mercoledì 14 luglio 2010

INTOLLERANZA di Daniela Rindi

-Avete pane azzimo?- L’inserviente mi guarda perplessa, -no, non è il nome di un animale, è un pane senza lievito, se fosse ebrea o intollerante come me, lo saprebbe!-. –No, non l’abbiamo!-, risponde scocciata, evidentemente non ebrea. Esco e riprendo la mia ricerca, -non si trova un cazzo in questa cittadina di merda!- penso tra me e me educatamente. Un grosso cane randagio mi guarda e sbadiglia, -si lo so, è più facile vivere da cani, che non avere problemi con i lieviti- puntualizzo al rognoso quadrupede.

Mi sa che anche oggi mi tocca saltare il pranzo. Non ho tempo per tornare a casa. Mi mette tristezza girare questa città, perché non c’è niente di bello da vedere. I negozi sono pochi e le vetrine stracolme di vestiti ordinari e volgari, non c’è illuminazione che metta allegria, a guardare le facciate delle case sembra di scorrere il museo degli orrori. Ogni palazzotto è decorato e imbellito da figure diverse, putti rosei o nanetti variopinti, colonne corinzie, finti architravi, una follia, un insulto all’arte e all’architettura! Eppure gli abitanti ne vanno orgogliosi, ma fanno male, sono quasi meglio le costruzioni anonime e squadrate di Mussolini, almeno sono coerenti.

Non parliamo degli abitanti…sembra che la bruttezza si sia data appuntamento in questo luogo. Va bene essere zotici, non avere cultura, educazione perché la maggior parte è povera gente, ma essere anche brutti no! Eppure a pochi chilometri da qui, hanno avuto i natali Manuela Arcuri, Tiziano Ferro! Mi siedo su una panchina al sole e faccio un gioco: apro e chiudo gli occhi facendo cadere lo sguardo sulla prima persona che passa…mai una bella faccia, non è possibile! E’ proprio il paese degli orchi. Alla scuola materna di mia figlia c’è una bambina, che tutte le volte che guardo mi viene da sorridere, assomiglia troppo a Fiona, la moglie di Shrek.

Ci rinuncio e continuo la mia marcia alla ricerca di qualcosa di commestibile, che non sia vietato. Da quando ho questo problema intestinale nutrirmi è diventato un inferno, peggio che fare il giro d’Italia in bicicletta. Troppi divieti, che paradossalmente mi hanno fatto pure ingrassare. Ma non mi devo lamentare, devo ricordarmi che c’è sempre qualcuno che sta peggio di me e devo rispettarlo, non lagnando inutilmente.

Entro in un alimentari pieno di gente, al banco c’è da prendere il numeretto, solo che me n’accorgo solo dopo dieci minuti. Quando sta per toccare a me, perché ho contato i presenti, una signora allunga il braccio sul bancone e con il numero novantasei fa il suo ordine. Io reclamo, -Lei signora è dopo di me!- -Ma io ho il novantasei, prima c’era il novantacinque e dopo di me il novantasette!-. Non fa una piega, conosce la numerazione, almeno quella da uno a cento. Non so se ritirarmi educatamente o mollarle un calcio negli stinchi e un cazzotto nello stomaco. Decido di non comprare la bresaola, alimento permesso, ma tanto non ho il pane azzimo, ed esco.

Forse faccio ancora in tempo a passare in posta, devo pagare la bolletta della luce. Davanti alla macchinetta dell’emissione dei biglietti pigio il mio tasto, -pagamento utenze- e una scia di foglietti esce ribelle da quella bocca. Completamente avvolta, scelgo il numero più basso, il centouno, conosco la numerazione, ma io da cento in su e mi metto in fila.

Ho tempo a sufficienza per guardarmi intorno, non c’è modo, sono tutti brutti. Dopo una fila interminabile che mi ha messo anche un po’ fame, tocca a me. La ragazza dietro al vetro mi fa degli strani cenni, io urlo –Ehhh?.. Non sento!-, -Non si accettano più numeri dal cento in poi!-. –Cosa?, ma se sono stata in fila per più di un ora, la macchinetta mi ha consegnato il numero centouno!-. –Mi spiace è la prassi, dopo il cento non operiamo più, poi c’è l’avviso attaccato fuori!-. La rabbia sta prendendo il sopravvento, devo decidere se andarmene dimessamente o afferrare la ragazza per il collo, e strangolarla dalla piccola fessura. Decido di evacuare la zona, tanto la bolletta può aspettare, esco.

Sono nuovamente per strada, oramai non ho più speranze di trovare il pane azzimo. Entro in una rosticceria e mi compro: due supplì, due arancini, tre fiori di zucca fritti e tre filetti di baccalà…al diavolo l’intolleranza!

sabato 10 luglio 2010

PALCHINPARCO MON AMOUR di BdM

E’ il giorno prima del gran giorno.
L’attività per i preparativi ferve e i membri del FalSTAFF sudano sotto il sole e sotto la direzione di Daniela che, sorridendo, impartisce ordini. Paolo allunga i cavi per l’alimentazione elettrica dal palco alla console. Carlo ricontrolla la scaletta. Franca prepara i giochi per i bambini consultando l’ampia bibliografia a disposizione. Leonardo, arrampicato su un albero, monta lo striscione. Gabriele trasporta cose varie nonostante il dito ingessato. Laura prepara le schede per la catalogazione degli artisti. Bruno si aggira nel parco con espressione concentrata ed indaffarata.
Verso sera qualche ospite comincia già ad arrivare, dormiranno qui per essere pronti domani. Arriva anche Eugenio carico di attrezzature varie, con tanto di cuscino personalizzato. Peccato che abbia dimenticato il pigiama. No problem, dormirà con un lenzuolo avvolto a mo’ di toga con cui si aggira la sera da una stanza all’altra della casa di Daniela con ammirevole nonchalance. La notte trascorre tranquilla, anche se sono pochi gli emuli del principe di Condè di manzoniana memoria e spesso ci si ritrova in cucina a chiacchierare. Paolo ne approfitta per passare due prese in più anche lì, buone per preparare la colazione.
L’alba radiosa dell’indomani è la promessa di un giorno memorabile.
Ultimi ritocchi e prime accoglienze.
Daniela, vestita in perfetto stile “casa nella prateria” gira distribuendo altri ordini e altri sorrisi. Il parcheggio, sotto la direzione del dito inflessibile e ingessato di Gabriele, comincia a riempirsi, mentre le squadre di recupero degli ospiti dispersi per la campagna romana sono in allerta. Paolo allunga altri cavi per alimentare le varie postazioni. Franca prepara palloncini e giochi vari. La scaletta viene rivista ancora per nuove esigenze appena comunicate. Leonardo continua ad arrampicarsi su alberi appendendo cartelli ed avvisi vari. Laura cataloga anche gli ospiti accompagnatori. Bruno dovrebbe pulire i bagni ma, con espressione seria e indaffarata, si ricorda che è allergico proprio a quei prodotti che si usano nei bagni chimici.
Finalmente si comincia sotto il sole di mezzodì di un luglio felice di essere il mese più caldo dell’anno. Le performance si susseguono. Tutto bene, pare. Paolo, intanto, continua a tendere cavi, ogni cespuglio deve avere il suo punto luce e la sua presa per ricaricare telefonini. Franca insegue i bambini proponendo giochi vari, ma quelli sono interessati solo a fare gavettoni con i palloncini e tirarseli addosso. Intanto i pittori espongono e dipingono, i cantanti cantano, i poeti problematizzano. Richiesta di modificare la scaletta. Posticipare perché all’ora prevista il sole illuminerebbe il poeta performer dal lato sbagliato. In alternativa ruotare il palco. Carlo annuisce senza espressione. Un altro chiede di poter leggere tutto il suo poema (480 pagine!) perché solo così se ne capirebbe la grandezza. Daniela gli sorride amabile mentre gli porge un caffè pieno di sonnifero. Leonardo, da sopra l’albero dove sta appendendo l’ennesimo cartello, si accorge che Gabriele, oltre al dito ingessato, presenta una leggera zoppìa, ma quello fa segno che tutto è sotto controllo. Laura, intanto, cataloga anche gli animali presenti. Bruno si aggira per il parco con l’espressione sempre più indaffarata, anche se nessuno ha capito cosa stia facendo esattamente.
Carlo, dovendo modificare per l’ennesima volta la scaletta, ha deciso di scriverla in endecasillabi perfetti per poi inserirla nella raccolta “A luglio, di sabato si va necessariamente al mare!” di prossima uscita.
Paolo sta portando cavi elettrici anche a casa dei vicini, distante due chilometri, non si sa mai. Leonardo sopra l’ennesimo albero grida qualcosa a Gabriele, ma quello gli fa segno che non riesce a sentirlo perché ha cominciato ad accusare un leggero abbassamento delle facoltà uditive ma, tranquillo, sicuramente è una cosa transitoria, almeno spera. Franca, completamente fradicia, mormora qualcosa a proposito di Erode. Meglio non indagare. Daniela sorride ancora. Il dubbio viene. Non è che sia una semiparesi facciale?
Finalmente sera, poi notte. Ultime esibizioni, ultimi applausi.
Il FalSTAFF si riunisce a godersi il fresco e la stanchezza satolla di soddisfazione. Carlo ne approfitta per recitare a voce alta la versione in versi della scaletta appena composta scatenando l’entusiasmo ammirato di tutti, anche di Gabriele, nonostante abbia cominciato ad accusare anche una leggera forma di lombosciatalgia, e di Leonardo che orami usa le funi come liane spostandosi da un albero all’altro. Bruno giace su una sedia con espressione di chi ha passato tutta la giornata impegnato a fare la faccia concentrata ed indaffarata e la cosa ha consumato tutte le sue energie. Paolo cerca di convincere una delle espositrici attardatasi che starebbe benissimo con dei cavi elettrici avvolti intorno al corpo e delle prese a mo’ di orecchini. Laura sta catalogando tutte le piante e tutti gli insetti presenti nel parco. Franca infila spilloni in pupazzi con sembianze di fanciulli recitando strani mantra in lingue sconosciute.
Tutto è andato bene: siamo sopravvissuti. E’ l’ora del riposo.

domenica 4 luglio 2010

COME IN UNO SPECCHIO di Naima


Laura sale in auto, come ogni mattina, per andare al lavoro. Ogni giorno compie quasi le stesse azioni: attraversa di corsa il cortile del parcheggio condominiale perché ha sempre qualche minuto di ritardo, infila rapida le chiavi nel cruscotto, mette in moto e poi in retromarcia fa scivolare via, veloce, l'auto dal suo posto; mentre guarda nello specchietto retrovisore inforca gli occhiali da sole, accende la radio e riparte.
Durante il viaggio si arrabbia perché non trova una stazione radio dove trasmettano della musica decente: tutta pubblicità, chiacchiere inutili... Si diverte a pensare ad un'altra donna che compie le stesse azioni che compie lei ogni giorno, nello stesso tempo ma con esiti diversi.
Allora questa è la storia di due donne, Laura A e Laura B. Le due donne vivono nella stessa città, fanno lo stesso lavoro sebbene in due aziende diverse, hanno scelto la stessa auto, hanno lo stesso piccolo neo sul naso, gli stessi piedi delicati, così come gli occhi grandi e scuri; entrambe hanno pianto guardando Holly Golightly che cercava il Gatto sotto la pioggia, riso per le battute di Flavio Oreglio, letto "L'insostenibile leggerezza dell'essere"; da bambine hanno sognato di diventare come Carla Fracci; tutt'e due hanno un uomo accanto e qualche corteggiatore; qualche segreto, qualche dolore...
Torniamo indietro a quella mattina: Laura A e Laura B fanno uscire l'auto dal parcheggio condominiale in una rapida retromarcia, inforcano gli occhiali da sole; mentre infilano la cintura di sicurezza con una mano, con l'altra accendono la radio: durante il viaggio Laura A non riesce a trovare una stazione che trasmetta musica decente; durante il percorso Laura B trova subito una stazione che trasmette uno dei brani che le piace ascoltare in questo momento - "Si tu no vuelves" Di Miguel Bosè, in una nuova versione cantata in coppia con Shakira - e questo le fa pensare che è proprio un bel modo di cominciare la giornata; Laura A ha fatto lo slalom tra la pubblicità di tutte le stazioni radio, alla fine si accontenta di ascoltare l'oroscopo di Branko e le stelle - che tra l'altro detesta - ed immagina la vita di un'altra Laura che al primo colpo trova la stazione radio che le piace, il lavoro che la gratifica, l'uomo che la fa sentire amata, realizza i suoi sogni...Laura B nel ritenersi soddisfatta di se, prova ad immaginare come sarebbe diventata se non avesse trovato sempre al primo colpo la radio che le piace, se non avesse avuto la fortuna di avere accanto un uomo che l'ama ancora come il primo giorno, se non facesse un lavoro che la gratifica, se non avesse realizzato i suoi sogni...
Le due Mercedes Classe A sono una di fronte all'altra al semaforo rosso. Quando scatta il verde sfrecciano l'una accanto all'altra: Laura A e Laura B incrociano gli sguardi, qualcosa di subliminale attraversa il loro cervello, una sensazione familiare... ma resta a livello incosciente. La giornata di ognuna scorre come sempre, come ogni altra giornata della loro vita...

domenica 27 giugno 2010

...venghino, siori, venghino...


SABATO 3 luglio 2010I° EDIZIONE DEL FESTIVAL ARTISTICO-LETTERARIO "PALCHINPARCO"(Via Campoleone Tenuta 7, Aprilia, Latina)In un’amena località dell’agro pontino si svolgerà una piccola Woodstock casereccia musical poetico letteraria immaginifica, una “all day long”, dalla mattina alla sera, da trascorrere sdraiati sul plaid ad ascoltare, esibirsi, mangiare, bere e divertirsi.Lo scopo principale di PALCHINPARCO è quello di promuovere la letteratura italiana, dimostrando che esistono numerosissimi autori, per vari motivi non ancora noti o poco noti al grande pubblico, che svolgono con passione un’intensa attività letteraria e che percorrono con grande coraggio, dato che nel nostro paese l’ambito “artistico” in generale e quello letterario in particolare sembrano essere relegati a un ruolo del tutto marginale, il cammino della scrittura, raggiungendo in molti casi traguardi qualitativi notevoli e, proprio per questo, da valorizzare e incoraggiare. PALCHINPARCO vuole dunque essere un primo tentativo di dare più visibilità a questi autori e alle loro opere. Come suggerisce il nome dell’iniziativa, però, PALCHINPARCO non vuole limitarsi al solo campo letterario: vuole infatti promuovere anche le attività, non meno preziose e importanti, di musicisti, artisti dell’immagine e attori che si alterneranno su un palco in mezzo a un giardino. Saranno dunque ospitati laboratori di scrittura per bambini e ragazzi, dimostrazioni di arte orafa e pittorica, concerti, performance teatrali, proiezioni video. Faranno da sfondo campi di grano appena trebbiati, alberi da frutta, cani e gatti.Se sei interessato scrivi un messaggio di posta elettronica a:palchinparco.info@gmail.com specificando il genere artistico in cui ti vuoi cimentare.

sabato 26 giugno 2010

UNA FAVOLA di Anna Profumo


Questa è la storia di un lungo viaggio che iniziò un giorno, ma non ancora concluso.

La ragazza aveva nella testa grandiosi sogni, nel cuore un immenso amore, nel ventre tanto spazio e ai piedi una lunga strada. Il destino la portò via dal paese di nascita per trascinarla oltre il mare, in una nuova terra dove il sole invece di sorgere sull’acqua vi tramonta.

Non sapendo bene come vi fosse giunta, ma come capita a molti, pensando di arrivare da un'altra parte scoprì ben presto la particolarità del luogo. Si trovava espressa nell'inscrizione incisa sulla pietra del palazzo principale del paese, tra un sole ed una luna stava scritto:

BENVENUTI NELLA CITTÀ DI DOLCETERRA,
QUI LA NORMALITÀ È STRANEZZA

In realtà Dolceterra sembrava un piccolo paese dove tutti si conoscono, dove vive gente cordiale e sorridente. Con quelle persone, Francesca questo era il suo nome, si sentì tra amici. La calda accoglienza solleticò in lei il buonumore e la fiducia. Arrivò a pensare, in un attimo, che tutto fosse possibile in questo bizzarro paese. Respirando forte e a fondo scoprì un caratteristico profumo: frizzante e resinoso. E mentre guardava il sole lasciare il cielo davanti se, alle sue spalle la sera si accendeva di tante piccole luci e una falce di luna.

In breve dimenticò da dove veniva e cosa e chi aveva lasciato. Incontrò persone perse e quelle mai trovate. Piovvero piogge mai piovute e splendettero soli mai sorti. Si avverò ciò che non era mai accaduto e ciò che si avverò potrebbe non essere accaduto. Certo a pensarci il luogo era bizzarro.

Posso solo dire che mi raccontò che lei era felice. Fu madre di quattro figli ma a volte di uno solo, a volte maschi a volte femmine, un giorno avevano vent'anni a volte sentiva il loro primo suono. Ognuno con personalità e carattere: ingegnosi, romantici, irosi, curiosi, vivaci o tristi ed affettuosi. Le stavano intorno come i pianeti al loro sole.
Il loro padre come loro: la mattina uscendo la stringeva e baciava un forte e rude contadino; a mezzo dì alla sua tavola si sedeva un fine ed educato signore; il pomeriggio la trascinava fuori, per mostrarle idee rivoluzionarie, un ingegnoso inventore; delle volte un dolce poeta le sussurrava parole d’amore; verso sera, sotto il pergolato, un simpatico canterino la aiutava a mettere in tavola saporiti e abbondanti piatti per la tavolata di amici e la notte un appassionato pirata la trascinava in una danza travolgente che li lasciava sfiniti tra le lenzuola.

E tutte queste normali stranezze accadevano, come accade ancor oggi, che i fiumi scorrano verso il mare.

Tutto sembrava non poter andare in modo diverso perché in modo diverso poteva sempre andare, non c'erano domande solo possibilità.

Ma un giorno, partorita dai pensieri, apparve la sua quinta figlia. Avvertì una piccola morbida mano intrufolarsi nella sua, abbassando lo sguardo vide una piccola nuova creatura che le sorrideva e con occhi intelligenti la salutava. Attraverso un bagliore emerse un fresco germoglio.
La chiamò Zoe. La piccola era leggera e trasparente, mancava di consistenza. Poi quando piangeva e chiamava mamma, Francesca la stringeva e carezzava tentando di consolarla. In poco tempo si trovava li a stringere se stessa. Disperata da quell'impotenza Francesca era afflitta.
Senza preavviso, in quello strano mondo perfetto s'era intrufolato un perché: «Perché Zoe era così?».

Intorno a questo dubbio, tutto il mondo di Dolceterra si fermò. Furono solo Francesca e la bambina per giorni, mesi.
Fino a che guardando il volto della bambina, nel suo sguardo come in uno specchio, vide se stessa bambina che domandava: «Dove andranno a finire tutte le possibili possibilità che non saranno possibili per me?». E poi: «Chi vivrà al mio posto la copia del mondo che si riflette nello specchio, e quello che si riflette nello specchio che si riflette nello specchio?».
Zoe era venuta a prenderla nel sogno in cui si era nascosta e riportarla nel mondo e alla realtà a cui doveva tornare.

Ora si sveglia in una città il cui nome non ha importanza. Una grande città in un mondo ancora più grande dove sembra non possa mai succedere nulla, ma ogni tanto qualcosa succede. Francesca è cordiale con la gente, conosce tutti.
Mi dice che ancora oggi, dopo tanti anni, non può fare meno di volgere lo sguardo al sole che sta per uscire da questo cielo, mentre alle sue spalle la sera si accende di piccole luci e di una falce di luna. Ogni tanto la incrocio all'ingresso, aspetta la giovane nipote. Mi dice che somiglia al nonno, suo marito. Dice che i miei occhi le ricordano Zoe, e dice anche: «Noi ci rispettiamo e ci vogliamo bene e quando c’è il rispetto è tutto e basta» e resta ferma a sorridermi finché non mi allontano.

Era amore quel germoglio che ha intravisto un giorno, amore per la vita che chiede realtà.

La storia di Francesca lo conferma. Proprio qui, dove sembra non possa mai capitare nulla, esiste quel barlume che è il motore ed insieme il fondamento della vita. Come lei tanti altri hanno fiducia in quello che si ripete da sempre: nel sole che illumina i giorni e nella luna che rischiara le notti.

Quanto a me, pensando alla sua storia, ogni tanto mi viene da sorridere a un uomo che si avvicina e sembra essere forte e rude o fine ed educato oppure a un dolce canterino demenziale

Ho fiducia, nel vivere ciò che non si può ripetere, in quella che tra tutte le possibilità possibili è la sola che si realizza.
Il biglietto per un viaggio esclusivo.

venerdì 18 giugno 2010

ALDUCCIO di Aldo Ardetti


Se non avete fretta di voltare questa pagina vi racconto una bella favola, la favola di Alduccio.
Succedeva che metà foglio lo colorava di verde e l’altra metà di azzurro: la terra e il cielo. Per questa preparazione, che rappresentava l’idea di base, consumava metà dei rispettivi colori pastello. Non mancava qualche nuvoletta bianca e un sole che riscaldava il pianeta coi suoi raggi che toccavano la terra. Più in basso due alberi verdi e un viottolo che arrivava proprio davanti all’uscio di una casa col tetto rosso, due finestre (proprio ai lati della porta di ingresso), un camino che fumava – però in un’altra stagione – quando c’erano nuvole grigie e il sole con fatica faceva capolino e il prato era pieno di fango e gli alberi spogli: rami nudi che sembravano braccia imploranti levate al cielo. Così riempiva il foglio Alduccio quando aveva estro artistico – diciamo quando ne aveva voglia. Gli piaceva disegnare: lo stesso soggetto in stagioni diverse. Non era interessato alle altre materie e la scuola l’avvertiva come una costrizione perciò continuava a portare a casa note e brutti voti. I genitori, che erano stati invitati diverse volte per un colloquio, non sapevano più che pesci prendere, a che santo votarsi, come far capire al loro figliuolo l’importanza della scuola, l’importanza della conoscenza per affrontare la vita. Soprattutto il padre aveva perso la pazienza e, nonostante la giovane età del figliolo, decise di prendere provvedimenti drastici: l’avrebbe portato a lavorare con sé per fargli conoscere la fatica.
L’uomo era un giardiniere molto conosciuto e stimato per la sua bravura. Inoltre aveva le mani d’oro che gli permettevano di svolgere altri lavoretti per far vivere dignitosamente la famiglia.

“Alduccio, svegliati, è ora di alzarsi!” urlò il padre avvicinandosi alla testa poggiata nell’accogliente e caldo cuscino. Il ragazzino si girò lentamente stiracchiando le braccia e sbadigliando vistosamente.
“Buongiorno babbo.”
“Si fa colazione e poi si va. Dovrebbe essere una bella giornata!”
Alduccio assentì con la testa e con un “Va bene” bugiardo.
Uscirono di casa e sulla faccia e alle narici arrivò l'aria pungente ch’è delle prime ore del mattino. Il giovane seguì il padre su per la salita della collina che, di minuto in minuto, diventava sempre più erta. Intorno regnava il silenzio totale: un silenzio che cominciava a dare fastidio. A testa bassa tirava dietro i passi del genitore. Aveva voglia di fare tante domande ma con la coscienza ferita ci rinunciò con la convinzione che, quando commetti un errore, quando non ti comporti bene, non hai più diritti compreso quello di chiedere…
Superato lo sperone di una curva, di quella che era poco più di una mulattiera, vide in lontananza, su un rilievo roccioso, un grande casale. Sembrava un piccolo castello. Rimase per qualche attimo a bocca aperta, poi lo sguardo del genitore lo sollecitò a proseguire.
Incontrarono uomini intenti ai lavori nei campetti del bassopiano che conoscevano da tanto tempo il giardiniere al servizio dei padroni della zona e non chiesero spiegazioni sul piccolo accompagnatore ancora tramortito dal sonno e con l’andatura dimessa. Sapevano che si trattava di scuola di vita, un metodo adottato da tutti con i propri figli e nipoti quando dimostravano, seppur piccoli, eccessiva mancanza di impegno e responsabilità.
Arrivarono in quella grande casa sulla cima del monte. Attraversarono un grande cortile interno; infine raggiunsero un meraviglioso giardino, orgoglio dei padroni e del giardiniere che da anni curava con amore e professionalità.
Alduccio non aveva mai visto un giardino protetto da una recinzione così singolare: un muro altissimo; sembravano mura di una cinta difensiva ma senza i merli e il parapetto che serviva a proteggere i soldati di vedetta sul cammino di ronda. Non trovava nessuna spiegazione, nessun motivo razionale mentre la curiosità lievitava: perché un muro così protettivo, cosa c’era dall’altra parte?
Il perimetro delle mura di cinta non poteva essere aggirato perché tre dei quattro lati – i lati che guardavano la valle – poggiavano precisi sul bordo di un precipizio. Allora si mise a studiare la situazione dall’interno.
Essendo molto antiche, le mura erano larghe e irregolari e, in alcuni punti, le pietre erano consumate, senza calcina e franate. Pensò di allargare una falla fino ad ottenere uno spiraglio. Ci mise qualche giorno ma riuscì nell’impresa giacché al padre non interessava tanto quello che faceva, quanto l’essere sacrificato a stare in quei luoghi per tutto il giorno dovendo capire il sacrificio, sapere che per ottenere uno è necessario dare mille.
Alduccio riuscì a bucare la parete e vide quel foro pieno di celeste, il colore del cielo. Mentre nelle orecchie sentiva il rumore del tagliaerba e il pensiero andava ai padroni di quella specie di maniero – che non avevano, per la verità, una buona reputazione – lentamente si avvicinò alla parete non senza provare disagio e timore. Quando iniziò l'impresa si preoccupò di non sporcarsi troppo e soprattutto di non ferirsi. Non ebbe la curiosità compulsiva di guardare subito oltre.
Nonostante l’imperfezione del foro riuscì a infilarci dentro la testa compreso il collo. Quello che sembrava l’azzurro del cielo si scoprì un riquadro con una cornice fatta da un leggero velo di nebbia –come un passpartou. Fu allora che il silenzio fu riempito da una voce lontana che gli sembrò riconoscere: era la voce del suo maestro che spiegava alla classe, ai suoi compagni. Il suo banco era vuoto: risultava assente. Allora sentì gonfiarsi le vene del collo e il respiro farsi difficoltoso. Subentrò l’affanno fisico e un disorientamento generale. Avvertì un senso di colpa fargli compagnia e il piccolo cuore subire un dolore inusuale. Non aveva mai sofferto di aritmie, per quello che ne poteva sapere o capire. Si sentì un estraneo per i suoi compagni che adesso considerava fortunati, felici di imparare stando insieme. Lentamente l’immagine andò dissolvendosi e mai si sentì più solo.

Fu svegliato, madido di sudore, da una mano che gli scuoteva la spalla.
“Alduccio, svegliati, è ora di alzarsi” urlò la madre premurosa.
Fece colazione con gusto e appetito, poi preparò la cartella e salutò mentre si avviava alla porta.
Prima di uscire si voltò e gli scappò un sorriso che non seppe trattenere e che la madre raccolse con soddisfazione e affetto.
Il ragazzino era rasserenato, aveva fatto un brutto sogno, ma aveva capito. Era contento di tornare a scuola, ci tornava come non era mai successo, con entusiasmo. Quel giorno il maestro avrebbe spiegato tante cose interessanti.

domenica 13 giugno 2010

TOM di Daniela Rindi

Elisa sfoglia nervosamente il quindicinale degli annunci cercando sotto la voce “Lavoro Offresi”. Da quando si è separata dal marito è diventata un’ossessione, oltre che una necessità primaria. “Cercasi neolaureata”…no, “Cercasi donna sotto i trent’anni”…no.
“Cercasi signora con bella presenza, spigliata, automunita per lavoro di rappresentante in importante multinazionale”…eccolo! Elisa prende in mano il telefono e compone subito il numero.
“Buongiorno, chiamo per quell’annuncio, l’offerta di rappresentante…sì ho l’auto, ma quale sarebbe il prodotto?...un elettrodomestico all’avanguardia?...sì so cucinare, ma non è la mia passione, sa… il tempo non basta mai…ottimo?...ah va bene, se è proprio quello che cercate …ci vediamo domani alle 10…grazie mille…”
Deve fare dimostrazioni porta a porta di un robottino tuttofare e la qualità primaria che bisogna possedere non è una laurea, una specializzazione, un curriculum dignitoso, ma un banalissimo “non saper cucinare”. Niente di più facile per una che riesce a mangiare la pasta al forno di prima mattina pur di non mettere su il caffè, o che riesce a cucinare nel forno anche il fegato.
Due giorni dopo Elisa è già in macchina con il suo bell’apparecchio nel cofano diretta al primo appuntamento. Non ha molta affinità con la toponomastica, si perde facilmente e non ha nessun senso dell’orientamento per cui, visto che la maggior parte dei suoi possibili acquirenti sulla lista ricevuta dalla ditta, vivono nell’hinterland , si è procurata un satellitare, un TomTom. Lo ha scelto per il nome evocativo e simpatico e ha già selezionato una calda voce maschile, che non la fa sentire più sola di quello che è.
La giornata autunnale è piacevolmente tiepida e soleggiata, di buon auspicio. Elisa ha impostato la sua prima via sul TomTom. La sta guidando perfettamente, segnala i punti di rifornimento, gli apparecchi per il controllo della velocità e l’ avverte delle svolte sempre per tempo. Incredibile la precisione. Questi apparecchi sono proprio l’invenzione che fanno per una come lei, che ha sempre e solo avuto come punto di riferimento la strada di casa sua. Gli occhi sul mondo che lei non ha mai avuto. Chissà, se avesse scoperto prima Tom, forse non avrebbe perso un marito dopo 18 anni di matrimonio.
Tom l’ha appena fatta arrivare al casello, paga e la voce della signorina del fast-pay chiede cortesemente di aspettare la ricevuta, poi sempre soavemente ringrazia e augura buon viaggio. “Certo che le sanno scegliere bene queste voci registrate, sembrano esseri umani in carne ed ossa.” Pensa Elisa sorridendo. Riprende il viaggio affidandosi nuovamente alla calda voce di Tom. E, dopo una buona mezz’ora di macchina, Elisa si ritrova nuovamente al casello di prima. La voce del fast-pay, sempre eroticamente gentile, le ricorda ancora la ricevuta e le augura buona prosecuzione.
“Perché sono ancora qui? Com’è possibile? Ci dev’essere qualcosa che non va…”
Elisa indirizza nuovamente il TomTom, forse inavvertitamente ha dato un comando sbagliato e si è impostato per il ritorno al punto di partenza. Elisa riprova e riparte. Dopo un’altra mezz’ora di viaggio l’auto viene riportata allo stesso casello, davanti alla medesima cassa. La voce di Tom che dice: “Destinazione raggiunta.”
“Ma come destinazione raggiunta? Ma se sono di nuovo alla stessa uscita?”
Inutile domandare al fast-pay, è solo una voce programmata, qui non c’è nessun essere umano che ragioni col cervello suo, pure quel tizio dell’Anas fermo laggiù sembra che faccia prendere solo aria alla sua divisa. Elisa scoraggiata decide di rinunciare al suo primo appuntamento e di fare un salto al negozio dove ha acquistato Tom. È ancora in garanzia, quindi l’inserviente può revisionarlo e capire dove Elisa può aver sbagliato. Il ragazzo del negozio, un bel tipo, simpatico e cordiale esamina subito l’apparecchio comunicandole in breve la corretta funzionalità. Anche le impostazioni sono state inserite correttamente, neanche lui capisce cosa può essere successo.
Suggerisce ad Elisa di riprovare con un altro indirizzo e ripartire. Elisa - rinfrancata dalle sue parole - decide di ascoltarlo, in macchina prende un nuovo indirizzo e dà le coordinate a Tom, il quale intercetta subito il satellite e inizia a guidarla con la sua calda e suadente voce. Dopo altri quaranta minuti di viaggio imbocca nuovamente la corsia del solito casello. La voce femminile del fast-pay annuncia il buongiorno, chiede l’importo dovuto, ricorda la ricevuta e saluta nuovamente.
Elisa va su tutte le furie, non è possibile, questa storia sta diventando ridicola! Decide di tornare a casa e di collegare il TomTom al computer. Forse ha solo bisogno di un aggiornamento, può essere che sia impostato su una vecchia mappa stradale che vede l’uscita dalla città solo da quel casello. In fondo le vie cambiano in continuazione e ci sono blocchi per i lavori in corso ovunque. Al computer esegue le operazioni seguendo le istruzioni alla lettera ed effettivamente sembra che Tom avesse bisogno di nuove coordinate.
Il mattino seguente, lasciate a scuola le bambine, riprende la sua marcia in direzione di un nuovo cliente. Tom riprende la conversazione con lei, guidandola per le strade della città, per ora senza nessun problema. Solo all’ultimo momento Elisa si rende conto di essere nuovamente davanti allo stesso casello, con la medesima voce femminile che le dà il buongiorno.
“Non è possibile! Ha fatto tutti i controlli dovuti, gli aggiornamenti necessari, non è pensabile ritrovarsi ancora qui!”
La voce di Tom continua a ripetere: “Destinazione raggiunta.”
“Ma come?” urla Elisa dall’abitacolo della macchina, “torniamo sempre allo stesso punto! Come fai a dirmi che siamo giunti a destinazione? Brutto scemo di un Tom!”
E comincia a tirare pugni sull’apparecchio, furiosamente, strillando, in piena crisi isterica. “Disgraziato! Traditore! Sei peggio del mio ex marito! Tutti uguali voi uomini!”
Elisa piange. Il mondo le sta crollando addosso, la babysitter deve pagarla anche oggi e lei non ha ancora venduto nulla, peggio, non è riuscita nemmeno ad incontrare il suo primo cliente. Si lascia andare ad un pianto liberatorio. Il dolore. Il rancore verso l’uomo che amava. L’uomo che l’ha abbandonata. Non riesce a fermarsi. Non si cura nemmeno della fila di macchine che si è formata dietro di lei, dei clacson che suonano. Elisa non sente più nulla.
“Psss…Elisa…Elisa!”
“Chi è?”
“Sono Tom, il tuo navigatore.”
“Sto impazzendo, sento le voci come Giovanna D’Arco.”
“Non stai impazzendo, io funziono benissimo e tu sei stata bravissima.”
“Allora perché mi hai sempre riportato a questo casello?
“Innanzitutto perché mi sono innamorato.”
“Innamorato? Di chi?”
“Di me,” risponde la voce della cassa fast-pay del casello, “ci scusi signora, non volevamo farla disperare. Tom ed io ci siamo innamorati dal primo momento, dalla prima volta che abbiamo ascoltato le nostre voci.”
“Non potevamo stare lontani,” riprende Tom, “e poi c’era un altro motivo per tornare in questo posto.”
“E quale…”
Elisa non riesce a finire la domanda che l’uomo in divisa dell’Anas bussa al suo finestrino facendola sobbalzare.
“Signora, se ha un problema alla macchina deve comunque spostarsi da qui.”
Elisa tira giù lentamente il finestrino per scusarsi e per tentare di spiegare la situazione, ma quando alza lo sguardo rimane senza parole. Il controllore pure. Nessuno dei due riesce più a parlare, ma solo a fissarsi intensamente negli occhi. Non esiste più nulla attorno a loro. Finché la voce di Tom rompe il silenzio.
“Non volevo rovinarti l’esistenza. Tutt’altro. In bocca al lupo Elisa!”


Tratto da “Il Bit dell’Avvenire”
Anonima Scrittori- Edizioni Tunuè-