giovedì 29 luglio 2010

VOCE DEI VERBI di Carlo Sperduti

Non riesco ancora a credere, a distanza di anni, di averla fatta franca. E soprattutto di averla fatta franca in quel modo.
Il tramonto era già in stato avanzato, in cielo non c’era alcuna traccia di nuvole. Avevo guidato quasi ininterrottamente per più di ventiquattrore ed avevo mangiato e bevuto poco e niente. Coi crampi allo stomaco, ero allo stremo delle forze. Ma non erano la fame e la sete a preoccuparmi maggiormente.
Mi ero appena lasciato alle spalle il cadavere di un poliziotto. Rosso di sera, bel tempo: si spara.
Non avevo potuto evitarlo: quel figlio di cane m’aveva riconosciuto. L’avevo capito subito dal modo in cui aveva preso a squadrarmi quando tirai giù il vetro del finestrino.
Evidentemente la mia foto aveva già fatto il giro di tutte le stazioni di polizia dello stato, ma per mia fortuna quello non si poteva certo definire un gran tiratore. Ciò non era bastato a evitarmi il fastidio di una pallottola nella spalla destra, quando avevo tentato la fuga in seguito alla richiesta di patente e libretto.
Sapevo di avere uno sciame di sbirri alle calcagna, ma non riuscivo più a guidare, perché la ferita mi pulsava sempre più insistentemente sotto la fasciatura che avevo improvvisato, facendo a brandelli una camicia fresca di tintoria che avevo trovato nell’auto, rubata il giorno prima.
Il dolore si faceva sempre più lancinante, sudavo, sanguinavo, mi stava salendo la febbre.
La frontiera era lontana ancora molte miglia. Avevo un disperato bisogno di riposarmi un’ora o due, solo quello. A cibo e acqua neanche ci pensavo più.
Ero letteralmente in mezzo al nulla: distese di nulla pianeggiante mi circondavano in tutte le direzioni.
Svoltai nel parcheggio del primo, insperato motel che apparve alla mia destra e mi diressi alla reception, badando a mascherare la ferita sanguinante, coprendola con la giacca.
Il tizio aveva un occhio mezzo ammaccato e rughe profonde che sembravano crepe di siccità: faceva paura solo a guardarlo. Non so se fosse la sua espressione abituale – con la faccia che si ritrovava è probabile – o la sensazione d’essere spiato da tutti che mi andava crescendo dentro, ma mi diede l’impressione d’essere sospettoso nei miei confronti.
Quel giorno avevo deciso di chiamarmi Thomas Granted, scegliendo le mie generalità nel mucchio di passaporti falsi che avevo collezionato durante la mia carriera. Fu quello che dichiarai quando il tizio mi chiese nome e cognome e si informò sulla durata del mio soggiorno, mentre gli porgevo il documento.
Mi diede la chiave della stanza numero tredici e mi disse che si trovava al primo piano, per raggiungere il quale avrei dovuto salire la scala esterna e giungere in fondo alla passerella.
Mi fece pagare in anticipo per una notte. Gli diedi il denaro, anche se non avevo intenzione di trattenermi fino al mattino seguente, e lui non mancò, prima che potessi raggiungere il mio alloggio, di lanciarmi uno sguardo che interpretai come una minaccia.
Spossato com’ero, le mie capacità di ragionamento si erano sensibilmente indebolite: avrei dovuto considerare la possibilità che la polizia avesse diffuso la mia foto anche in postacci del genere.
La camera era tra le più squallide che avessi mai visto: alle pareti, che forse un tempo erano state bianche, non c’era niente; le lenzuola avevano la consistenza di carta da parati; il bagno era poco più che una nicchia lercia in cui mancava, per giunta, l’acqua calda. E quella fredda arrivava a strappi.
Dopo essermi bagnato sommariamente il viso e la testa mi distesi sul letto, vestito com’ero, con la rivoltella carica vicina al fianco destro.
Fui colto dal sonno.
Non so quanto tempo passò prima di essere svegliato di soprassalto dall’irruzione di quattro agenti, che sfondarono la porta e mi puntarono contro le loro armi d’ordinanza.
Istintivamente, con un solo movimento, mi misi a sedere sul letto e afferrai la pistola, ma prima che potessi puntarla a mia volta contro gli agenti uno di loro mi sbraitò addosso, con un tono che mi sembrò piuttosto allarmato, oltre che minaccioso:
– Non muoverti, o spariamo.
Non aveva detto “Mani in alto”, o “Fermo o sparo”, o “Non costringerci ad aprire il fuoco”, o che so io, “Non tentare di fare l’eroe”. Aveva proprio detto “Non muoverti, o spariamo”.
Non potevo credere alle mie orecchie: non potevo credere che si fosse fregato da solo a quel modo.
Se non fosse stato per un naturale istinto di sopravvivenza, probabilmente, nel pessimo stato in cui ero ridotto non sarei riuscito a cogliere la palla al balzo. Invece la colsi, quasi precedendo il mio pensiero.
Mi produssi immediatamente in una serie di grottesche convulsioni sul posto, accettando di buon grado le fitte alla spalla che in quel modo mi procuravo.
Spariti i quattro agenti, fui libero di andare a freddare quel bastardo con la faccia tutta crepe che m’aveva denunciato, e di riprendere la mia fuga in fretta e furia, verso la frontiera.

6 commenti:

  1. Divertente, ho seguito con l'ansia che cresceva per le sorti del protagonista seguendolo in questa fuga senza speranza. Fino al gioco di parole finale che libera dall'agolo a cui sembrava destinato il protagonista.
    Ci ho messo un attimo per capire (devo confessarlo), ma una volta che il nuovo senso delle parole prende possesso della frase la risata è scontata.
    Diciamo che non tifavo per il protagonista, ma il finale lo fa diventare simpaticissimo!

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  2. Carlo Sperduti30 luglio 2010 14:37

    Ovviamente la vicenda è tratta da una storia vera, come quella del tizio che disse a un suo amico: "Fondiamo un'associazione culturale", ma una volta portata a termine l'operazione non seppero che farsene di un'associazione culturale liquida.
    E ovviamente questa l'ho rubata.

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  3. pardon,
    dimenticai un dettaglio:
    il nome dell'autore!
    rimedio subito... :)

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  4. "Fondiamo un associazione"
    =) ah ah ah ha ha!
    divertente, un associazione liquida ah ah ah!

    mi farebbe bene esercitarmi sui doppi delle parole

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  5. Carlo Sperduti01 agosto 2010 17:48

    Beh, sono interessanti anche i tripli, tipo questo di Raffaele Aragona, con la chiave in fondo (il testo è tratto da un esercizio di "piccolo omonimario illsutrato"):

    Lavoro al Teatro Comunale: faccio il costumista.
    Questa sera si inaugura la stagione lirica con un'opera di un musicista tedesco.
    A me hanno affidato il primo attore, il baritono, che interpreta il personaggio principale del melodramma: un poeta nordico, che canta gli antichi splendori del suo popolo, ma che, per la sua balordaggine, è continuo oggetto di derisione da parte dei cortigiani del palazzo.
    Sto vestendo il protagonista con gli abiti vistosi della cerimonia dell'incoronazione del re, quella che apre il primo atto:

    "bardo bardo bardo".

    bàrdo 1 - v.vb. da bardare
    bàrdo 2 - s.m.: poeta, vate dei popoli celtici; cantore, poeta patriottico.
    bàrdo 3 - agg.: sciocco, balordo.

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  6. ...per non parlare della colonna sonora:
    "briiiiigitte bardò, bardòòòòòòòòòòòò..." ... :)

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