giovedì 2 settembre 2010

L'UOVO di Aldo Ardetti

A volte non sappiamo perché abbiamo preso una direzione e dove essa ci porterà.
Sulla spiaggia di Giardini Naxos ci siamo arrivati da Taormina. Siamo entrati in paese percorrendo la strada a senso unico, parallela all’altra che costeggia il mare: un budello lungo e stretto, sulla destra pieno di negozi – la maggior parte ficcati in piccoli ambienti – che creano vita e colore alla via. Sulla sinistra, tra un isolato e l’altro, lo squarcio blu del mare sotto il cielo più chiaro, rassicurava il procedere nella direzione giusta.
Volevamo nuotare anche in quel mare, un rituale che avevamo deciso all’inizio della nostra vacanza: fare il bagno in tutte le località toccate. Invece non avevamo fatto i conti con quello che è un problema universale: trovare parcheggio.
Abbiamo avuto rassicurazioni per sostare in uno slargo di fronte ad un locale che gestiva un pezzo d’arenile: un bar con un grande stanzone vetrato e pieno di tavolini. Sembrava arredato in maniera provvisoria, d’antan. Si respirava aria di taverna di porto, luogo di ritrovo di marinai, prostitute e uomini di malaffare: peraltro un’impressione più romantica che reale. Appoggiato al bancone un uomo alto e biondo con accento forestiero, probabilmente faceva parte di quegli avventurosi che, per lavoro o destini sentimentali, aveva lasciato le proprie origini per trasferirsi in una terra lontana e assumerne abitudini e vezzi autoctoni. Sembrava un vecchio marinaio che refrigerava la sua pelle, invecchiata dal sole, idratandola con una bevanda colorata. Non era vecchio, lo sembrava mentre conversava con il gestore che aveva modi e parole gentili.
Scendemmo in una spiaggia come non l’avevo immaginata per come mi era stata descritta.
Non so se l’infinito arenile fosse tutto uguale ma dove ci trovavamo era ghiaioso e, nonostante gli asciugamani, punzecchiava la schiena. Non mi capacitavo come potevano resistere i bagnanti, magari abituati o pigri per andare ad allungarsi altrove.
Ci calammo in un’acqua bellissima con un fondale pietroso. Se non nuotavi, era difficile restare in piedi e camminare un’impresa circense. Chissà, pensai, se quelle pietre erano state scagliate da un ciclope incollerito.
La rinfrescata fu salutare.
Si era fatto tardi e i bagnanti cominciavano a sgomberare. Iniziava un silenzio interrotto da sporadici bisbigli gergali. Anche i bambini non urlavano come sanno fare: giocavano, si sfottevano, scherzavano senza strafare. Tutto sembrava arrivare da lontano, smorzato da un vento contrario che ovattava voci e rumori.
Per asciugarmi preferii restare in piedi e mi misi a curiosare all’intorno con qualche pausa per fissare l’onda che moriva sulla riva annegando pietre levigate e scolpite nei secoli dei secoli, conchiglie ormai morte, alcune di una strana bellezza che calamitava. Alla riva due bambini, maschio e femmina, si spruzzavano tirando calci sul pelo dell’acqua. Erano snelli, capelli neri come i loro occhi vispi e furbetti. A pochi metri, sdraiata sul ventre, la madre li osservava divertita ascoltando le lamentele dell’uno o dell’altra e controllando che il gioco non degenerasse perché i bambini possono trasformarsi e diventare pericolosi: fin quando si sfottono spruzzandosi acqua è un conto, ma quando cominciano a raccogliere sassi, il pensiero corre lontano e scatena elucubrazioni. La madre ebbe un sussulto e reagì lanciando l’ennesimo: «Non esageriamo!». Già prima era stato un continuo: «Mi raccomando!». Era stato il maschio a cominciare, a raccogliere pietre nell’acqua bassa e gettarle vicino alla sorella conscio che, se avesse usato maggior forza, avrebbe rischiato di colpire la bambina la quale, già possedendo l’istinto e la determinazione femminile, ragionò: “Adesso ti faccio vedere io!”
La piccola immerse il braccio e raccolse a sua volta una pietra; scelse quella ché bianca individuò subito, che vide più bella nell’acqua trasparente. La portò fuori tutta gocciolante e lucente. Rimase a guardarla divertita. I suoi occhi erano pieni di meraviglia, la sollevò per meglio mostrarla, come se avesse avuto una preda, un trofeo da esibire e dimostrare la sua forza, la sua capacità di scegliere e conquistare. Le sembrava di avere nelle mani un gioiello che aveva iniziato a palleggiare da una mano all’altra.
Il fratello riconobbe una certa proprietà nella forma di quel sasso e rimase immobile, come ipnotizzato dalla pescata speciale della sorellina e non ne fu geloso. Ammaliato, non ebbe nemmeno il tempo di diventarlo per l’oggetto che il suo pensiero considerava pressoché miracoloso.
La peculiarità del sasso era la forma che somigliava a quella di un grosso uovo: chissà quanto lavoro di smeriglio aveva fatto il mare nella notte dei tempi.
Superato il momento magico, ci fu come un risveglio: sembrò che la bambina minacciasse di lanciare la pietra per riconsegnarla al suo padrone sennonché, essendomi ripreso dalla suggestione, volli possedere l’oggetto che anch’io avevo percepito straordinario. Quando capii che lo stavo per perdere – la bambina, pur tentennando, continuava a mimare di gettarlo di nuovo in acqua – gesticolando e con voce roca, cercai di attirare la sua attenzione.
Finalmente mi notò e rimase a guardarmi con stupore per orientarsi.
“Che cosa vuole quel vecchio sconosciuto?” avrà pensato, continuando a fissarmi dubbiosa ma con l’esigenza di capire. Ebbi l’impressione di essere stato invadente perciò mi avvicinai per rassicurarla.
«Se proprio la devi buttare… me la regali? Io colleziono pietre particolari».
Sentii mia moglie suggerire, o forse lo immaginai: «Lascia stare, abbiamo casa piena di sassi!»
Spesso non capisco il mio prossimo e i bambini ancora meno: uomini che la vita deve ancora scolpire. Davanti agli occhi del fratello, della madre, di mia moglie e immaginai a quelli di tutti i bagnanti del mondo, vidi avvicinarsi una piccola mano per donarmi quell’uovo di pietra marmorea che raccolsi nelle mie mani diventate un nido. Ci fu da entrambi un sorriso di soddisfazione, l’appagamento di un gesto, un accontentare e un ricevere che dava benessere. Invece di gettarlo nell’acqua che lo avrebbe disperso, aveva preferito far felice qualcun altro. Così non mi era stato fatto solo quel dono ma ricordato qualcos’altro da esercitare nella vita. Possibilmente.
Quando venne sera e una leggera brezza cominciò a farsi sentire, ci asciugammo in fretta per abbandonare il luogo, lasciare la magica scena.
Passando vicino alla bambina la salutai: «Ciao, grazie per il regalo» le dissi mentre la madre si sollevò per ricambiare il saluto con un sorriso e un cenno del capo, così pure fece il ragazzino che rimase a guardarmi allibito, magari ancora incredulo per la mia sfacciataggine.
Al bar-taverna dei pirati ho gradito un fresco aperitivo con mia moglie che, borbottando, aveva fretta di posare la borsa da mare su un sedile dell’automobile.
Ci siamo diretti verso altri lidi mentre arrivava il ciuri ciuri di un marranzano invisibile che immalinconiva la sera nel tramonto che si apprestava a dipingere il mare e la terra del suo colore.
Ho il rimpianto di non aver pensato a chiedere il nome di quel piccolo angelo che non credo potrà leggere questo mio ricordo, anche se qualcuno è convinto che i miracoli sono sempre possibili.
Potrei adottare vecchi e romantici rimedi: arrotolare questo scritto in una bottiglia e sperare che approdi in quel lontano lido jonico, su un bagnasciuga sul quale non puoi trovare tracce di un passaggio, ma solo il ricordo di esserci stato o essere approdo di solitarie e speranzose bottiglie vagabonde.
Ora sono a casa e l’uovo di pietra lo stringo nelle mani come un amuleto e ripenso come a volte non sappiamo perché abbiamo preso una direzione e dove essa ci porterà, ma ho capito perché mi sono trovato quel giorno su quella spiaggia, in quel luogo. Ne avevo bisogno.


Il racconto è nelle ‘Narrazioni’ del portale della rivista culturale ‘Stilos’
http://www.stilos.it/aldo_ardetti_-_luovo.html

5 commenti:

  1. ... l'abbiamo letta a Cantalupo ...
    =)

    RispondiElimina
  2. Mi ha fatto piacere perchè è un racconto al quale tengo molto e per questo vi ringrazio

    RispondiElimina
  3. è quasi commovente... Dolce e lieve. Chissà se un giorno questo racconto "incontrerà" la bambina diventata adulta...

    RispondiElimina
  4. Piccole 'cose' che fanno amare la vita... Grazie naima

    RispondiElimina
  5. Trasformare un inanimato sasso in qualcosa che può nascere e avere vita è quasi geniale

    RispondiElimina