domenica 28 febbraio 2010

CORTILE di Aldo Ardetti


I condomini non socializzavano come d’abitudine. Incontrandosi si salutavano con gesti, si intendevano con scuotimenti del capo o espressioni del viso. Questo modo di fare era la conseguenza di quale segreto, di quale mistero?
Un giorno, di primo mattino, Adelina non ce la fece più a stare zitta e sbottò quando incrociò la signora Assunta: «E’ finita la pace! Cosa avrà combinato quel pover’uomo?»
«Cosa sarà successo in quella casa?» aggiunse la vicina che altro non poteva o non sapeva esprimere.
Parlavano di Lorenzo e Silvana Carlini, i coniugi che abitavano al quarto piano della stessa scala, che erano andati sempre d’amore e d’accordo ma, da qualche tempo, l’uomo era diventato irascibile e cercava ogni pretesto per litigare. La moglie non sapeva cosa pensare: «E se fosse arteriosclerosi? o perché in certi momenti non è più arzillo come lo è stato una volta?» diceva a chi, con disinvoltura, aveva la faccia tosta di chiedere oltre il lecito.
La verità è che Lorenzo era diventato molto geloso.
«Sei una puttana! Perché mi hai fatto questo? alla tua età, poi.»
La signora Silvana, nonostante l’età che il marito le ricordava spesso, era ancora una bella donna. Teneva alla cura del proprio aspetto mettendoci un pizzico di civetteria.
Lorenzo era convinto che avesse un amante.
Una notte veniva giù che dio la mandava. Un ventaccio torturava i pini del cortile. I condomini avevano paura: sapevano che le radici di quegli alberi sono poco profonde ed era possibile che il vento li sradicasse. Un temporale che non si ricordava, con fulmini che abbagliavano l’intero caseggiato. Nei rumori del diluvio – un fulmine cadde in zona e fece tremare a lungo i vetri delle finestre – si sentì un urlo sovrumano, un prolungato grido animalesco che fece accapponare la pelle a chi era ancora sveglio. Quando il temporale si calmò, Adelina si avvicinò alla finestra della cucina e prese coraggio per scansare la tendina. Fu in quel momento che vide una persona attraversare il cortile, avviarsi frettolosamente e poi correre verso quella che era considerata una uscita secondaria, verso la chiesa, dove la strada era stretta, poco illuminata e poco frequentata.
Il mattino seguente si respirava una calma inusuale, la calma dopo la tempesta. I coniugi Carlini non si erano visti né sentiti fino a quando una sera, alcuni vicini videro Lorenzo alticcio, seduto sui primi gradini con il capo tra le mani. Al loro saluto non aveva risposto, né alzato la testa.
L’indomani fu ancora Adelina a parlarne tra i banchi del mercatino rionale: «Non si sono più visti. Saranno partiti senza avvisare.»
«Nooo, qualcuno starà poco bene e si saranno rintanati in casa» azzardò Assunta.
«Mah, non si sa cosa pensare. E che stanno tutti male?» replicò Adelina.
«Dopo tutte quelle liti, preferiscono non incontrare gente. Non vogliono dare spiegazioni, raccontare i fatti loro» precisò Assunta.
«Non è la prima volta che ci si confida i nostri problemi. Qui siamo tutti una famiglia…» obiettò Adelina.
«E’ vero, ma questa volta è diverso. Questa volta si tratta…» ammiccò Assunta.
«…di corna volevi dire» rispose maliziosa Adelina.
«Non mi meraviglio più di niente. Ti ricordi della figlia di Annarella… Giulia?»
«Se me la ricordo? eccome se me la ricordo! Fu una tragedia quando i genitori vennero a sapere che…», Adelina lasciò cadere il ricordo.
«Sa che le dico, decidessero quello che vogliono. Gli auguro di risolvere i loro problemi e di riacquistare un po’ di serenità, loro e pure noi. Si è fatto tardi, devo andare a preparare il pranzo per mio marito che fa il turno di pomeriggio e non voglio che…» e, prima di finire la frase, alzò gli occhi verso l’appartamento del mistero giacché, chiacchierando chiacchierando, erano arrivate sotto casa.
I profumi degli intingoli, soprattutto quelli forti e caratteristici delle varie cucine etniche, non riuscivano a nascondere un cattivo odore che cominciava a diffondersi nell’aria. Allora capirono che qualcosa di grave era successo. Cominciò a radunarsi una folla di curiosi.
Quando i Vigili del Fuoco entrarono nell’appartamento del quarto piano, furono investiti da un fetore terribile. In cucina apparve ai loro occhi la tragica conclusione: l’uomo era a terra in un lago di sangue rappreso. Il corpo, in posizione supina, faceva ancora più impressione. Un coltello, che aveva colpito più volte l’uomo deturpandone il viso e martoriandone il corpo, era conficcato nel petto.
Due macchine della Polizia si erano portate sul luogo del delitto. La zona fu delimitata per facilitare il trasporto del materiale e delle apparecchiature della Scientifica. Mentre i tecnici procedevano nei rilievi, il commissario Miocci iniziò a compilare l’elenco dei vicini di casa e di tutte le persone in grado di riferire particolari utili alle indagini. Alcuni vennero invitati a presentarsi in Questura: i vicini di casa che, verosimilmente, avrebbero potuto conoscere più cose di altri.
Adelina si avviò per recarsi al Commissariato, recriminando: «Tutto tempo perso»; borbottava perché l’aspettavano le faccende domestiche, fare la spesa e – quel giorno – aspettare il rientro del consorte, muratore in trasferta.
Il commissario Miocci non sapeva da dove iniziare il discorso. Cercò di prenderlo alla larga come si fa in situazioni difficili e con certi soggetti.
«Signora Adelina, suo marito va spesso in trasferta?»
«Si, dottore. Perché questa domanda?»
«Perché risulta che suo marito è assente dal lavoro da diversi giorni. Lei non ne sa nulla?»
«No, mio Dio. E dove starebbe, gli è successo qualcosa?»
«No signora, stia tranquilla. Non sappiamo dov’è ma con chi si trova in questo momento. Suo marito è con la signora Silvana Carlini.»
Adelina mormorò parole incomprensibili.
«E’ sicura di non aver riconosciuto suo marito nella persona che ha visto fuggire la notte del delitto?»
La donna era disorientata: «No dottore, non ho mai visto correre mio marito… per riconoscerlo.»
Il commissario Miocci mostrò le spalle per soffocare il riso.
«La notte del delitto, suo marito salì in casa della vittima, chiamato dalla signora Carlini in seguito all’ennesima sfuriata tra i due.»
Il commissario fece una pausa per controllare la reazione della donna e assicurarsi che ascoltasse attentamente.
«Dunque, l’assassino fu fortunato perché non lo vide nessuno a quell’ora, per il temporale che fece tappare tutti in casa. Quando fu nell’appartamento, possiamo pensare che ci fu un tentativo per chiarire la situazione raccontando come stavano i fatti, confessare la tresca per risolvere la questione in maniera definitiva… Mi sta seguendo signora?»
Adelina fece un cenno col capo. La donna era stravolta, non sapeva più a cosa credere. Il mondo le era crollato addosso. Non riconosceva più l’uomo che era stato suo marito per tutti quegli anni.
«Lorenzo Carlini non volle ascoltare nessuna spiegazione – e non gli si può dare torto – e continuò a inveire fino ad alzare le mani. Fu a quel punto che l’assassino prese un coltello a portata di mano e cominciò a colpire all’impazzata.»
Seguì il silenzio, poi: «Questa la probabile dinamica del delitto» sentenziò il commissario Miocci.
«Avete notizie di… lui?» chiese Adelina mentre pensieri confusi le procuravano un malore subdolo.
«Stiamo lavorando e… prima o poi…. Signora, le ho raccontato tutto questo per sapere se lei si è mai accorta di nulla. Se…»
Il commissario non aspettò risposta.
Adelina era triste, si sentiva precipitata in un baratro. Un’inquietudine le procurava rancore: alla paura dell’abbandono subentrò la collera per quell’uomo che aveva amato e che ora non poteva fare a meno di odiare.
Dei due amanti in fuga ancora oggi non si hanno notizie, che fine abbiano fatto.
Nel vecchio quartiere, di Adelina dicono: «Si preoccupava delle corna altrui e… Ah, la gente!» evocando l’antico proverbio.
«Lo sapevano tutti tranne lei. Succede sempre così», mormoravano altri.
Nel cortile erano riapparsi i gatti – sornioni come sempre sulle panchine o nascosti per le scale – e la sera – miracolo notturno – volavano i maschi delle lucciole.

3 commenti:

  1. finalmente ... ora lo leggo con calma
    =)

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  2. Aldo leggendo questo racconto immaginavo i volti i corpi delle persone, i loro abiti le espressioni. I passaggi tra ombra e luce tipici di alcuni caseggiati, il rumore della tempesta.
    Solo alla fine mi sono resa conto di avere immaginato tutto in bianco e nero, come in un vecchia pellicola con film di Aldo Fabbrizi.

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  3. Forse una storia d'altri tempi ma sono storie a colori che accadono ancora oggi.
    Se hai immaginato vuol dire che è stato trasmesso qualcosa. L'intento era proprio quello...

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