lunedì 3 agosto 2009

TRAUMA di Aldo Ardetti


Di nuovo aveva sognato di cadere nel vuoto e poi una piccola mano carezzargli la fronte fino a scivolare sulla guancia sfiorandola appena, beneficiando così di una eccitazione al solletico. Non voleva aprire gli occhi per timore di sgradite sorprese; piuttosto cercare un orientamento mentale, approfittare di quel dolce momento ritardando il completo risveglio che, quando avvenne, gli occhi si dischiusero lentamente turbati dalla luce asettica, antipatica disturbatrice.
Le carezze della piccola mano erano sparite e fu quasi certo di aver sognato, di essersi sbagliato quando, superato un primo disorientamento accompagnato da una sensazione di vuoto, aveva preso coscienza della situazione e del posto. Non riusciva a muoversi: sentiva tutto il corpo indolenzito, bloccato. Altre volte, in quella immobilità, un freddo antico che lo avvolgeva dalla testa ai piedi. Non realizzò quanto tempo fosse trascorso e iniziò, con l’aiuto del ricordo, a fare un viaggio a ritroso: la strada che lo aveva condotto su quel letto. In un bagliore vide le viscere in cui era precipitato; la curva a destra leggermente in discesa e il fiume che, alle chiuse sotto il ponte, mormorava nel buio. E, dopo l’errore, la paura totale, la disperazione passiva. D’istinto – seppur inutile e sciocco – aggrapparsi allo sterzo mentre l’auto piombava nel baratro squarciando le acque. Poi il nulla.
Con fatica riuscì a riprendere sonno e nuovamente si sentì carezzare il viso. Era la piccola mano che lo sfiorava e, toccandolo appena, creava un alito, un leggero e fresco soffio gradevole ai sensi.
Chi sei? Cosa vuoi?
Passi e un frusciare d’attorno gli procurarono un leggero sussulto. Una suora vestita di bianco controllava che tutto fosse a posto cercando di non scuotere il letto. Una suora con un passato difficile: era stata una donna di strada. Quante volte si era sentita chiamare puttana ma poi aveva scelto il velo, una conversione che le aveva dato quella serenità che non aveva mai vissuto.
«Scusi, chi c’era prima di lei. Ha visto uscire qualcuno?»
La suorina rispose negativamente con la testa.
«Da quanto tempo sono qui, come ci sono arrivato?»
«Questa notte. Stia calmo, non si agiti! Deve ringraziare Iddio se è ancora vivo. E’ proprio il caso di dire che è stato ripescato in tempo. Le è stata fatta la TAC e non è stato riscontrato nessun trauma cranico, solo alcune cicatrici, qualche escoriazione, qualche ematoma. Ha perso un po’ di sangue ma è bastato un flacone di plasma... – e dopo una pausa accompagnata da un lungo sospiro –Ma saranno i medici a dirle tutto.»
Quindi aggiustò la piega del lenzuolo sulla coperta, rimboccò e aggiunse:
«E’ stato fortunato, uno svenimento che le poteva costare caro. Lei deve avere la pelle dura!»
Mentre il paziente asseriva con un cenno di sorriso traboccante di orgoglio, al passato prossimo si aggiungeva un altro particolare: la bambina. Dove era la bambina, perché non gli era venuta subito in mente? Come aveva potuto non pensare alla sua assenza?
E la percezione di caldo e freddo continuava la sua intermittenza secondo il grado di agitazione.
«La bambina, la mia bambina. Dio, è salva, la mia bambina è salva?» e si disperò mentre combatteva per respingere brutti pensieri di un tragico destino.
Se fosse accaduto l’irreparabile, gli sarebbe rimasto un marchio incancellabile nella mente e nell’anima.
Nel frattempo era entrato il primario con i suoi dottori di reparto. La suora si fece da parte e cercò di evitare sguardi indagatori infilando con discrezione l’uscita e assicurando la chiusura della porta per il giro delle visite mediche.
«Non si agiti! Di sua figlia le daremo notizie prima possibile.»
esordì il primario che, già dal corridoio, aveva sentito la richiesta.
«Come sta mia figlia, s’è fatta molto male?»
«Adesso stia calmo. Le ho detto che le faremo sapere. Capisco la situazione ma… »
e lasciò cadere ulteriori rassicurazioni.
Più si obbligava a ricordare, più lo abbracciava la sofferenza. Provò un senso di solitudine e di totale abbandono che sono propri dell’impotenza, dell’aver procurato un danno e di non poter porvi rimedio. Una sensazione di sconforto perché era costretto ad arrendersi. E allora si sciolse in un pianto, una esplosione di lacrime violenta che si abbatté sulle responsabilità, creando un senso di colpevolezza e di rimorso.
Passò altro tempo, altri giorni e altre notti di sofferenza in quell’oceano di malore interiore. Quella piccola mano era rimasta sospesa tra il nulla e l’aldilà fintanto che il padre potesse riconoscerla. Solo per quello.
Il sipario poteva chiudersi e quella mano sparire nel fiume, dentro l’acqua che aveva corrotto la purezza del suo sangue. Nessun cambiamento, tutto era già scritto, nessun miracolo e l’adolescenza solamente un futuro impossibile.
Di nuovo la suora varcò la porta della camera.
Questa volta le mani erano due, grandi e rugose e gli stringevano forte le braccia mentre dalla finestra si vedevano i tenui colori ingrigiti della sera e entrava il profumo della linfa di foglie spezzate di agave. All’orizzonte il sole lanciava gli ultimi dardi di calore e di luce prima di sciogliersi completamente nel mare.


(pubblicato in data 3 agosto 2009)

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