venerdì 18 giugno 2010

ALDUCCIO di Aldo Ardetti


Se non avete fretta di voltare questa pagina vi racconto una bella favola, la favola di Alduccio.
Succedeva che metà foglio lo colorava di verde e l’altra metà di azzurro: la terra e il cielo. Per questa preparazione, che rappresentava l’idea di base, consumava metà dei rispettivi colori pastello. Non mancava qualche nuvoletta bianca e un sole che riscaldava il pianeta coi suoi raggi che toccavano la terra. Più in basso due alberi verdi e un viottolo che arrivava proprio davanti all’uscio di una casa col tetto rosso, due finestre (proprio ai lati della porta di ingresso), un camino che fumava – però in un’altra stagione – quando c’erano nuvole grigie e il sole con fatica faceva capolino e il prato era pieno di fango e gli alberi spogli: rami nudi che sembravano braccia imploranti levate al cielo. Così riempiva il foglio Alduccio quando aveva estro artistico – diciamo quando ne aveva voglia. Gli piaceva disegnare: lo stesso soggetto in stagioni diverse. Non era interessato alle altre materie e la scuola l’avvertiva come una costrizione perciò continuava a portare a casa note e brutti voti. I genitori, che erano stati invitati diverse volte per un colloquio, non sapevano più che pesci prendere, a che santo votarsi, come far capire al loro figliuolo l’importanza della scuola, l’importanza della conoscenza per affrontare la vita. Soprattutto il padre aveva perso la pazienza e, nonostante la giovane età del figliolo, decise di prendere provvedimenti drastici: l’avrebbe portato a lavorare con sé per fargli conoscere la fatica.
L’uomo era un giardiniere molto conosciuto e stimato per la sua bravura. Inoltre aveva le mani d’oro che gli permettevano di svolgere altri lavoretti per far vivere dignitosamente la famiglia.

“Alduccio, svegliati, è ora di alzarsi!” urlò il padre avvicinandosi alla testa poggiata nell’accogliente e caldo cuscino. Il ragazzino si girò lentamente stiracchiando le braccia e sbadigliando vistosamente.
“Buongiorno babbo.”
“Si fa colazione e poi si va. Dovrebbe essere una bella giornata!”
Alduccio assentì con la testa e con un “Va bene” bugiardo.
Uscirono di casa e sulla faccia e alle narici arrivò l'aria pungente ch’è delle prime ore del mattino. Il giovane seguì il padre su per la salita della collina che, di minuto in minuto, diventava sempre più erta. Intorno regnava il silenzio totale: un silenzio che cominciava a dare fastidio. A testa bassa tirava dietro i passi del genitore. Aveva voglia di fare tante domande ma con la coscienza ferita ci rinunciò con la convinzione che, quando commetti un errore, quando non ti comporti bene, non hai più diritti compreso quello di chiedere…
Superato lo sperone di una curva, di quella che era poco più di una mulattiera, vide in lontananza, su un rilievo roccioso, un grande casale. Sembrava un piccolo castello. Rimase per qualche attimo a bocca aperta, poi lo sguardo del genitore lo sollecitò a proseguire.
Incontrarono uomini intenti ai lavori nei campetti del bassopiano che conoscevano da tanto tempo il giardiniere al servizio dei padroni della zona e non chiesero spiegazioni sul piccolo accompagnatore ancora tramortito dal sonno e con l’andatura dimessa. Sapevano che si trattava di scuola di vita, un metodo adottato da tutti con i propri figli e nipoti quando dimostravano, seppur piccoli, eccessiva mancanza di impegno e responsabilità.
Arrivarono in quella grande casa sulla cima del monte. Attraversarono un grande cortile interno; infine raggiunsero un meraviglioso giardino, orgoglio dei padroni e del giardiniere che da anni curava con amore e professionalità.
Alduccio non aveva mai visto un giardino protetto da una recinzione così singolare: un muro altissimo; sembravano mura di una cinta difensiva ma senza i merli e il parapetto che serviva a proteggere i soldati di vedetta sul cammino di ronda. Non trovava nessuna spiegazione, nessun motivo razionale mentre la curiosità lievitava: perché un muro così protettivo, cosa c’era dall’altra parte?
Il perimetro delle mura di cinta non poteva essere aggirato perché tre dei quattro lati – i lati che guardavano la valle – poggiavano precisi sul bordo di un precipizio. Allora si mise a studiare la situazione dall’interno.
Essendo molto antiche, le mura erano larghe e irregolari e, in alcuni punti, le pietre erano consumate, senza calcina e franate. Pensò di allargare una falla fino ad ottenere uno spiraglio. Ci mise qualche giorno ma riuscì nell’impresa giacché al padre non interessava tanto quello che faceva, quanto l’essere sacrificato a stare in quei luoghi per tutto il giorno dovendo capire il sacrificio, sapere che per ottenere uno è necessario dare mille.
Alduccio riuscì a bucare la parete e vide quel foro pieno di celeste, il colore del cielo. Mentre nelle orecchie sentiva il rumore del tagliaerba e il pensiero andava ai padroni di quella specie di maniero – che non avevano, per la verità, una buona reputazione – lentamente si avvicinò alla parete non senza provare disagio e timore. Quando iniziò l'impresa si preoccupò di non sporcarsi troppo e soprattutto di non ferirsi. Non ebbe la curiosità compulsiva di guardare subito oltre.
Nonostante l’imperfezione del foro riuscì a infilarci dentro la testa compreso il collo. Quello che sembrava l’azzurro del cielo si scoprì un riquadro con una cornice fatta da un leggero velo di nebbia –come un passpartou. Fu allora che il silenzio fu riempito da una voce lontana che gli sembrò riconoscere: era la voce del suo maestro che spiegava alla classe, ai suoi compagni. Il suo banco era vuoto: risultava assente. Allora sentì gonfiarsi le vene del collo e il respiro farsi difficoltoso. Subentrò l’affanno fisico e un disorientamento generale. Avvertì un senso di colpa fargli compagnia e il piccolo cuore subire un dolore inusuale. Non aveva mai sofferto di aritmie, per quello che ne poteva sapere o capire. Si sentì un estraneo per i suoi compagni che adesso considerava fortunati, felici di imparare stando insieme. Lentamente l’immagine andò dissolvendosi e mai si sentì più solo.

Fu svegliato, madido di sudore, da una mano che gli scuoteva la spalla.
“Alduccio, svegliati, è ora di alzarsi” urlò la madre premurosa.
Fece colazione con gusto e appetito, poi preparò la cartella e salutò mentre si avviava alla porta.
Prima di uscire si voltò e gli scappò un sorriso che non seppe trattenere e che la madre raccolse con soddisfazione e affetto.
Il ragazzino era rasserenato, aveva fatto un brutto sogno, ma aveva capito. Era contento di tornare a scuola, ci tornava come non era mai successo, con entusiasmo. Quel giorno il maestro avrebbe spiegato tante cose interessanti.

domenica 13 giugno 2010

TOM di Daniela Rindi

Elisa sfoglia nervosamente il quindicinale degli annunci cercando sotto la voce “Lavoro Offresi”. Da quando si è separata dal marito è diventata un’ossessione, oltre che una necessità primaria. “Cercasi neolaureata”…no, “Cercasi donna sotto i trent’anni”…no.
“Cercasi signora con bella presenza, spigliata, automunita per lavoro di rappresentante in importante multinazionale”…eccolo! Elisa prende in mano il telefono e compone subito il numero.
“Buongiorno, chiamo per quell’annuncio, l’offerta di rappresentante…sì ho l’auto, ma quale sarebbe il prodotto?...un elettrodomestico all’avanguardia?...sì so cucinare, ma non è la mia passione, sa… il tempo non basta mai…ottimo?...ah va bene, se è proprio quello che cercate …ci vediamo domani alle 10…grazie mille…”
Deve fare dimostrazioni porta a porta di un robottino tuttofare e la qualità primaria che bisogna possedere non è una laurea, una specializzazione, un curriculum dignitoso, ma un banalissimo “non saper cucinare”. Niente di più facile per una che riesce a mangiare la pasta al forno di prima mattina pur di non mettere su il caffè, o che riesce a cucinare nel forno anche il fegato.
Due giorni dopo Elisa è già in macchina con il suo bell’apparecchio nel cofano diretta al primo appuntamento. Non ha molta affinità con la toponomastica, si perde facilmente e non ha nessun senso dell’orientamento per cui, visto che la maggior parte dei suoi possibili acquirenti sulla lista ricevuta dalla ditta, vivono nell’hinterland , si è procurata un satellitare, un TomTom. Lo ha scelto per il nome evocativo e simpatico e ha già selezionato una calda voce maschile, che non la fa sentire più sola di quello che è.
La giornata autunnale è piacevolmente tiepida e soleggiata, di buon auspicio. Elisa ha impostato la sua prima via sul TomTom. La sta guidando perfettamente, segnala i punti di rifornimento, gli apparecchi per il controllo della velocità e l’ avverte delle svolte sempre per tempo. Incredibile la precisione. Questi apparecchi sono proprio l’invenzione che fanno per una come lei, che ha sempre e solo avuto come punto di riferimento la strada di casa sua. Gli occhi sul mondo che lei non ha mai avuto. Chissà, se avesse scoperto prima Tom, forse non avrebbe perso un marito dopo 18 anni di matrimonio.
Tom l’ha appena fatta arrivare al casello, paga e la voce della signorina del fast-pay chiede cortesemente di aspettare la ricevuta, poi sempre soavemente ringrazia e augura buon viaggio. “Certo che le sanno scegliere bene queste voci registrate, sembrano esseri umani in carne ed ossa.” Pensa Elisa sorridendo. Riprende il viaggio affidandosi nuovamente alla calda voce di Tom. E, dopo una buona mezz’ora di macchina, Elisa si ritrova nuovamente al casello di prima. La voce del fast-pay, sempre eroticamente gentile, le ricorda ancora la ricevuta e le augura buona prosecuzione.
“Perché sono ancora qui? Com’è possibile? Ci dev’essere qualcosa che non va…”
Elisa indirizza nuovamente il TomTom, forse inavvertitamente ha dato un comando sbagliato e si è impostato per il ritorno al punto di partenza. Elisa riprova e riparte. Dopo un’altra mezz’ora di viaggio l’auto viene riportata allo stesso casello, davanti alla medesima cassa. La voce di Tom che dice: “Destinazione raggiunta.”
“Ma come destinazione raggiunta? Ma se sono di nuovo alla stessa uscita?”
Inutile domandare al fast-pay, è solo una voce programmata, qui non c’è nessun essere umano che ragioni col cervello suo, pure quel tizio dell’Anas fermo laggiù sembra che faccia prendere solo aria alla sua divisa. Elisa scoraggiata decide di rinunciare al suo primo appuntamento e di fare un salto al negozio dove ha acquistato Tom. È ancora in garanzia, quindi l’inserviente può revisionarlo e capire dove Elisa può aver sbagliato. Il ragazzo del negozio, un bel tipo, simpatico e cordiale esamina subito l’apparecchio comunicandole in breve la corretta funzionalità. Anche le impostazioni sono state inserite correttamente, neanche lui capisce cosa può essere successo.
Suggerisce ad Elisa di riprovare con un altro indirizzo e ripartire. Elisa - rinfrancata dalle sue parole - decide di ascoltarlo, in macchina prende un nuovo indirizzo e dà le coordinate a Tom, il quale intercetta subito il satellite e inizia a guidarla con la sua calda e suadente voce. Dopo altri quaranta minuti di viaggio imbocca nuovamente la corsia del solito casello. La voce femminile del fast-pay annuncia il buongiorno, chiede l’importo dovuto, ricorda la ricevuta e saluta nuovamente.
Elisa va su tutte le furie, non è possibile, questa storia sta diventando ridicola! Decide di tornare a casa e di collegare il TomTom al computer. Forse ha solo bisogno di un aggiornamento, può essere che sia impostato su una vecchia mappa stradale che vede l’uscita dalla città solo da quel casello. In fondo le vie cambiano in continuazione e ci sono blocchi per i lavori in corso ovunque. Al computer esegue le operazioni seguendo le istruzioni alla lettera ed effettivamente sembra che Tom avesse bisogno di nuove coordinate.
Il mattino seguente, lasciate a scuola le bambine, riprende la sua marcia in direzione di un nuovo cliente. Tom riprende la conversazione con lei, guidandola per le strade della città, per ora senza nessun problema. Solo all’ultimo momento Elisa si rende conto di essere nuovamente davanti allo stesso casello, con la medesima voce femminile che le dà il buongiorno.
“Non è possibile! Ha fatto tutti i controlli dovuti, gli aggiornamenti necessari, non è pensabile ritrovarsi ancora qui!”
La voce di Tom continua a ripetere: “Destinazione raggiunta.”
“Ma come?” urla Elisa dall’abitacolo della macchina, “torniamo sempre allo stesso punto! Come fai a dirmi che siamo giunti a destinazione? Brutto scemo di un Tom!”
E comincia a tirare pugni sull’apparecchio, furiosamente, strillando, in piena crisi isterica. “Disgraziato! Traditore! Sei peggio del mio ex marito! Tutti uguali voi uomini!”
Elisa piange. Il mondo le sta crollando addosso, la babysitter deve pagarla anche oggi e lei non ha ancora venduto nulla, peggio, non è riuscita nemmeno ad incontrare il suo primo cliente. Si lascia andare ad un pianto liberatorio. Il dolore. Il rancore verso l’uomo che amava. L’uomo che l’ha abbandonata. Non riesce a fermarsi. Non si cura nemmeno della fila di macchine che si è formata dietro di lei, dei clacson che suonano. Elisa non sente più nulla.
“Psss…Elisa…Elisa!”
“Chi è?”
“Sono Tom, il tuo navigatore.”
“Sto impazzendo, sento le voci come Giovanna D’Arco.”
“Non stai impazzendo, io funziono benissimo e tu sei stata bravissima.”
“Allora perché mi hai sempre riportato a questo casello?
“Innanzitutto perché mi sono innamorato.”
“Innamorato? Di chi?”
“Di me,” risponde la voce della cassa fast-pay del casello, “ci scusi signora, non volevamo farla disperare. Tom ed io ci siamo innamorati dal primo momento, dalla prima volta che abbiamo ascoltato le nostre voci.”
“Non potevamo stare lontani,” riprende Tom, “e poi c’era un altro motivo per tornare in questo posto.”
“E quale…”
Elisa non riesce a finire la domanda che l’uomo in divisa dell’Anas bussa al suo finestrino facendola sobbalzare.
“Signora, se ha un problema alla macchina deve comunque spostarsi da qui.”
Elisa tira giù lentamente il finestrino per scusarsi e per tentare di spiegare la situazione, ma quando alza lo sguardo rimane senza parole. Il controllore pure. Nessuno dei due riesce più a parlare, ma solo a fissarsi intensamente negli occhi. Non esiste più nulla attorno a loro. Finché la voce di Tom rompe il silenzio.
“Non volevo rovinarti l’esistenza. Tutt’altro. In bocca al lupo Elisa!”


Tratto da “Il Bit dell’Avvenire”
Anonima Scrittori- Edizioni Tunuè-

sabato 5 giugno 2010

QUESTIONE DI LINGUAGGIO di Pasquale Bruno Di Marco


“0100101001… una serie infinita di linguaggio binario. Lo schermo visualizza niente altro che scelte non rinviabili. O 0 o 1, o sì o no, tertium non datur come diceva il prof di latino. Il computer non ragiona, decide. Le sfumature sono solo l’illusione suggerita da migliaia di sì e migliaia di no che compaiono sullo schermo ad ogni colpo di mouse. Un universo inequivocabile.”
Così pensa Walter mentre spegne il pc.
Domenica mattina. Uscire. C’è il mercatino in piazza. Come vestirsi? Pantalone corto con tasche o quello lungo e zainetto a tracolla. Scarpe o sandali? T-shirt o polo? Tre cambi in rapida successione fino a che, più che altro per stanchezza, rimane in sandali, polo blu e pantaloni con le tasche. Ma anche zainetto. Esce, chiude la porta. Riapre, posa lo zainetto e prende il cappello. Chiude. Riapre. Ha scordato il cellulare.
Sole che picchia fuori, bello. Caffè. Il bar vicino casa o quello in piazza? Sms di Saverio. Lo aspetta al bar centrale.
C’è Lorena. Adora Lorena. Bel sorriso invitante e belle gambe. Simpatia reciproca e battute inevitabilmente sbagliate. “Questo non lo devo dire”. Il tempo di formulare il pensiero e subito la lingua parte in quarta. Frustrante.
Eppure in chat Walter si trova perfetto. Brillante, autoironico senza strafare, tempi giusti per piccole allusioni, riesce a reggere il gioco del contrappunto leggero, brioso, divertente. Con la tastiera davanti si sente sicuro. È il suo piano di appoggio per staccarsi in voli pindarici o, in caso di emergenza, la zattera di salvataggio sempre pronta. Senza tastiera è il naufragio.
Una sera, casualmente in una chat per iniziati, qualcuno accenna ad un progetto top-secret. Una misteriosa Agenzia cerca soggetti disposti a sottoporsi ad esperimenti per la creazione di un vero e proprio ibrido: una fusione tra uomo e computer. E’ la soluzione!
L’indirizzo corrisponde ad un club privè nel cuore del quartiere storico della città. Dopo aver fatto la tessera di prammatica, Walter entra e, come gli è stato detto, segue le frecce dipinte a terra che lo conducono nel retro. Una porta scorrevole azionata automaticamente lo lascia entrare in un ambiente dominato dalla luce bianca e netta dei neon. Gli viene indicata una stanza dove attendere. Dieci minuti ed entrano ridendo due individui pingui e paffuti. I due si siedono e, mentre uno apre un pc portatile, l’altro comincia a squadrarlo come volesse soppesarlo.
“Bene. Come lei sa già, il nostro obiettivo è quello di installare questa nuova tecnologia di bio-hardware nel corpo del soggetto, trasformandolo in una specie computer umano. Il suo corpo sarà indotto, tramite appositi stimoli, a sviluppare collegamenti nervosi così che potrà interagire con il suo bio-hardware dando direttamente ordini dal cervello.”
“Niente più tastiera, niente mouse e roba varia?”
“Nulla. Il cervello del soggetto interagirà direttamente con il cervello artificiale. Avrà la connessione internet 24 ore su 24 del tipo flat e porte USB installate sotto le unghie dei pollici e un telefonino ultima generazione in omaggio. Una nuova frontiera, eccetera eccetera e tutte quelle belle cose che si dicono in queste circostanze. Chiaro?”
Il sorriso con cui Walter aveva seguito tutta la spiegazione si rabbuia all’improvviso:
“Ma non è che in realtà voi volete trasformarmi in un burattino comandato a distanza?”
I due uomini di fronte a lui si guardano per un momento negli occhi e poi esplodono in una risata.
“Ma lei è uno spasso! Lei saprà che ormai per gli enti pubblici è d’obbligo l’autonomia, e anche per quelli poco pubblicizzati, come noi, devono saper gestire e investire. Quello che ci interessa è testare questa tecnologia per poi metterla in commercio. Ma ha un’idea di quanto varrebbe un affare del genere?”
“No.”
“E comunque le rendo noto quelli che dice lei li abbiamo già. Mai visto quei signori vestiti di nero con occhiali scuri e auricolare? L’auricolare è in realtà l’antenna con cui li controlliamo. Anzi, ogni tanto per combattere la noia, ci divertiamo a farli prendere a schiaffi da soli o a farli vestire da donna.”
“Marescia’,– interviene il dattilografo da portatile – l’altra sera stavo seguendo sul monitor proprio quello che si mette i vestiti della moglie. Ho pensato che avevamo lasciato il remote-control acceso, vado controllore e invece era spento. A quello, marescia’, ci piace proprio.”
“Vabbuo’ Gargiulo, ma ora torniamo a noi. Da domani cominceremo e la sua vita cambierà. Il suo nome in codice è Commodare 64. Chiaro? ”

Due mesi dopo Walter è un uomo felice e sicuro di se, anzi è più che un uomo, un uomo-computer e qualunque problema lo affronta senza più imbarazzi. Ogni questione è analizzata con un programma adatto e la decisione è immediata. L’Agenzia lo ha esibito in riunioni aperte soltanto ad un pubblico selezionato. Ci sono state molte prenotazioni. Peccato che l’aggiornamento del software avvenga attraverso delle supposte di bio-hardware piuttosto consistenti.
Anche nella vita privata è un successo. Con Lorena riesce a comportarsi con la stessa sicurezza e padronanza che aveva nelle chat e ormai sono coppia fissa. Affascinata dalla sua velocità di scaricamento di file musicali e cinematografici da internet, mentre fanno l’amore, Lorena può usare i suoi capezzoli come i comandi di un iPod. Walter è davvero un uomo felice.

Sei mesi dopo i viaggi per le performance sono molto diradati. Anzi da un mese non viene più contattato. Quando qualche programma si impalla e cerca di contattare l’agenzia lo fanno attendere in linea sempre più tempo. Oggi due ore e poi la linea è caduta definitivamente. Walter, esasperato, si reca nella sede del primo incontro. Entra deciso, si dirige nel retro e tenta di azionare la porta scorrevole ma inutilmente. Urla, batte i pugni e prende a calci la porta. Improvvisamente i pannelli scorrevoli si aprono mostrando due individui vestiti con un completo scuro, occhiali da sole e auricolare. Uno porta scarpe da donna. Walter capisce al volo e si precipita fuori di corsa.
Proprio sull’ingresso urta qualcuno che stava entrando. Finiscono a terra, l’altro impreca: è Gargiulo, il dattilografo del primo incontro.
“Gargiulo, sono io mi riconosce?”
“Ma sì, sei commodore 64! Tutto bene ?”
“No, non va affatto bene. E’ una tragedia. Il bio-hardware non c’è la fa quasi più. Se apro un programma di grafica, mi devo sedere altrimenti svengo. Ho paura di scaricare nuovi aggiornamenti. E se mi impallo definitivamente?”
“Avete chiamato l’assistenza qui dell’Agenzia?”
“Non mi danno più retta. All’inizio tutto bene. Ma ora prima prendono tempo, lasciano cadere la linea e non mi rispondono più.”
“Capisco, ma non posso aiutarla. A me e al maresciallo ci hanno spostato in un altro reparto. Volevano rivedere il progetto.”
“Rivedere il progetto? Ma non eravamo all’avanguardia, il bio-hardware, le nuove frontiere ecc. ecc.?”
“Certo, sempre il bio-hardware, ma lei è impostato con un’architettura di tipo binario, 01010101, e ha la CPU che lavora in modo sequenziale, giusto?”
“Giusto, e anche un hard disk interno da 1.000 gigabyte”
“Il progetto bio-hardware adesso è stato reimpostato diversamente. Il linguaggio non è più quello binario, ma è basato sul DNA e sulle sequenze dei nucleotidi A, T, C e G. Al corso di aggiornamento ci hanno spiegato che un centimetro quadrato di DNA può contenere quasi sei milioni di Terabyte di informazione. Quello che è stato installato in lei è, come dire? … una tecnologia obsoleta. Lei è un modello superato!”
“Come superato? Mi buttano via come una macchina rotta?”
“Tranquillo. C’è sempre rimedio. Le posso presentare un mio cugino che si occupa recupero di parti e…”
“Ma vuole smontarmi a pezzi? Questa è cannibalizzazione!”
“Ehhhh, cannibalizzazione, che brutta espressione. Lei, amico mio, è troppo drastico. Bisogna apprezzare le sfumature. Io preferisco dire recupero, riciclaggio, al limite di modernariato. Capisce? E’ tutta una questione di linguaggio.“

domenica 30 maggio 2010

LA STRADA di P.A.R.A.D.



«Assassini!» urla il folle.
«Cavolo, già le otto!», invece sono ancora le sei. Tutte le mattine ci dà la sveglia, affacciandosi al balcone e benedicendo la comunità con il suo personale saluto, come un muezzin dal minareto. Gli siamo affezionati, ha conquistato il perdono di tutti quelli che abitano in questa strada. Già dalla mattina, lungo il marciapiede, spunta qualche sedia a cui se n’aggiungono altre durante il giorno, tanto che il marciapiede alla fine sembra una scacchiera. I due punti di raggruppamento sono in chiara concorrenza tra loro. Si trattano con cortesia e rispetto apparente, ma in realtà sono due compagini che si dividono lo stesso terreno, pronte entrambe a fare fuoco al primo sgarro. Il malinteso è sempre in agguato. Non è strano ritrovarsi un sacco della spazzatura rovesciato volutamente in giardino, o peggio un gatto morto appeso sull’uscio di casa, normale routine per noi della strada. Nei punti in cui si formano questi raduni spontanei, si celebra il sacro rito della condivisione, soprattutto quello dei cacchi altrui. Il forestiero che si trova a passare da quelle parti è scrutato con sospetto, studiato per capirne le intenzioni. L’altro giorno, mentre entravo in casa, ho visto una donna suonare al citofono di fronte e il vicino uscire e fermarsi a chiacchierare con lei. Sono uscito dopo una decina di minuti e mi sono accorto che tutti i vicini erano affacciati alla finestra con gli occhi puntati su di loro. Sembravano condor in attesa di sbranare una carcassa. La malcapitata sarebbe stata argomento tra gli argomenti della prossima adunata. Qui si fanno dei film incredibili, nell’arco di otto ore puoi passare da eroe a coglione. La tua credibilità e rispettabilità dipende dagli umori del vicino. Io non mi impiccio di solito. C’è solo un momento che non mi perdo mai: l’apparizione della vicina, una ragazza ucraina, che con questa calura estiva ogni giorno si dà appuntamento davanti al tubo di gomma. Una doccia in giardino in reggiseno e perizoma. Per lei è naturale, o almeno voglio crederlo, perché rimango per un quarto d’ora a pulire la stessa finestra. Mezz’ora dopo è sul balcone a stendere la biancheria, poco più vestita, e mi tocca pulire anche la finestra di fronte. In estate ho sempre i vetri più splendenti di tutta la strada. Oggi il pensionato spazza il cortile davanti ai garage e raccoglie 14 viti piccole, 2 grandi, 16 rondelle, 4 chiodi, 6 bulloni e 3 graffette arrugginite; le mette in fila e urla a tutti che potrebbero bucare una ruota. Nessuno risponde mai. Stasera, mentre le sedie di plastica e le sdraio di tela rientrano nelle rispettive abitazioni, quattro ragazze vicine di casa, tutte separate, si dirigono verso una macchina parcheggiata. Parlano a voce alta, anche se sono a meno di un metro l’una dall’altra. Ci tengono che tutta la strada sappia che stanno andando in un nuovo locale di tendenza appena aperto sulla spiaggia, tanto per stasera i figli sono affidati ai nonni, alle televisori e alle playstation, non necessariamente in quest’ordine. I padri, questi strani inevitabili incidenti, orbitano intorno agli affari loro e non possono essere presi in considerazione. O non vogliono. Quella seduta al posto di guida annuncia a voce squillante che da poco se lo è ripreso in casa dopo la separazione, ma che adesso quasi quasi lo caccia di nuovo. Le amiche ridono, anche loro con un volume sufficiente per farlo sentire a tutti. Tanto qui tutti sanno tutto di tutti. Le pareti delle case sono sottili, le liti, come le riappacificazioni sono patrimonio comune. Più le liti però. L’altro giorno lei chiedeva i soldi a lui, che ha cominciato ad alzare la voce. Non capiva perché fosse necessario spendere tutti quei soldi per il figlio. Era il loro regalo di maturità per il ragazzo, uscito col massimo dei voti, aveva spiegato lei. «Embe’? Ha fatto il suo dovere» aveva risposto lui. Ogni tanto qualcuno prova ad alzare la voce anche con me, nascosto nel suo appartamentino, perché sanno che può essere pericoloso prendersela con una montagna di muscoli. Vengo dalla Romania e la gente qui mi chiama Cezar. Non è il mio vero nome, quello è rimasto al mio paese insieme a vecchie storie. Pochi sono gli amici. Per vivere e mandare un po’ di soldi ai miei, faccio tutti i lavori che posso. La donna che dorme nel mio letto si chiama Loretta, è italiana e fa l’estetista, ha un negozio qui nel quartiere. Tempo fa andai da lei perché volevo cancellare due tatuaggi, uno sul braccio ed uno sulla gamba. Lei si è offerta di farmi anche la ceretta, dicendo che gli uomini con i peli sulle spalle perdono metà del loro fascino. Dalla sua piccola tivù mi ha mostrato gli atleti dei mondiali di nuoto. «Guarda che fisici, neanche un pelo. Ma te li immagini con la schiena coperta di peluria?». No, non me li immaginavo, in realtà non ci avevo mai pensato. Mica sono un campione di nuoto.
Ho guardato i suoi occhi: neri e profondi di una bella donna. Adesso è la mia donna. Ha deciso di curare il mio aspetto, piccole cose: una camicia a tinta unita piuttosto che a quadri, il giubbotto marrone piuttosto che blu con righe bianche sulle maniche, niente più berretto di lana e calzini bianchi. Ora la gente non si scansa più come prima. E questo un po’ mi dispiace. Fa molto caldo stanotte, mi alzo, tanto non riesco a chiudere occhio. Mi metto comodo sulla sedia a sdraio che entra a stento sul balconcino e mi godo il fresco e l'umidità notturna, il buio, il silenzio... Quasi ci starebbe bene una sigaretta, ma ho smesso di fumare e mentre penso agli affari miei, o anche a nulla, vedo quel coso peloso e antipatico della vicina frugare nella siepe. La cosa mi incuriosisce, anche se non so perché. Mentre rientravo per cena ho colto una conversazione tra i vicini. Parlavano del folle dal buongiorno assassino. Qualcosa a proposito di dosi aumentate, ma inutilmente. Ho sentito parlare di familiari assenti, casa di cura, ospedale psichiatrico. Me lo aspettavo da tempo. Peccato, da domani dovrò mettere la sveglia.

venerdì 21 maggio 2010

SCUSA, MA TI VOGLIO SPOSTARE di Ande Di Luna


Anna lo diceva sempre al suo spazzolino ogni mattina, mentre, tra il profumo, lo yogurt, lo specchietto e le chiavi della macchina, cercava di districarsi dalla trappola domestica che si ostinava a trattenerla dalla corsa al lavoro. Femminista. Postmoderna.
A volte dimenticava l'esordio e cancellava 'Scusa'. E intanto lui era finito in terra, primo di una scia di oggetti pronti a tracciare verso l'emancipazione il tragitto del nuovo giorno.
Le sette e mezza.
Via, una saetta, per non arrivare tardi, per non arrivare presto, a colpi di infrazione al Codice. Stradale, civile, penale. Subito una canzone ad aprire altri orizzonti, luoghi senza ostacoli, distanze prive di materia, fotografie tutte da comporre e tutte a colori. In un attimo, le nove. Radio Radicale in ufficio. Strano.
Le disse il capo che doveva partire, seguire altrove un nuovo progetto, per un po'. E sul lungofiume città sulle sponde al crocevia tra religioni più o meno laiche.
Non conosceva le lingue, non aveva forza abbastanza per la sua valigia, nemmeno avrebbe potuto difendersi, se si fosse trovata in difficoltà. Pensieri: tutti lì, dietro la pianta sempreverde sulla scrivania. Meglio tacere, restare a osservare quello stato di calma apparente in cui tutto sembrava possibile ad Anna, ai suoi movimenti misurati, ai passi sul ritmo della sua serenità. “Scusa, ma ti voglio scortare”, le avrebbe detto. Doveva, invece, tornare in sede. Senza di lei. Le dodici e mezza. In Italia. Le nove e mezzo. Alle...Mauritius, tanto per dirne una.
Prenotare il volo non stava a lei, la segreteria era molto efficiente. Un pranzo veloce a breve, per non appesantirsi. Studiare ancora un modo nuovo di ignorarsi tra i corridoi. Lavarsi i denti nel bagno aziendale.
“Scusa, ma ti voglio spostare”, disse Fabio alla foglia di insalata sbriciolata tra gli incisivi mostrandole, con aria minacciosa, il filo interdentale, ma pensava, in fondo, che era tutt'altro quel che voleva decollocare dal contesto genitale: il capo di Anna, per esempio, avrebbe voluto appenderlo sulla trave della gru più alta, vicina alla vetrata del grattacielo, durante uno di quei nubifragi che fanno piazza pulita di automobiliste e di bambini nei parchi sull'Appia, quando si abbattano sulla capitale facendo un ebbro slalom tra gli alberi; il capo del governo, per esempio, lui e tutto il suo stuolo indeterminato di popolo e di servi; il maestro della scuola di salsa, lui e quei suoi sculettamenti così gratuiti e graditi alle donne. Grrrrrrrrr.
Le diciassette. Anna aveva già spostato tutto. Ogni piano della sua libreria mentale vedeva già ogni nuova cosa al suo nuovo posto. Mancavano, intorno, solo il meridiano e il parallelo giusto. La destinazione, l'avrebbe saputa solo il lunedì. Il quotidiano in borsa pronto all'uso durante la fila alla cassa del supermercato. Strisce rosse, manchette, campagne di pubblicità sociale, una giornata internazionale celebrata come ogni anno. Qualche telefonata c'era stata, senza dubbio, spesso mentre guidava. Parole di troppo, manovre azzardate, affrettate, urla talvolta, oggetti volanti, spintoni. Una stabilità matronale le scuoteva costantemente ogni coriandolo di sé dentro l'invisibile, piccolo e dispari cerchio simbolico che portava ancora a futura memoria. Tina Modotti tra le pagine, pagine firmate ormai persino dai magistrati del Csm.
Le sei e un quarto, l'orario verbalizzato in calce alla denuncia. Lo stesso del volo che la segretaria le aveva prenotato per Port Saint-Louis, che coincidenza.
“Scusa, ti posso aiutare?”, le aveva domandato un tipo in aeroporto. E intanto la polis immaginaria si rifletteva nel suo sguardo senz'ombra, né lividi.
Più, mai.
Il suo corpo, la sua casa, la sua memoria, tutto il suo tempo, i libri, i film e la musica. Ma soprattutto lui. Era Fabio che voleva spostare.
Anna lo diceva sempre anche al suo spazzolino ogni mattina, mentre, tra il profumo, lo yogurt, lo specchiatto e le chiavi della vita, cercava di districarsi dalla trappola domestica che si ostinava a trattenerla dalla fuga dal delirio. Maschilista. Premoderno.
A volte dimenticava l'esordio e cancellava “Scusa”, ma era lui che voleva spostare. E intanto era finita in terra, la vita, ultima e prima d'una scia di briciole pronte a tracciare verso la prigionia il tragitto della schiavitù.
Le sette e mezza. Alle Mauritius, però.

sabato 15 maggio 2010



IN VIAGGIO di NAIMA


In auto, sulla via del ritorno, dopo un fine settimana passato fuori, con ancora il profumo del vento tra i capelli e le guance arrossate dal sole. Fa caldo. Lui, alla guida, è concentrato sulla strada, accende lo stereo senza guardare, è un gesto meccanico, non bada veramente a ciò che gli altoparlanti diffondono. Lei, reclina il capo all'indietro sul sedile e si rilassa beata. Non si parlano, ognuno è immerso nei propri pensieri; sono vicini fisicamente ma con la mente distanti, è come se viaggiassero soli: sono le anime ad aver preso strade differenti, chissà quanto tempo fa, fino a non riconoscersi; ciascuno dei due potrebbe fare a meno della compagnia dell’altro in qualsiasi momento, eppure sono insieme.L'atmosfera tuttavia è serena. La musica invade l'abitacolo dell'auto e fa da colonna sonora al paesaggio. Lei conosce questo brano molto bene e ne segue con la mente ogni nota, ogni sfumatura, la musica le procura un'emozione che si espande per tutto il corpo, è completamente immersa nei suoni, ne fa parte. Un brivido sottile e piacevole le increspa la pelle."Hai la pelle d'oca, hai freddo?" Le chiede un po' incredulo, visto il caldo che fa. "Sì - risponde lei - un brivido di freddo, forse l'effetto del vento sulla pelle accaldata...".Strano che l’abbia notato. Lui si accontenta della risposta dimenticandola pochi attimi dopo. Non si parlano più di nuovo: tra loro solo la musica. Lei torna a rilassarsi, poggia il capo sullo schienale, chiude gli occhi ed assapora il brivido di piacere che la percorre: sorride fra sé e sé: "...è la musica - pensa - semplicemente la musica...".


WIRELESS di Anna Profumo
Si connette anche oggi è una presenza rassicurante. Appare in basso, di lato, nel video del portatile.Una finestrella lo annuncia: pc-carlo, vuoi connetterti?.Lo ignoro come sempre, come quel giorno che l’ho scoperto intrufolarsi tra i file del mio computer.
Gli piace partecipare così della mia vita e predilige la corrispondenza e-mail.Per caso: ero in chat con una ragazza che frequentavo, completamente rincoglionito, la conoscevo da pochi giorni e per me tutto quello che diceva appariva la cosa più importante al mondo.
Aveva appena scritto qualcosa scatenandomi dentro un momento di tenerezza. Digitai con la tastiera alcune parole zuccherine che sparirono nel momento in cui stavo per schiacciare invio. All’inizio non ci feci caso, pensavo ad un errore di connessione, ma al decimo tentativo vidi la freccina del mouse che si muoveva veloce, io non avevo impugnato il mouse.
Pestavo sulla tastiera nel tentativo di fissare quelle parole importantissime, ma continuavano a sparire. Ingaggiai una sfida di velocità. Non riuscivo a dire alla donzella che l’avrei accompagnata volentieri alla festa dell’amica. Per me in breve divenne una questione di principio, mi sentivo un cavaliere medioevale impegnato in un torneo di destrezza. Avanzavo indomito e quello con un colpo di spugna mi rispediva al punto di partenza. Andammo avanti così per una mezz’ora credo. Il tempo era divenuto un fattore secondario. Dovevo inviare il mio prezioso messaggio, rassicurare la ragazza e scatenarmi in tutta una serie di gesti inconsulti che mi avrebbero scaricato.Lui continuava ad essere veloce. Io scrivevo ed inviavo. Lui più veloce. Io scrivevo ed inviavo. Lui più veloce.Oggi forse riuscirò vincitore.
Sarebbe stato meglio telefonarle, di quella ragazza, non ricordo più il nome..


MUSCHIO E CANZONI di Aldo Ardetti
Arrivò il sospirato diploma e la voglia di una vacanza, di andare all’avventura dopo le letture beat sulle panchine della piazza. Sì, ma il money? Non ti preoccupare aveva detto Mario, rassicurandomi. E così riempimmo gli zaini rimediati a Porta Portese e, sul Raccordo anulare di Roma, iniziò il nostro on the road. In Toscana ci sfamammo con la frutta dei campi, soprattutto con le more dei gelsi. Non udimmo abbai o colpi di doppiette. Riuscimmo a raggiungere il confine con l’Austria. Al Brennero attraversammo il confine in treno fino a Innsbruck dove, per curiosità, avrei controllato le piastrelle rosse della stazione ferroviaria descritte in un famoso romanzo. C’erano ancora quelle. Alle mie spalle sentii fischiettare ’O sole mio ma la persona, dall’aria paesana, decise di non darmi ascolto. Abbandonai l’impresa deluso. Mi sentii tradito.
Lo stomaco iniziava a lamentarsi e anche la vescica. Chiedemmo del bagno in un negozio che vendeva kartoffeln ma ricevemmo un nein e uno sguardo inceneritore: italienisch. Allora decisi di risolvere il problema in maniera semplice e sbrigativa. Mi guardai intorno e, scrutato il mercato coperto, mi diressi verso un angolo che assicurava riparo.
L’autostop per München non funzionò e – capita l’antifona – battemmo in ritirata, tornammo in patria. Ci fermammo in un campeggio di Firenze, lungo la salita che porta a Piazzale Michelangelo, dove fummo accolti da Azzurro cantata da Celentano. Il juke-boxe suonava quel disco a ripetizione. Gli ospiti – soprattutto gli stranieri – non ne potevano più.
A Innsbruck, qualche mese più tardi – in un angolo del mercato coperto – ci sarebbe stata la raccolta di vero muschio per il presepe del vicino Natale. “Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me…” cominciai a cantare insieme alla figlia di un militare americano della Nato di stanza in Germania.

sabato 8 maggio 2010


PUBBLICITA’ OCCULTA di Andrea Coffami

Io lavoro per una casa editrice. Mi chiamo Giovanni ed ho i peli sulla schiena. Il mio lavoro è un partime dal lunedì al giovedì, dalle 7 del mattino alle 10 e dalle 12 alle 14. Nelle due ore di buco non passo fare nulla di che, ma sono libero e mi godo la mia libertà. Di solito mi appoggio in libreria e mi leggo i romanzi a puntate. Dico a puntate perché mi leggo ogni giorno una ventina di pagine dello stesso libro. Entro alla Feltrinelli, mi sorseggio un the e mi sfoglio le pagine di qualche classico, tutti libri che poi non compro, tanto stanno lì, come se fosse una mia libreria personale, meli leggo pian piano ma senza acquistare mai nulla, li considero miei. Il mio lavoro consiste nel prendere la metro, arrivare al capolinea, uscire dal vagone, prendere la stessa metro ma in direzione opposta, arrivare all'altro capolinea, cambiare linea metro ed arrivare al capolinea della seconda linea metro, uscire dal vagone e ritornare indietro. Così ogni giorno dalle 7 alle 10 e dalle 12 alle 14. Naturalmente non devo fare solo questo, io lavoro per una casa editrice, una di quelle “famose” di quelle che “vendono”, di quelle che hanno autori che vanno in tivvù, quindi, una volta in metro mi devo ricordare di tenere bene in evidenza il libro che sto leggendo, solitamente mi affidano le nuove uscite. È pubblicità subliminale. Devo essere come un attore: devo saper piangere se il libro è drammatico, devo ridere fino alle lacrime se il libro è comico, devo spaventarmi ed ogni tanto chiudere il volume (come se fosse posseduto dal demonio) nel caso si tratti di un romanzo horror, devo mettere in evidenza la mia erezione se sto leggendo un libro erotico, devo iniziare a parlare di luoghi comuni e malcostume italiano con il malcapitato vicino, se sto leggendo un saggio politico di qualche giornalista televisivo. È un lavoro semplice e redditizio che mi permette di vivere decentemente. Siamo parecchi a fare questo lavoro, solo nella mia casa editrice ne siamo una decina. Quindi: quando vedrete un ragazzo che nella metro è immerso in qualche lettura e sembra pure soddisfatto di quello legge, pensate pure tranquillamente che si tratti di un pubblicitario.



IL BINOCOLO di Daniela Rindi

Togliere il binocolo dalla custodia e seguire attentamente le istruzioni.
Regolare la distanza fra gli occhi. Consigliamo di usare il polpastrello della mano destra. Togliere i coperchi, operazione indispensabile, e regolare il binocolo con entrambe le mani muovendo l’unità lentamente. Effettuare la regolazione guardando attraverso il binocolo fino a quando il campo visivo diventa un unico cerchio.
Portare il soggetto a fuoco, consigliamo la prima cosa che vedete davanti, che non sia troppo vicina, però, altrimenti il binocolo non serve. Guardando attraverso il binocolo con entrambi gli occhi, girare la rotella per la messa a fuoco fino ad ottenere la messa a fuoco ottimale del soggetto.
Decidere prima cosa si vuole vedere: un paesaggio, un animale, una donna, un affare allettante, la scelta è varia, è questione di gusto personale e usare l'oculare sinistro per mettere a fuoco. Girare la rotella per la messa a fuoco guardando con l'occhio sinistro attraverso l'oculare sinistro e mettere a fuoco fino a vedere chiaramente il soggetto desiderato. Naturalmente la stessa operazione la potete eseguire con l'occhio destro, se siete orbi del sinistro. Girare il comando di regolazione diottrica guardando con l'occhio destro attraverso l'oculare destro, fino a che lo stesso soggetto non sia a fuoco. Una volta terminata l'operazione della messa a fuoco, godere tranquillamente del soggetto avvistato. Non c'è limite di tempo, luce permettendo. Allungare il binocolo alla persona al vostro fianco, questa dovrà ripetere l'operazione partendo dal punto 1. Passare le istruzioni.
Avvertenze particolari:se il binocolo dovesse cadere, raccogliere i resti, buttare nella spazzatura e acquistare nuovamente. Per una corretta conservazione: dopo l'uso, riporre l'oggetto nella sua custodia originale.



LA TINTA di Pasquale Bruno Di Marco

Allora, aprire i contenitori, mescolare il prodotto, applicare, …attendere… risciacquare… è la prima volta che uso ‘sta tinta… mah! quella ha insistito “spendi troppo per capelli, ti porto prodotto da mia terra buono e costa poco”… machittelacchiesto! Io poi non riesco a dire di no… speriamo che non bruci… e che non dia prurito… altri due minuti… … che sensazione curiosa… tolgo l’asciugamano… sembra tutto a posto… il colore non è granché… mi sarebbero piaciuti un po’ più scuri… toh! mi è sembrato che siano diventati più scuri… non è possibile… eppure… vabbene, allora li vorrei proprio neri… azz! so’ diventati neri corvini… che fica ‘sta lozione! Un’altra prova: rossi!… so’ diventati rossi da non crede’… ancora: biondo! Che fico!… Un’altra prova: ricci! dai!… adesso li vorrei lisci, lisci, liscissimi! Troppo fico: i capelli a comando! Metto un po’ di crema… oh una ciocca s’è allungata e ha preso la crema… ci riprovo: spugna!… troppo fico! Faccio una prova, vado in cucina, mi siedo e ...dai! I capelli sparecchiano, lavano i piatti e mettono a posto… e io mi posso rilassare. Anzi, magari mentre fanno le pulizie io ripasso quei passi di danza che proprio non mi vengono. Metto il cd e vai con la musica, ma che?… I capelli mi avvolgono e mi fanno muovere a tempo con la musica e i passi perfetti! Fico! Oddio, pure troppo, invece di una ballerina mi sembra di essere una marionetta. Però sono contenta, si festeggia, faccio una cena, mi piace troppo cucinare. E vai: pasta con le sarde! No! I capelli fanno tutto loro, non riesco a fare nulla, uffà! Preparo il secondo… No! Ancora i capelli che mi anticipano. Non vale, così non mi piace. Io che faccio?

Ciao, sei tornato.
Dai, non fare quella faccia, per favore. Sto così male tutta rasata? Va pure di moda, no?
Si, si, colpa di quella tinta... non mi piaceva come erano venuti i capelli… troppo…invadenti!
NO, non la buttare!
Magari… quando mi ricrescono i capelli… ci riprovo!