni critici alcolizzati venne definita “Astrattismo Epico” .
Il successo improvviso e clamoroso portò le quotazioni delle sue opere oltre l’inimmaginabile. Basta, che era tuttavia rimasto il ragazzo semplice di una volta, continuava ad essere prigioniero di angosciosi dilemmi: “i miei calzini fucsia sono compatibili con il mio jet rosa o sarebbe meglio quello blù?” dopo una iniziale e comprensibile euforia l’artista sentì di dover proseguire nello sviluppo del suo percorso. Se ne presero le tracce. Si seppe poi che era riparato a Poitiers e che nella brusca necessità di occultarsi al mondo, aveva vissuto due anni in una cabina telefonica, dove si era sistemato discretamente e non aveva altro affanno che dire ogni due minuti ”occupato!” a chi tentava di telefonare. Col tempo però la fila formatasi fuori della sua eccentrica abitazione, si era fatta così chilometrica da togliergli la tranquillità. Tornò quindi in Italia e fu a Milano che nell’intento di produrre un tipo di arte totalmente naturale gli venne in mente di lavorare sui materiali. Decise di produrre in proprio i colori con i quali dipingeva . E’ l’inizio di ciò che dagli stessi critici di un tempo sempre più divorati dall’etilismo, venne definito “Astrattismo dietetico” o “Astrattismo gastrico” o anche “Astrattismo retto”.
L’alimentazione decise i toni. Ci fu un periodo orange favorito da una dieta di carote così radicale che alla fine Basta era in grado di vedere i tarli delle sedie e di conversare con loro. A questo seguì il periodo Verde (verdura a volontà) e il più cupo di tutti, (seppie come piovesse).
Le sue mostre divennero eventi anche se la loro durata nel tempo era per forza limitata. Lo spingere il fisico, in nome dell’arte, oltre ogni limite conosciuto gli fu alla fine fatale.
Gli divenne difficile digerire anche l’acqua per cui iniziò l’ennesimo periodo di buio. La notorietà lo perseguitava vendeva tutto ciò che produceva, alla faccia di qualche critico livoroso che con scarsa originalità aveva definito le sue opere “quei quadri di merda” si sentiva assediato e ancora una volta sparsi. Fino all’inaspettata rinascita odierna. Mutato nell’aspetto (per modestia ha rinunciato ai capelli) ma simile a se stesso nell’inesausta ricerca di sperimentare, trova nella nostra città l’humus ideale per farlo non destando la minima attenzione. E’ ciò a cui ha sempre teso.



ASTRATTISMO EPICO, SINESTESIA ESTREMA di Pasquale Bruno Di Marco

Lo stesso BB, padre dell’Astrattismo epico o meglio ancora organico, come lui stesso lo ha definito, ci ha parlato del legame astrale che pare abbia con quello che possiamo definire il suo alter-ego, Stelak, artista o gruppo di artisti – non è facilissimo capire i borbottii del maestro dopo il decimo bicchierino di grappa - paleolitici nel periodo di passaggio tra matriarcato e patriarcato. Tra i fumi dell’alcol BB è solito dipingere e nello stesso tempo, tra un’invocazione ad Aua, Wigga e Mestwina e un borborigmo digestivo, evocare la storia di Stelak, la cui vocazione artistica passa attraverso la sperimentazione musicale, frustrata a suon di clavate, alla sperimentazione nelle arti visive. La totale mancanza di qualunque talento nel disegno non impedì a Stelak di sperimentarsi nei graffiti, ovviando all’inizio con una sorte di proto-stencil, nella cui fase arcaica, animali di piccola taglia venivano sbattuti contro la parete rocciosa. Da quello che BB ha desunto attraverso il suo legame ancestrale, tale tecnica fu abbandonata per un eccesso di cromatismo rosso. Nella fase successiva si rese necessario un connubio artistico con un altro artista che teneva fermo il soggetto mentre l’altro ne seguiva i contorni con un bastoncino annerito. Anche questa tecnica fu abbandonata quando i committenti cominciarono a chiedere ritratti di serpenti a sonagli e cinghiali.
Nonostante gli insuccessi iniziali l’artista paleolitico, alter ego di BB, non abbandonò l’idea di eseguire graffiti tentando composizione varie. Ma ogni volta il suo tentativo di ritrarre un animale lasciava perplessi gli osservatori che non riuscivano a distinguere i suoi elefanti dalle sue anatre. Quello che però suscitava la più notevole ammirazione erano i colori che Stelak realizzava con tecniche misteriose. La frustrazione per la totale negazione per il disegno veniva ampiamente controbilanciata dal virtuosismo cromatico, che Stelak produceva organicamente seguendo diete particolari. Nel riproporre questa forma d’arte rivissuta attraverso il legame astrale BB ripercorre l’astrattismo di necessità, determinata dall’assoluta incompetenza nel figurativo che, proprio nella testardaggine del perenne tentativo di riprodurre forme riconoscibili senza mai riuscirvi, trova il suo carattere epico. La straordinaria varietà della gamma cromatica, anch’essa in qualche modo riconducibile alla necessità di produrre in proprio i colori attraverso un’attenta e selettiva scelta delle pietanze, hanno spinto altri critici a parlare di “Astrattismo Dietetico” o “Organico” mettendo l’accento su come la visione diretta del cromatismo Bastiano, con tutta la gamma di nuance sperimentate nelle varie versioni stagionali, induca fenomeni di sinestesia estrema in chi contempli l’opera appena prodotta. Lo spettatore lentamente, ma inesorabilmente, perde il contatto con la realtà ed è indotto ad entrare in uno stato di estasi o di demenza, poiché tutti i criteri tradizionali, visivi e olfattivi, sono rimessi in discussione. Tali opere hanno insite una portata di avventura e di azzardo che è impossibile prevedere tutte le possibili reazioni. Con l’andar del tempo la forza di rottura tende ad attenuarsi evaporando l’effetto di stravolgimento sensoriale, ma l’esperienza visiva rimane impressa nell’aspetto più profondo della nostra anima di fruitori dell’arte in tutte le sue forme, suoni e odori.

giovedì 2 settembre 2010

L'UOVO di Aldo Ardetti

A volte non sappiamo perché abbiamo preso una direzione e dove essa ci porterà.
Sulla spiaggia di Giardini Naxos ci siamo arrivati da Taormina. Siamo entrati in paese percorrendo la strada a senso unico, parallela all’altra che costeggia il mare: un budello lungo e stretto, sulla destra pieno di negozi – la maggior parte ficcati in piccoli ambienti – che creano vita e colore alla via. Sulla sinistra, tra un isolato e l’altro, lo squarcio blu del mare sotto il cielo più chiaro, rassicurava il procedere nella direzione giusta.
Volevamo nuotare anche in quel mare, un rituale che avevamo deciso all’inizio della nostra vacanza: fare il bagno in tutte le località toccate. Invece non avevamo fatto i conti con quello che è un problema universale: trovare parcheggio.
Abbiamo avuto rassicurazioni per sostare in uno slargo di fronte ad un locale che gestiva un pezzo d’arenile: un bar con un grande stanzone vetrato e pieno di tavolini. Sembrava arredato in maniera provvisoria, d’antan. Si respirava aria di taverna di porto, luogo di ritrovo di marinai, prostitute e uomini di malaffare: peraltro un’impressione più romantica che reale. Appoggiato al bancone un uomo alto e biondo con accento forestiero, probabilmente faceva parte di quegli avventurosi che, per lavoro o destini sentimentali, aveva lasciato le proprie origini per trasferirsi in una terra lontana e assumerne abitudini e vezzi autoctoni. Sembrava un vecchio marinaio che refrigerava la sua pelle, invecchiata dal sole, idratandola con una bevanda colorata. Non era vecchio, lo sembrava mentre conversava con il gestore che aveva modi e parole gentili.
Scendemmo in una spiaggia come non l’avevo immaginata per come mi era stata descritta.
Non so se l’infinito arenile fosse tutto uguale ma dove ci trovavamo era ghiaioso e, nonostante gli asciugamani, punzecchiava la schiena. Non mi capacitavo come potevano resistere i bagnanti, magari abituati o pigri per andare ad allungarsi altrove.
Ci calammo in un’acqua bellissima con un fondale pietroso. Se non nuotavi, era difficile restare in piedi e camminare un’impresa circense. Chissà, pensai, se quelle pietre erano state scagliate da un ciclope incollerito.
La rinfrescata fu salutare.
Si era fatto tardi e i bagnanti cominciavano a sgomberare. Iniziava un silenzio interrotto da sporadici bisbigli gergali. Anche i bambini non urlavano come sanno fare: giocavano, si sfottevano, scherzavano senza strafare. Tutto sembrava arrivare da lontano, smorzato da un vento contrario che ovattava voci e rumori.
Per asciugarmi preferii restare in piedi e mi misi a curiosare all’intorno con qualche pausa per fissare l’onda che moriva sulla riva annegando pietre levigate e scolpite nei secoli dei secoli, conchiglie ormai morte, alcune di una strana bellezza che calamitava. Alla riva due bambini, maschio e femmina, si spruzzavano tirando calci sul pelo dell’acqua. Erano snelli, capelli neri come i loro occhi vispi e furbetti. A pochi metri, sdraiata sul ventre, la madre li osservava divertita ascoltando le lamentele dell’uno o dell’altra e controllando che il gioco non degenerasse perché i bambini possono trasformarsi e diventare pericolosi: fin quando si sfottono spruzzandosi acqua è un conto, ma quando cominciano a raccogliere sassi, il pensiero corre lontano e scatena elucubrazioni. La madre ebbe un sussulto e reagì lanciando l’ennesimo: «Non esageriamo!». Già prima era stato un continuo: «Mi raccomando!». Era stato il maschio a cominciare, a raccogliere pietre nell’acqua bassa e gettarle vicino alla sorella conscio che, se avesse usato maggior forza, avrebbe rischiato di colpire la bambina la quale, già possedendo l’istinto e la determinazione femminile, ragionò: “Adesso ti faccio vedere io!”
La piccola immerse il braccio e raccolse a sua volta una pietra; scelse quella ché bianca individuò subito, che vide più bella nell’acqua trasparente. La portò fuori tutta gocciolante e lucente. Rimase a guardarla divertita. I suoi occhi erano pieni di meraviglia, la sollevò per meglio mostrarla, come se avesse avuto una preda, un trofeo da esibire e dimostrare la sua forza, la sua capacità di scegliere e conquistare. Le sembrava di avere nelle mani un gioiello che aveva iniziato a palleggiare da una mano all’altra.
Il fratello riconobbe una certa proprietà nella forma di quel sasso e rimase immobile, come ipnotizzato dalla pescata speciale della sorellina e non ne fu geloso. Ammaliato, non ebbe nemmeno il tempo di diventarlo per l’oggetto che il suo pensiero considerava pressoché miracoloso.
La peculiarità del sasso era la forma che somigliava a quella di un grosso uovo: chissà quanto lavoro di smeriglio aveva fatto il mare nella notte dei tempi.
Superato il momento magico, ci fu come un risveglio: sembrò che la bambina minacciasse di lanciare la pietra per riconsegnarla al suo padrone sennonché, essendomi ripreso dalla suggestione, volli possedere l’oggetto che anch’io avevo percepito straordinario. Quando capii che lo stavo per perdere – la bambina, pur tentennando, continuava a mimare di gettarlo di nuovo in acqua – gesticolando e con voce roca, cercai di attirare la sua attenzione.
Finalmente mi notò e rimase a guardarmi con stupore per orientarsi.
“Che cosa vuole quel vecchio sconosciuto?” avrà pensato, continuando a fissarmi dubbiosa ma con l’esigenza di capire. Ebbi l’impressione di essere stato invadente perciò mi avvicinai per rassicurarla.
«Se proprio la devi buttare… me la regali? Io colleziono pietre particolari».
Sentii mia moglie suggerire, o forse lo immaginai: «Lascia stare, abbiamo casa piena di sassi!»
Spesso non capisco il mio prossimo e i bambini ancora meno: uomini che la vita deve ancora scolpire. Davanti agli occhi del fratello, della madre, di mia moglie e immaginai a quelli di tutti i bagnanti del mondo, vidi avvicinarsi una piccola mano per donarmi quell’uovo di pietra marmorea che raccolsi nelle mie mani diventate un nido. Ci fu da entrambi un sorriso di soddisfazione, l’appagamento di un gesto, un accontentare e un ricevere che dava benessere. Invece di gettarlo nell’acqua che lo avrebbe disperso, aveva preferito far felice qualcun altro. Così non mi era stato fatto solo quel dono ma ricordato qualcos’altro da esercitare nella vita. Possibilmente.
Quando venne sera e una leggera brezza cominciò a farsi sentire, ci asciugammo in fretta per abbandonare il luogo, lasciare la magica scena.
Passando vicino alla bambina la salutai: «Ciao, grazie per il regalo» le dissi mentre la madre si sollevò per ricambiare il saluto con un sorriso e un cenno del capo, così pure fece il ragazzino che rimase a guardarmi allibito, magari ancora incredulo per la mia sfacciataggine.
Al bar-taverna dei pirati ho gradito un fresco aperitivo con mia moglie che, borbottando, aveva fretta di posare la borsa da mare su un sedile dell’automobile.
Ci siamo diretti verso altri lidi mentre arrivava il ciuri ciuri di un marranzano invisibile che immalinconiva la sera nel tramonto che si apprestava a dipingere il mare e la terra del suo colore.
Ho il rimpianto di non aver pensato a chiedere il nome di quel piccolo angelo che non credo potrà leggere questo mio ricordo, anche se qualcuno è convinto che i miracoli sono sempre possibili.
Potrei adottare vecchi e romantici rimedi: arrotolare questo scritto in una bottiglia e sperare che approdi in quel lontano lido jonico, su un bagnasciuga sul quale non puoi trovare tracce di un passaggio, ma solo il ricordo di esserci stato o essere approdo di solitarie e speranzose bottiglie vagabonde.
Ora sono a casa e l’uovo di pietra lo stringo nelle mani come un amuleto e ripenso come a volte non sappiamo perché abbiamo preso una direzione e dove essa ci porterà, ma ho capito perché mi sono trovato quel giorno su quella spiaggia, in quel luogo. Ne avevo bisogno.


Il racconto è nelle ‘Narrazioni’ del portale della rivista culturale ‘Stilos’
http://www.stilos.it/aldo_ardetti_-_luovo.html