sabato 24 aprile 2010

INSENSATEZZA DOMESTICA di Carlo Sperduti


Il professore può ritenersi soddisfatto del suo recente acquisto d’immobile. Lo spazio di cui va più fiero, ornandosi l’animo di compiacimento, è il soggiorno. Vi si accede tramite un’interruzione di un metro e mezzo d’una parete bianca, trattenuta da tiranti metallici che vanno a formare un’ellisse. Una volta varcata questa soglia ci si trova di fronte ad una grande libreria, ben zeppa del contenuto che più s’addice a un tale elemento d’arredamento d’interno, costituita da ventotto cavità i cui lati sono descritti, a formare altrettanti parallelepipedi, da un legno moderatamente scuro: tutto ciò va ad occupare la quasi totalità della parete di fondo. Sulla sinistra, piazzata davanti a una finestra di dimensioni ragguardevoli da cui filtra a secchiate la luce del sole, quando questo si palesa in assenza di impedimenti meglio conosciuti come nuvole, vi è in bella mostra una scrivania toscana che si presume ottocentesca, tutta ricoperta da libercoli e riviste e penne e tagliacarte e taccuini e scartoffie d’ogni genere e abbellita da una palla verde e spinosa che non risulta essere altro che una pianta grassa. Una poltrona bianca impedisce la vista di qualche porzione di parallelepipedo libresco; un’altra la si può ammirare, più vicina all’osservatore, sulla sinistra; alla parete di destra è invece appoggiato un divano a tre posti, di fattura e colore identici a quelli delle poltrone. Prima di giungere al divano ci s’imbatte in un mobiletto di legno sulla cui superficie sta posta una lampada dal gambo metallico, la quale beneficia della dolce compagnia di un simpatico sestetto di candele basse e cilindriche. Ai muri è appeso qualche quadro di nessuna rilevanza: tutti di modeste dimensioni. Al centro della stanza, a mo’ di tappeto, un susani turco a fantasia floreale, molto insistente sulle tonalità del rosso. Il soffitto è verde, guarda un po’.
In quest’ambiente il professore passa gran parte del suo tempo libero: a scartabellare. Libri d’arte, sua materia d’erudizione, sono il piatto forte.
Oggi si trova alquanto interdetto nell’approssimarsi alla sua postazione. C’è qualcosa che non quadra, ma non si capisce bene cosa. Ci pensa un po’ su, si guarda intorno e d’improvviso coglie l’inconsueto sul fatto.
L’ombra della scrivania se ne va per fatti propri, non s’allinea alle altre. La luce filtra da sinistra, tutte le ombre la fuggono spiattellandosi a destra, ma quella lì proprio non ne vuole sapere: si dirige verso la luce (che sia in punto di morte?).
Verrebbe da esclamare “Ohibò!”. Difatti il professore non sta lì a farsi tanti problemi e si fa uscire di bocca proprio un “Ohibò!”. Dopodiché si mette a ragionare, perché non è uomo da rimaner di sasso per più di qualche istante, cercando una spiegazione che sia logica, in questo caso fisica, per determinare le concause del fatto straordinario. Ma ecco che, proprio all’acme del suo corrugamento facciale volto a sottolineare un fare smodatamente cogitabondo, il professore sorprende l’ombra a rimettersi in riga con le compagne, come da che mondo è mondo si conviene a un’ombra che pretenda rispetto.
Stress e spossatezza considerati, il professore archivia il caso come mai realmente accaduto e come frutto d’una sua qualche proiezione mentale, magari una fantasia sconnessa su una messa in discussione o ribaltamento della “Vocazione di San Matteo” che s’è fatta per un momento immagine: si mette a scartabellare.
Non passa un minuto che la pianta grassa comincia a dargli problemi: proietta sul legno un’area scura che non sta ferma. Se ne va prima a nord, poi a sud, poi a est, e come appar logico fa pure una puntata a ovest. Come se non bastasse s’incapriccia a deformarsi in larghezza e lunghezza in una sorta di rimbalzo a due dimensioni. Sembra proprio indecisa sul da farsi. Il professore ne deduce, molto sensatamente, che deve trattarsi dell’ombra del dubbio. “Misurami questa pianta, ora, caro il mio Talete!”, ci scherza su il professore, in testa sua, mentre con lo sguardo vaga in cerca di una fonte di luce epilettica che possa aver provocato ciò che ha appena veduto e che, manco a dirlo, proprio ora scompare, lasciando spazio a un’ombra ordinaria.
Rimessosi al lavoro (scartabella compulsivamente) s’avvede ben presto che a ciò che fanno le sue mani non corrisponde una proiezione adeguata, poiché dalla posizione in cui si trova neanche dovrebbe vederla, l’ombra dei suoi arti superiori.
Invece la vede allungarsi sulla scrivania: la destra raggiunge un tagliacarte e pare afferrarlo, ma a sollevarsi è solamente (indovinate un po’) l’ombra dell’oggetto. Si gode la scena incuriosito, mentre l’ombra del braccio sinistro s’unisce all’altra nella presa e pare rafforzarla; mentre le due ombre congiunte rivolgono la punta immateriale verso il suo petto e senza né tanto né quanto colpiscono dritto al cuore.
Salutando malinconicamente il realismo e aggiungendo un paio d’imprecazioni d’uno stile e pregnanza straordinari col poco fiato che gli riesce d’espellere nell’incomoda circostanza, il professore ci lascia la pelle.
Le ombre, disponendo dell’alibi perfetto di essere ombre, se ne tornano tranquille e soddisfatte ai loro posti, assumendo l’atteggiamento caratteristico di chi nasconde qualcosa.

15 commenti:

  1. Bel racconto! Bravo Carlo. E complimenti per il blog, che, mea culpa, m'era sfuggito...

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  2. grazie a Carlo per il suo racconto.
    l'altra sera, al "simposio", mi è capito tra le mani una copia di "Maltagliati" il libro di Xedù.
    davvero bello
    appena riesco a procurarmi una copia
    pretendo l'autografo ... :)

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  3. davvero un racconto originale! le ombre assassine....ma come l'hai pensata? :) bravo e ben scritto :)

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  4. Bel racconto! ed il finale si insinua proprio come un'ombra a ciel sereno!
    Divertente, la costruzione della prima parte descrittiva e quasi ossessiva e poi l'introduzione surreale della seconda parete, fino al finale imprevedibile.

    Bella anche l'illustrazione!

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  5. Ho preso il giornale, è proprio un bella pagina quella uscita sul territorio.

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  6. carlo sperduti29 aprile 2010 15:05

    Grazie a tutti per l'approvazione e i commenti incoraggianti:

    x gianluca: alludi forse al blog di "Maltagliati" lasciato al suo destino di isolamento dopo poche settimane dalla nascita? Speravo proprio che sfuggisse a tutti :)

    x bdm: per la copia dei maltagliati mi sa che l'unica soluzione è ordinarlo in rete, come ti dicevo qualche tempo fa, altrimenti ti faccio sapere quando avrò a disposizione qualche copia io.

    x daniela: l'ho pensata perché la mattina prima di scriverlo mi sono svegliatp vedendo un'ombra sul muro di cui non sono riuscito a determinare la fonte: giuro che è andata così.

    x anna: dopo la tua breve recensione: posso assumerti per scrivere la quarta di copertina del mio nuovo libro? :)

    Carlo

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  7. Ci si potrebbe vedere l'eterno scontro tra Io ed Es, da una parte la geometria, la conoscenza e il raziocinio e dall'altra il lato nascosto che non si lascia imbrigliare. Da questa analisi se ne deduce che il professore pur non sapendolo aveva tendenze suicide...il crimine perfetto. Ma a rileggere il commento mi viene un'"ombra di dubbio".

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  8. nn trovo più il commento di Marco...

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  9. Devo trovare il tempo per... gustarmelo...

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  10. Carlo fossi in te attenderei la recensione di Aldo, il vero professionista è lui ...
    =)

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  11. Riprendo il concetto dello scontro tra Io e ES. Lo riprendo specificando (si capirà dopo il perché) che non sempre si assiste ad uno scontro, semmai lo scontro si verificherà dopo la ‘formazione’ dell’Io che va a scontrarsi nel Super-Io allorché l’ambiente, cioè l’esterno, non ’soddisfa’ l’ES. In breve: quando non ci si trova bene, non in sintonia con l’ambiente, in quel luogo. Si può azzardare che non si ha empatia tra il razionale, il concreto e l’inconscio.
    Dopo una minuziosa descrizione che mi ha riportato a romanzi di letterature straniere, all’improvviso - come è d’obbligo in queste storie - l’autore ci mette davanti a sensazioni e visioni che solo la psiche può immaginare. Inizialmente ho immaginato una fenomenologia collegata a quella del ’doppio’, ma qui il doppio non è quello del soggetto, quello del professore perché, come ho subito intuito iniziando la seconda parte del racconto, lo scatenarsi dei fenomeni mi è sembrato legato proprio alle condizioni autocreate dal professore. Egli stesso ha pensato quell’ambiente… insensato, dove tutto si ribella dentro quella stanza riempita di troppe cose; con quella scrivania simbolo di un potere di conoscenza (San Matteo, Talete,…), dove gli altri arredi si voltano altrove rendendo effimera l'apparenza.
    Tutto, in quella stanza, in quell’ambiente, vuole spazio, libertà, vuole respirare. Ma, a questo punto, abbiamo capito tutti che non esistono ombre del dubbio ma solo quelle che ha immaginato il protagonista, non esistono piante di quel genere, non è avvenuto nessun strano movimento di oggetti ma solo la ‘stanchezza’ di vivere dopo dolorose riflessioni.
    La morte sopravvenuta in maniera 'paranormale' nasconde un desiderio: quello di chiudere magari pensando anche al suicidio, un suicidio anomico perché nello scenario di una abbondanza economica dettata da quell‘arredo asfissiante.

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  12. carlo sperduti2 maggio 2010 23:10

    Accidenti! Grazie, Aldo, per la dettagliata e arguta interpretazione: dopo il tuo commento il mio racconto sembra quasi una cosa seria :)

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  13. Carlo ... cosa ti dicevo su Aldo?
    =)

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  14. x Anna: sei benevola con me anche se i complimenti fanno sempre piacere.

    x Carlo: Il tuo racconto é una 'cosa' molto seria e non puoi immaginare quanto, fenomeni del genere, siano vissuti da molte persone.

    E mò, ciao a tutti

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