sabato 18 dicembre 2010

RISTORO di Aldo Ardetti

Fa molto caldo e non è piena estate. Per tutta la mattinata non si è sentito un filo di vento. Dalle finestre e sui balconi delle case di pietra, penzola ad asciugare il bucato di panni colorati, poi appare la gradazione del verde e i fiori dei giardini e, in fondo, il profilo della montagna che va a tuffarsi nel turchese del vasto mare aperto.
S’è fatta l’ora del pranzo e cerchiamo un riparo per una pausa all’ombra.

Sotto il pergolato quattro turiste americane, che possono far parte del club delle paffutelle, parlano allegramente senza disturbare. E’ divertente stare ad ascoltare. Con una pronuncia biascicata apprezzano, usando aggettivi a raffica, tutto ciò che hanno visto senza dimenticare nulla, ripetendo un elenco a memoria. Soprattutto si soffermano su quello che hanno mangiato mentre gustano un gelato per dessert.
Non è buona educazione ma continuo a osservarle, e mi diverte il loro modo di parlare di certi personaggi disneyani.
«Così si fa, lasciare i mariti a casa a fare la guardia al cane e prendersi un po’ di libertà!» esclama una voce femminile che le sta ammirando.
Ci siamo seduti in questo ristorante provenienti dal bel giardino della città – che da queste parti chiamano Villa – e aver percorso una strada stretta in salita, adatta a un grimpeur, che serpeggia tra le antiche case di pietra lavica.
Oltre alle simpaticone d’oltre oceano, siamo in compagnia di una signora di mezz’età che siede a un tavolo poco distante e, nonostante il mio curiosare, riesco a conversare con la mia compagna. Mi riesce perché ogni tanto lascia parlare anche me.
A un tavolo vicino si siede una coppia di giovani. Lei bionda e chiara di carnagione nonostante la stagione, lui, invece, moro e abbronzato, il tipo mediterraneo che, dopo un po’, si alza per andare verso i bagni.
Al ritorno dalla toilette, il tizio abbronzato va a sedersi al tavolo della donna che abbiamo notato al nostro arrivo. Con nonchalance si è seduto di fronte. Alla donna è venuto spontaneo salutare con un «Buonngioornooo» con tono ironico nonché interrogativo. Deve essere una persona di spirito per mantenere un atteggiamento di non eccessiva sorpresa – deve aver pensato a uno scherzo o a un gioco.
All’improvviso si sente una fragorosa risata, quella della ragazza bionda dalla pelle di luna che, con altrettanto spirito esclama: «Amooore, sono quiii».
Tutti si girano da quella parte.
«L’ho scelto e accettato proprio per questo. E’ fatto così, sbadato, sempre con la testa tra le nuvole» e preferisce non finire la frase ragionando che non è necessario aggiungere altro.
Lo sbadato raggiunge il proprio posto e la situazione si ricompone.
Qualcuno ha iniziato a dettare nomi suggeriti dal menu.
Le portate lasciano scie di buon odore che torturano l’appetito, aumenta il senso di vuoto degli stomaci con quei piatti fumanti disturbati dal fumo di sigaretta che qualcuno ha acceso approfittando del fatto di essere all’aperto.
Un avventore, nel momento della mescita dalla bottiglia scelta, comincia a mulinare il bicchiere e poi ad annusarlo, infine a degustarne il contenuto con lentezza accademica. Questa cerimonia dura per qualche minuto. Il cameriere comincia a roteare gli occhi al cielo finché un gesto gli concede di abbandonare felice la postazione.
«Non sapevo ti intendessi di vino, che tu fossi un sommelier?» gli chiede meravigliata la ragazza seduta di fronte.
«Infatti non lo sono, ma così fan tutti» risponde lui senza vergogna. E’ vero, la maggior parte delle persone si immedesima nel ruolo, pur non essendo esperti enologi, mima un’esperienza che non possiede.
Sono sicuro che questi atteggiamenti siano conosciuti da alcuni di voi.
Mentre sul nostro tavolo iniziano manovre di allestimento, sento una voce giungere alle mie spalle: «Sembra che me l’abbia fatto apposta» dice un’anziana donna, ossuta e con un naso pronunciato, capelli castano-chiari – una volta sicuramente biondi – tirati e raccolti a coda di cavallo. Di fianco, a un tavolo alla sua sinistra, siede un signore che a vederlo sembra un vagabondo con la barba incolta e vestito fuori tempo. Mi sembra di averlo già incontrato in città. Sì, è proprio lui: è facile vederlo sui bus cittadini, andare avanti e indietro per la città per sentirsi tra la gente. Qualcuno azzarda che è un nobile decaduto. Ho capito che su quest’uomo si rincorrono leggende.
«Volevo farla contenta e invece… Eh, mia sorella… apposta me l’ha fatto».
«E sì, sembra proprio così, poveraccia» interviene il vicino senza capire molto della conversazione.
«Ma quale poveraccia, mia sorella è morta alla vigilia del suo compleanno, cento anni avrebbe compiuto».
«Beata lei, e allora qual è il problema?».
«Il problema è che poteva aspettare qualche giorno. Avevo pensato di farle una festa, ma una festa… Sarebbe bastato un giorno».
«Peggio per lei!» risponde risoluto l’uomo.
L’anziana donna lo guarda di traverso.
«Avevo in programma una festa, di quelle che si ricordano per sempre. E invece è andata a morire il giorno prima del suo compleanno» ripete indispettita.
«Che Dio l’abbia con sé» fa l’uomo con un sospiro di rassegnazione.
«Che cavolo, non poteva aspettare?» ripete ancora sottovoce.
La donna, che ha gli anni vicini a quelli della sorella defunta, non si cura di nascondere lo sconforto abbassando il tono della voce.
Il vicino continua ad andarle dietro: «Mi commuovo sempre davanti alla bontà» e si porta il tovagliolo alla bocca.
«Dispettosa!» è l’intervento conclusivo della mancata organizzatrice di feste.
Ripenso a tutte le storie sentite per caso, alle tante voci ascoltate e non cercate: Non so se intenerirmi o mettermi a ridere. Accetto di intenerirmi.

Si affaccia un refolo di vento. Le quattro americane continuano a conversare con voce allegra.
«Everything was very good» dice una.
«Oh yes, you’re right…» fa un’altra.
Con il miglior sorriso di una persona appagata, quella che sembra il capo gruppo, chiede il conto: «The bill, please».
Pagano il conto ma non si alzano subito, come a voler godere fino all’ultimo momento quell’atmosfera sotto il pergolato.
All’improvviso il capo comitiva lancia un urlo: «Oh, mio Dio!».
Le compagne sussultano preoccupate «Che c’è, cosa succede?» portandosi la mano al petto.
«Non abbiamo lasciato la mancia» risponde sentendosi colpevole. Allora chiama la ragazza che le aveva servite e non finisce di scusarsi passandole un biglietto da cinquanta. Solo dopo le quattro donne abbandonano soddisfatte il locale mentre la ragazza, seguendole per un tratto, ringrazia emozionata «Grazie, grazie mille».
Comincio a roteare la forchetta nel piatto mentre le quattro signore paffutelle continuano il loro giro turistico, questa volta prendendo per la discesa.
Qualcuna ha aperto il ventaglio che fa vibrare veloce nell’aria.

8 commenti:

  1. come scrivevo altrove, è davvero un bell'osservare :)))

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  2. Rossana, dici che sono un impiccione? :)))

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  3. ...e, come dicevo altrove, per 'osservare' ho rischiato di non pranzare :)

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  4. Titolo di riserva: 'Il ficcanaso' :)

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  5. Ciao, mi piace molto il racconto. Un bel biglietto da visita l'Italia e probabilmente un omaggio.
    @Aldo: Sai cosa mi è mancato in questo racconto dove la voce narrante è concentrata sui dialoghi?
    Il sole che abbaglia oltre il pergolato, o che scalda la pelle passando tra le foglie, le mosche che ronzano intorno, il gatto che accetta di farsi grattare la schiena in cambio di qualche boccone.
    I colori dei vestiti delle 4 signore paffutelle, le loro risate ...
    (insomma tutto questo l'ho immaginato ... bravo Aldo: l'assenza della banalità punta all'essenza)

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  6. Anna, è bellissimo quello che hai visto, quello che hai immaginato. Alcuni c'erano veramente, esistevano: chissà che non possano entrare in una versione più ampia del racconto...
    Grazie

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  7. Bella vecchio mio! Quando se magna, ti esalti!

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  8. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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