sabato 18 settembre 2010

ERBE SELVATICHE di Anna Profumo

Nel balcone di casa resistono poche piante verdi e alcune succulente, devono essermi affezionate. Si impegnano le mie piante, da lungo tempo sopportano la mia dimenticanza ad annaffiarle e l’attacco di quel fastidioso parassita che viene chiamato cocciniglia a scudetto. Quando ho cominciato con qualche vaso forse miravo ad imitare la grandiosità dei giardini pensili di Babilonia, alle elementari sentendone parlare dall’insegnante ne rimasi affascinata. In quei giardini il problema dell’acqua veniva risolto utilizzando gli schiavi per la costruzione di immense opere di canalizzazione. Nel mio balcone si risolve con numerose passeggiate avanti e indietro con l’annaffiatore ora pieno, ora vuoto. I giardini pensili di Babilonia: esistenza segreta per le nuove generazioni, con questi tagli all’istruzione, ne scopriranno la fine solo in qualche film d’avventura tipo Indiana Jones, i più pigri si accontenteranno di pensare che siano le trovate geniali degli ideatori per la pellicola in questione, siano rovine o ricostruzioni di città perdute.
Forse correlato con l’esposizione al sole: un oretta di sole feroce e poi ombra tutto il giorno, ho visto spuntare nel vaso dello Spatiphillum alcuni funghi giallissimi prima che introducessi solari succulente, quando ancora pensavo che mi sarebbe piaciuto occuparmi di un balconcino di piante fiorite.
Oggi mi sento in colpa con loro, non sanno che su quello della cucina coltivo basilico, rosmarino, erba cipollina e dragoncello che annaffio con continuità. Per non alimentare feroci invidie e gelosie: cerco di essere naturale, non farmi scoprire troppo entusiasta delle aromatiche antagoniste. Annaffio quelle piccole affaticate parlando con loro, le incoraggio. Al “Geranio rosso” ufficialmente detto Pelargonium zonale provo a dirgli che è il migliore e lui a breve, mi ringrazia con nuovi boccioli.
Più volte ho tentato di introdurre semi spontanei per invitarle ad essere meno servizievoli più ribelli, trasformare quel caos verde in un apparente ordine casuale. La povera Tradescantia blossfediana, passata alla storia e chiamata da tutti “erba miseria” introdotta da me per creare frescura e riparo alle piccole nate s’è prima espansa oltremisura contraddistinta da piccole fioriture rosa, poi anche lei ha ceduto: deve aver sentito che non eravamo affini. Inutilmente se stessa lei, esigente io alla ricerca di flora edule.
La spontaneità, sembra non voglia aderire al mio disegno, piante che normalmente infesterebbero prati, aiuole qui vengono soggiogate dalla glaciale ombra delle pareti e dalla contenuta geometria dei vasi o forse dall’inalterabilità del terreno.
Le erbe spontanee mi sono simpatiche. Sto per partire con un nuovo esperimento: far crescere nei vasi la cicoria, la borragine, l’origano, la mentuccia e il timo.
Immagino le rose di foglie delle succulente Echeveria far capolino, cercando di compiacermi, tra la Borragine delicata con le sue foglie cuoriformi, pelosette e buone formanti le gemme da cui spunteranno i commestibili fiori stellati dal colore blu. La cicoria nuova nata sotto le spine del Ferocactus Gracilis mostrare imitandolo, le per niente aggressive foglioline roncinate. Mi figuro già il suo futuro contendere con uno svettante caule, alla grande colonna spinosa e lanosa dell’Espostoa Melanostele, un raggio di sole per la maturazione dei fiori azzurri. La serpeggiante mentuccia ricadere alla ricerca di nuovo terreno tra i bei fiori peduli color fucsia e rosso acceso della Schlumbergera frida “cactus di natale”. La bella Begonia coccinea Hook: slanciata assottiglia verso l’alto, la vedo sfiorare titubante le radici aeree che spuntano lungo il fusto sottile e angolato del Selenicereus Pteranthus, evitare le costolature con le rade e regolari areole spinose per rivaleggiare con le improvvise e brevi fioriture notturne: coriandoli di piccoli fiori discreti, raccolti in rametti resistenti lunghi giorni quelle della Begonia, appariscenti, grandi a lungo tubo con numerose file di petali, belli per una sola notte quelli del Selenicereus. Queste non sono commestibili, sono un eccezione a cui non resisto. Sono belle non chiedono molto e sono generose.
Chi sa! anche nei giardini pensili di Babilonia avranno utilizzato le piante per farne manicaretti.
Mi immagino sigillare con stampo tondo, festonato futuri ravioli di sottile e porosa pasta all’uovo farciti con ripieno di foglioline di borragine e ricotta. Le cimette fresche della Borragine, prima insaporite e scottate, appena in una padella: rosolandole in olio d’oliva insieme ad un leggero e fine battuto di scalogno. Unite alla ricotta fresca e a due foglioline di mentuccia spezzettate a mano, solo una festonata a pioggia di pane grattugiato, eventualmente un filo d’olio, sale quanto basta.
Passarli in padella poco prima di servirli, farli girare nel sughetto che resta facendo sfumare del brandy in olio d’oliva completando con una spolverata di parmigiano, solo una presa da fondere leggermente sul fuoco.
Assaggiare chiudendo gli occhi e immaginare che sia tutto vero!

venerdì 10 settembre 2010

BRUNO BASTA, LA VICENDA UMANA DEL PADRE DELL’ASTRATTISMO EPICO di Piermario De Dominicis

Sembra quasi impossibile che Bruno Basta sia riaffiorato all’attenzione del consesso umano dopo una vita nella quale ha dato così scarse notizie di sé, tanto che la sua riservatezza ha rivestito la sua esistenza e la sua opera di un alone di leggenda. Ma forse la sua decisione di ricomparire proprio a Latina, una città che di solito considera la Fiera della Lestra la punta massima della propria elaborazione culturale, conferma che la voglia di celarsi di Basta, coerente fino in fondo con la sua cupio dissolvi, la voglia mai trattenuta di scomparire. Trasferendosi a Latina, come con un colpo di magia riesce perfettamente a svanire, come capita a tutto quelli che, con l’eccezione ostinata del nostro amico Pennacchi, operano qui nel campo della produzione culturale. Tracciare una sia pur breve biografia dell’artista è assai arduo perché la cortina di mistero eretta da Bruno Basta sul suo privato è così fitta che lui stesso ne è totalmente all’oscuro. Si sa della sua nascita, si dà per certo che sia avvenuta perché di colpo eccolo lì: prima non c’era… e dunque deve essere nato. I genitori Bertrando e Ora Basta nata Berlusconi (Ora Basta Berlusconi) erano due illustratori di libri per daltonici, apprezzati per le straordinarie capacità, due virtuosi del disegno. La coppia considerò del tutto naturale riversare il proprio sapere sul figlio, perché stabilisse la continuità di un mestiere così prestigioso. La delusione dei genitori fu cocente quando gli fu chiaro che il figlio con le matite in pugno non sapeva proprio cosa fare, almeno prima di aver scoperto che piazzarle negli occhi dei compagni di asilo gli garantiva una qualche cinica soddisfazione. Furono necessari anni per convincere il bambino che conveniva poggiare la punta della matita sul foglio e non il sedere tappato della medesima, per veder comparire qualche segno. Comunque sia la prima opera conosciuta di Bruno Basta fu uno scarabocchione su sfondo rosso che lui stesso intitolò “ioqueliliamazo” dedicato ai genitori. Trascorrono da quel momento anni di cui non abbiamo notizie significative, avvolti come spesso capiterà durante la vita dell’artista da fitto mistero. Ricomparirà di botto a Parigi in uno studiolo di Rue de Bucy che divide con un tatuatore di 120 kg. L’esiguità degli spazi e la cospicua presenza fisica del tatuatore (pessimo carattere peraltro) causeranno continue frizioni tra i due e diversi ricoveri d’urgenza per Basta, che pur di non dare fastidio all’energumeno limitò il suo campo d’azione alle miniature. Disgraziatamente la sua incapacità tecnica perdurava così che le sue piccole opere del tutto incomprensibili, finivano per lo più per ristagnare sul fondo del water della minuscola toilette dello studio, perennemente guasta. Le ristrettezze economiche lo angustiavano e i modesti assegni che i genitori gli inviavano, pur splendidamente vergati, non gli garantivano una dieta che andasse oltre sofficini scaduti di capitan Findus, così scaduti che il buon capitano appariva invecchiato malamente sulle confezioni ed il suo sorriso bonario, mancandogli diversi denti, si volgeva in un ghigno perfido.
Fu solo dopo una notte di tormenti, trascorsa a discutere col suo stomaco su chi dovesse dimettersi prima, che gli giunse la folgorazione: visto che il figurativo risultava impraticabile si sarebbe dato all’astrattismo. Il resto, per sommi capi, è storia conosciuta. Con la complicità, nel tempo divenuta amicizia, con un gallerista cieco, intraprese una sua via artistica che da alcuni critici alcolizzati venne definita “Astrattismo Epico” .
Il successo improvviso e clamoroso portò le quotazioni delle sue opere oltre l’inimmaginabile. Basta, che era tuttavia rimasto il ragazzo semplice di una volta, continuava ad essere prigioniero di angosciosi dilemmi: “i miei calzini fucsia sono compatibili con il mio jet rosa o sarebbe meglio quello blù?” dopo una iniziale e comprensibile euforia l’artista sentì di dover proseguire nello sviluppo del suo percorso. Se ne presero le tracce. Si seppe poi che era riparato a Poitiers e che nella brusca necessità di occultarsi al mondo, aveva vissuto due anni in una cabina telefonica, dove si era sistemato discretamente e non aveva altro affanno che dire ogni due minuti ”occupato!” a chi tentava di telefonare. Col tempo però la fila formatasi fuori della sua eccentrica abitazione, si era fatta così chilometrica da togliergli la tranquillità. Tornò quindi in Italia e fu a Milano che nell’intento di produrre un tipo di arte totalmente naturale gli venne in mente di lavorare sui materiali. Decise di produrre in proprio i colori con i quali dipingeva . E’ l’inizio di ciò che dagli stessi critici di un tempo sempre più divorati dall’etilismo, venne definito “Astrattismo dietetico” o “Astrattismo gastrico” o anche “Astrattismo retto”.
L’alimentazione decise i toni. Ci fu un periodo orange favorito da una dieta di carote così radicale che alla fine Basta era in grado di vedere i tarli delle sedie e di conversare con loro. A questo seguì il periodo Verde (verdura a volontà) e il più cupo di tutti, (seppie come piovesse).
Le sue mostre divennero eventi anche se la loro durata nel tempo era per forza limitata. Lo spingere il fisico, in nome dell’arte, oltre ogni limite conosciuto gli fu alla fine fatale.
Gli divenne difficile digerire anche l’acqua per cui iniziò l’ennesimo periodo di buio. La notorietà lo perseguitava vendeva tutto ciò che produceva, alla faccia di qualche critico livoroso che con scarsa originalità aveva definito le sue opere “quei quadri di merda” si sentiva assediato e ancora una volta sparsi. Fino all’inaspettata rinascita odierna. Mutato nell’aspetto (per modestia ha rinunciato ai capelli) ma simile a se stesso nell’inesausta ricerca di sperimentare, trova nella nostra città l’humus ideale per farlo non destando la minima attenzione. E’ ciò a cui ha sempre teso.



ASTRATTISMO EPICO, SINESTESIA ESTREMA di Pasquale Bruno Di Marco

Lo stesso BB, padre dell’Astrattismo epico o meglio ancora organico, come lui stesso lo ha definito, ci ha parlato del legame astrale che pare abbia con quello che possiamo definire il suo alter-ego, Stelak, artista o gruppo di artisti – non è facilissimo capire i borbottii del maestro dopo il decimo bicchierino di grappa - paleolitici nel periodo di passaggio tra matriarcato e patriarcato. Tra i fumi dell’alcol BB è solito dipingere e nello stesso tempo, tra un’invocazione ad Aua, Wigga e Mestwina e un borborigmo digestivo, evocare la storia di Stelak, la cui vocazione artistica passa attraverso la sperimentazione musicale, frustrata a suon di clavate, alla sperimentazione nelle arti visive. La totale mancanza di qualunque talento nel disegno non impedì a Stelak di sperimentarsi nei graffiti, ovviando all’inizio con una sorte di proto-stencil, nella cui fase arcaica, animali di piccola taglia venivano sbattuti contro la parete rocciosa. Da quello che BB ha desunto attraverso il suo legame ancestrale, tale tecnica fu abbandonata per un eccesso di cromatismo rosso. Nella fase successiva si rese necessario un connubio artistico con un altro artista che teneva fermo il soggetto mentre l’altro ne seguiva i contorni con un bastoncino annerito. Anche questa tecnica fu abbandonata quando i committenti cominciarono a chiedere ritratti di serpenti a sonagli e cinghiali.
Nonostante gli insuccessi iniziali l’artista paleolitico, alter ego di BB, non abbandonò l’idea di eseguire graffiti tentando composizione varie. Ma ogni volta il suo tentativo di ritrarre un animale lasciava perplessi gli osservatori che non riuscivano a distinguere i suoi elefanti dalle sue anatre. Quello che però suscitava la più notevole ammirazione erano i colori che Stelak realizzava con tecniche misteriose. La frustrazione per la totale negazione per il disegno veniva ampiamente controbilanciata dal virtuosismo cromatico, che Stelak produceva organicamente seguendo diete particolari. Nel riproporre questa forma d’arte rivissuta attraverso il legame astrale BB ripercorre l’astrattismo di necessità, determinata dall’assoluta incompetenza nel figurativo che, proprio nella testardaggine del perenne tentativo di riprodurre forme riconoscibili senza mai riuscirvi, trova il suo carattere epico. La straordinaria varietà della gamma cromatica, anch’essa in qualche modo riconducibile alla necessità di produrre in proprio i colori attraverso un’attenta e selettiva scelta delle pietanze, hanno spinto altri critici a parlare di “Astrattismo Dietetico” o “Organico” mettendo l’accento su come la visione diretta del cromatismo Bastiano, con tutta la gamma di nuance sperimentate nelle varie versioni stagionali, induca fenomeni di sinestesia estrema in chi contempli l’opera appena prodotta. Lo spettatore lentamente, ma inesorabilmente, perde il contatto con la realtà ed è indotto ad entrare in uno stato di estasi o di demenza, poiché tutti i criteri tradizionali, visivi e olfattivi, sono rimessi in discussione. Tali opere hanno insite una portata di avventura e di azzardo che è impossibile prevedere tutte le possibili reazioni. Con l’andar del tempo la forza di rottura tende ad attenuarsi evaporando l’effetto di stravolgimento sensoriale, ma l’esperienza visiva rimane impressa nell’aspetto più profondo della nostra anima di fruitori dell’arte in tutte le sue forme, suoni e odori.

giovedì 2 settembre 2010

L'UOVO di Aldo Ardetti

A volte non sappiamo perché abbiamo preso una direzione e dove essa ci porterà.
Sulla spiaggia di Giardini Naxos ci siamo arrivati da Taormina. Siamo entrati in paese percorrendo la strada a senso unico, parallela all’altra che costeggia il mare: un budello lungo e stretto, sulla destra pieno di negozi – la maggior parte ficcati in piccoli ambienti – che creano vita e colore alla via. Sulla sinistra, tra un isolato e l’altro, lo squarcio blu del mare sotto il cielo più chiaro, rassicurava il procedere nella direzione giusta.
Volevamo nuotare anche in quel mare, un rituale che avevamo deciso all’inizio della nostra vacanza: fare il bagno in tutte le località toccate. Invece non avevamo fatto i conti con quello che è un problema universale: trovare parcheggio.
Abbiamo avuto rassicurazioni per sostare in uno slargo di fronte ad un locale che gestiva un pezzo d’arenile: un bar con un grande stanzone vetrato e pieno di tavolini. Sembrava arredato in maniera provvisoria, d’antan. Si respirava aria di taverna di porto, luogo di ritrovo di marinai, prostitute e uomini di malaffare: peraltro un’impressione più romantica che reale. Appoggiato al bancone un uomo alto e biondo con accento forestiero, probabilmente faceva parte di quegli avventurosi che, per lavoro o destini sentimentali, aveva lasciato le proprie origini per trasferirsi in una terra lontana e assumerne abitudini e vezzi autoctoni. Sembrava un vecchio marinaio che refrigerava la sua pelle, invecchiata dal sole, idratandola con una bevanda colorata. Non era vecchio, lo sembrava mentre conversava con il gestore che aveva modi e parole gentili.
Scendemmo in una spiaggia come non l’avevo immaginata per come mi era stata descritta.
Non so se l’infinito arenile fosse tutto uguale ma dove ci trovavamo era ghiaioso e, nonostante gli asciugamani, punzecchiava la schiena. Non mi capacitavo come potevano resistere i bagnanti, magari abituati o pigri per andare ad allungarsi altrove.
Ci calammo in un’acqua bellissima con un fondale pietroso. Se non nuotavi, era difficile restare in piedi e camminare un’impresa circense. Chissà, pensai, se quelle pietre erano state scagliate da un ciclope incollerito.
La rinfrescata fu salutare.
Si era fatto tardi e i bagnanti cominciavano a sgomberare. Iniziava un silenzio interrotto da sporadici bisbigli gergali. Anche i bambini non urlavano come sanno fare: giocavano, si sfottevano, scherzavano senza strafare. Tutto sembrava arrivare da lontano, smorzato da un vento contrario che ovattava voci e rumori.
Per asciugarmi preferii restare in piedi e mi misi a curiosare all’intorno con qualche pausa per fissare l’onda che moriva sulla riva annegando pietre levigate e scolpite nei secoli dei secoli, conchiglie ormai morte, alcune di una strana bellezza che calamitava. Alla riva due bambini, maschio e femmina, si spruzzavano tirando calci sul pelo dell’acqua. Erano snelli, capelli neri come i loro occhi vispi e furbetti. A pochi metri, sdraiata sul ventre, la madre li osservava divertita ascoltando le lamentele dell’uno o dell’altra e controllando che il gioco non degenerasse perché i bambini possono trasformarsi e diventare pericolosi: fin quando si sfottono spruzzandosi acqua è un conto, ma quando cominciano a raccogliere sassi, il pensiero corre lontano e scatena elucubrazioni. La madre ebbe un sussulto e reagì lanciando l’ennesimo: «Non esageriamo!». Già prima era stato un continuo: «Mi raccomando!». Era stato il maschio a cominciare, a raccogliere pietre nell’acqua bassa e gettarle vicino alla sorella conscio che, se avesse usato maggior forza, avrebbe rischiato di colpire la bambina la quale, già possedendo l’istinto e la determinazione femminile, ragionò: “Adesso ti faccio vedere io!”
La piccola immerse il braccio e raccolse a sua volta una pietra; scelse quella ché bianca individuò subito, che vide più bella nell’acqua trasparente. La portò fuori tutta gocciolante e lucente. Rimase a guardarla divertita. I suoi occhi erano pieni di meraviglia, la sollevò per meglio mostrarla, come se avesse avuto una preda, un trofeo da esibire e dimostrare la sua forza, la sua capacità di scegliere e conquistare. Le sembrava di avere nelle mani un gioiello che aveva iniziato a palleggiare da una mano all’altra.
Il fratello riconobbe una certa proprietà nella forma di quel sasso e rimase immobile, come ipnotizzato dalla pescata speciale della sorellina e non ne fu geloso. Ammaliato, non ebbe nemmeno il tempo di diventarlo per l’oggetto che il suo pensiero considerava pressoché miracoloso.
La peculiarità del sasso era la forma che somigliava a quella di un grosso uovo: chissà quanto lavoro di smeriglio aveva fatto il mare nella notte dei tempi.
Superato il momento magico, ci fu come un risveglio: sembrò che la bambina minacciasse di lanciare la pietra per riconsegnarla al suo padrone sennonché, essendomi ripreso dalla suggestione, volli possedere l’oggetto che anch’io avevo percepito straordinario. Quando capii che lo stavo per perdere – la bambina, pur tentennando, continuava a mimare di gettarlo di nuovo in acqua – gesticolando e con voce roca, cercai di attirare la sua attenzione.
Finalmente mi notò e rimase a guardarmi con stupore per orientarsi.
“Che cosa vuole quel vecchio sconosciuto?” avrà pensato, continuando a fissarmi dubbiosa ma con l’esigenza di capire. Ebbi l’impressione di essere stato invadente perciò mi avvicinai per rassicurarla.
«Se proprio la devi buttare… me la regali? Io colleziono pietre particolari».
Sentii mia moglie suggerire, o forse lo immaginai: «Lascia stare, abbiamo casa piena di sassi!»
Spesso non capisco il mio prossimo e i bambini ancora meno: uomini che la vita deve ancora scolpire. Davanti agli occhi del fratello, della madre, di mia moglie e immaginai a quelli di tutti i bagnanti del mondo, vidi avvicinarsi una piccola mano per donarmi quell’uovo di pietra marmorea che raccolsi nelle mie mani diventate un nido. Ci fu da entrambi un sorriso di soddisfazione, l’appagamento di un gesto, un accontentare e un ricevere che dava benessere. Invece di gettarlo nell’acqua che lo avrebbe disperso, aveva preferito far felice qualcun altro. Così non mi era stato fatto solo quel dono ma ricordato qualcos’altro da esercitare nella vita. Possibilmente.
Quando venne sera e una leggera brezza cominciò a farsi sentire, ci asciugammo in fretta per abbandonare il luogo, lasciare la magica scena.
Passando vicino alla bambina la salutai: «Ciao, grazie per il regalo» le dissi mentre la madre si sollevò per ricambiare il saluto con un sorriso e un cenno del capo, così pure fece il ragazzino che rimase a guardarmi allibito, magari ancora incredulo per la mia sfacciataggine.
Al bar-taverna dei pirati ho gradito un fresco aperitivo con mia moglie che, borbottando, aveva fretta di posare la borsa da mare su un sedile dell’automobile.
Ci siamo diretti verso altri lidi mentre arrivava il ciuri ciuri di un marranzano invisibile che immalinconiva la sera nel tramonto che si apprestava a dipingere il mare e la terra del suo colore.
Ho il rimpianto di non aver pensato a chiedere il nome di quel piccolo angelo che non credo potrà leggere questo mio ricordo, anche se qualcuno è convinto che i miracoli sono sempre possibili.
Potrei adottare vecchi e romantici rimedi: arrotolare questo scritto in una bottiglia e sperare che approdi in quel lontano lido jonico, su un bagnasciuga sul quale non puoi trovare tracce di un passaggio, ma solo il ricordo di esserci stato o essere approdo di solitarie e speranzose bottiglie vagabonde.
Ora sono a casa e l’uovo di pietra lo stringo nelle mani come un amuleto e ripenso come a volte non sappiamo perché abbiamo preso una direzione e dove essa ci porterà, ma ho capito perché mi sono trovato quel giorno su quella spiaggia, in quel luogo. Ne avevo bisogno.


Il racconto è nelle ‘Narrazioni’ del portale della rivista culturale ‘Stilos’
http://www.stilos.it/aldo_ardetti_-_luovo.html

venerdì 27 agosto 2010

PER UN GIORNO SOLTANTO di Daniela Rindi

Bip, bip, una manata rompe quasi in due una sveglia digitale, puntata sulle 6.30. I piedi prendono possesso di due ciabatte griffate messe correttamente in posizione e trascinano un corpo ancora addormentato davanti alla tazzina del caffè….Buono, l’esperienza partenopea non si smentisce e appaga il gusto, rigorosamente amaro. Una doccia veloce, una spalmata di crema per pelli secche, consigliata dall’estetista e il solito tailleur blu di Armani, scarpa con tacco medio, suggerita dal podologo. Il trucco è indispensabile per coprire occhiaie e rughe di una donna di mezz’età, ma senza esagerare, potrebbe risultare volgare. Borsa Prada, chiavi Cartier, trench Valentino, cappellino leggermente sceso sul viso, occhialoni Ferrè, praticamente irriconoscibile.

In strada l’autista già pronto con la limousine, rigorosamente nera. Durante il tragitto il cellulare suona otto o nove volte, richiedendo risposte impegnative e dettagliate, quasi tutti ordini. Uno specchietto estratto dalla borsa aiuta a riassestare i capelli cotonati, taglio e messa in piega di Coppola. L’auto si ferma davanti ad un importante, quanto lussuoso palazzo al centro della città. Un custode in livrea apre la porta alla donna con ossequioso rispetto. Ascensore, ultimo piano, un lungo corridoio accompagnato dai “buongiorno sig. Presidente” e inchini di cortesia, termina davanti alla porta di un elegante ufficio, arredato da immense vetrate. Tutta la città è sotto controllo, almeno visivamente. Neanche il tempo di togliersi gli occhiali, il lavoro inizia con l’irruzione di un corteo di segretarie che inizia a smistare cartelle, sottoporre a firma, annotare richieste, ricordare appuntamenti, passare telefonate, chiedere permessi, tutto con un ritmo disumano, quasi non ci fosse più un domani. Pausa pranzo, naturalmente di lavoro, nel migliore ristorante della città. Anche un’aragosta all’algherese può riuscire indigesta quando di contorno ci sono dati, numeri, quotazioni di borsa, battaglie legali, indici d’ascolto.

Il rientro in ufficio non è meno impegnativo, una riunione dopo l’altra, fondamentali per il buon andamento dell’azienda, accompagnano il resto del pomeriggio. La sera arriva, l’ufficio torna a essere silenzioso, finalmente. Si posano gli occhiali sulla scrivania e ci si lascia accogliere dalla grande poltrona di pelle. Un flute di champagne e una sigaretta sanciscono la fine della noiosa giornata. A questo punto la domanda è sempre la stessa:
– Che posso fare nella vita? Come posso collocarmi adeguatamente, cosa fare per sentirmi veramente realizzata? Sono partita dal niente, cresciuta in un piccolo paese di provincia, in una famiglia che faceva fatica ad arrivare a fine mese. Ho studiato poco ma con il massimo rendimento, ho lavorato con il minimo sforzo e mi sono sempre ritrovata ai vertici… ma come è possibile che a soli quarant’anni io sia già presidente di tre multinazionali, proprietaria di catene d’alberghi, due squadre di calcio, sei stazioni televisive e tre isole nel pacifico? Senza contare ciò che non ricordo.
Tutto quello che faccio mi riesce perfettamente, senza fatica, questo è il mio dramma. Saper fare tutto eccezionalmente e non trovare più nessuno stimolo in nulla. Mi annoio terribilmente e per questo mi sento vuota e stanca, disperata e incredibilmente incazzata. Perché madre natura mi ha dato un simile dono? In questo mondo non so che farci!

Sono un’incompresa cronica, destinata all’alienazione. Ho provato ad avere successo, fama, soldi, popolarità e ci sono riuscita. Ho il mondo ai miei piedi, ma lui non ha niente da offrirmi. Avere tutto per non desiderare nulla. Paradossale. Uomini? Per carità, sono talmente popolare che fanno a gara per venire a letto con me, per strappare una foto ai paparazzi. Così non c’è gusto, non riesco neanche a capire se piaccio veramente…si sono una bella donna, ed è relativamente facile esserlo, quando ci si può permettere qualsiasi trattamento estetico. Nell’intimità non so se amano me o il mio impero. Nel dubbio ho rinunciato ad avere una vita affettiva stabile, quindi non ho neanche figli, non potrei permettermeli, ho troppi impegni, troppe responsabilità. Non so se mi piacerebbero…non sono ancora riuscita a capire se mi sono completamente indifferenti, perché mai presi in considerazione, o semplicemente perché detesto i bambini. Tutto questo contribuisce a rendermi molto sola, onnipotente ma sola…-

La porta si apre, una segretaria, immobilizzata in un ordinario tubino nero, chiede il permesso di entrare. Titubante posa sulla scrivania dei nuovi contratti, cifre sorprendenti, tra cui la partecipazione all’acquisto di un’importante compagnia aerea. Ancora soldi, ancora affari eccellenti, ancora conferme del suo innato talento. La segretaria immobile aspetta solo un cenno, per uscire da quella stanza di corsa. La manager è rimasta a fissare i fogli, senza espressione. La segretaria finge un colpo di tosse e lei solleva lentamente lo sguardo:
-Dimmi Rosy, ma tu cosa desideri per te?
- Signora, io desidero tante cose! Ho un elenco infinito! - No, la cosa che desideri veramente, più di ogni altra ? - Beh…se proprio devo scegliere la più importante vorrei…vorrei essere lei, anche per un giorno soltanto! Si, credo proprio sia questa...
- Grazie Rosy, puoi andare.
La segretaria esce con passo affrettato, chiudendo nervosamente la porta. Un colpo di vento scompiglia i fogli sulla scrivania, il silenzio è tornato nella stanza... delle urla salgono dalla finestra.

venerdì 20 agosto 2010

L’UFO di Pasquale Bruno Di Marco


Continuano le segnalazioni di avvistamenti da parte di cittadini sempre più preoccupati per un inquietante fenomeno che ha caratterizzato queste giornate estive nella nostra in città e che vasta eco hanno avuto finora sulla stampa locale. Si parla ormai apertamente di UFO e, anche se le autorità non si sono ancora pronunciate, nei bar, nei centri commerciali, per strada le persone sempre più spesso si scambiano questa parola insieme a sguardi che assumono le sfumature più diverse secondo le circostanze dell’avvistamento.
L’unico elemento che accomuna tutti gli avvistamenti è il luogo: tutte gli avvistamenti sono avvenuti lungo quella fascia che affianca la strada che dal centro città conduce a Capo Portiere. Si tratta di un’area che si sviluppa per una decina di chilometri con una larghezza variabile che da poco più di un metro all’interno della città, dove è caratterizzata da una pavimentazione in betonelle e da una vegetazione piuttosto invasiva, raddoppia andando verso il mare dove la pavimentazione tende a diventare in asfalto ed è separata dal resto della carreggiata, normalmente dedicata al traffico veicolare, da parapetti in cemento.
Lungo questo percorso dove i cittadini svolgono le abituali attività quali passeggiare, fermarsi a chiacchierare, fumare, leggere il giornale, sostare con motorino, auto, SUV, autocarro, autoarticolati, depositare i coloratissimi sacchi della differenziata e qualunque altra attività che venga loro in mente – la fantasia non manca dalle nostre parti – da qualche giorno misteriose apparizioni stanne gettando lo scompiglio.
Si parla di uno strano veicolo che si muove sul terreno quasi senza rumore e che sarebbe caratterizzato da una forma tendente al piatto posta in verticale, ossia perpendicolare al piano stradale. Quello su cui molte testimonianze convergono è la presenza di due forme circolari – qualche esagitato parla di un numero maggiore ma lo stato di sovreccitazione ci porta ad escludere tale ipotesi in quanto come è noto, secondo il principio di Heisemberg, la descrizione del fenomeno è sempre influenzata dall’osservatore – poste una nella parte frontale e l’altra in quella posteriore in modo che le due forme appartengano comunque allo stesso piano geometrico, e che ruotando su se stesse consentono al veicolo di spostarsi nello spazio.
Le due forme circolari – che qualche intervistato azzarda a paragonare a ruote – sono collegate tra loro da una struttura metallica al cento della quale sarebbe posizionato un essere più o meno antropomorfo che sta in una posizione quasi seduta e, sembrerebbe da quello che si dice, che non stia fermo ma muova alternativamente le due lunghe propaggini inferiori allo scopo di assecondare, almeno così è stato teorizzato, il movimento all’apparecchiatura sottostante.
Questa descrizione ha spinto l’esperto, inviato in zona da una nota trasmissione televisiva che si occupa di fenomeni apparentemente inspiegabili, a fare un parallelo con il famoso “astronauta di Palenque” un’incisione su una pietra tombale maya ritrovata nel Tempio delle Iscrizioni, nello stato messicano del Chiapas, dove è ritratta una figura umana in una posa che ricorda quella di un viaggiatore spaziale intento a pilotare un veicolo non identificato. La postura dell’incisione ricorda in modo molto vicino quella della descrizione dei testimoni, troppe le analogie per pensare che sia solo frutto del caso, almeno secondo l’esperto.
L’altro giorno si sono avuti momenti di estrema tensione quando il fenomeno si sarebbe manifestato in un punto della carreggiata, caratterizzato da un bizzarro rialzamento del suolo e da decorazioni fatte con vernici bianche, realizzato in modo da collegare un marciapiede all’altro. In quel momento la strada era percorsa allegramente dalle auto degli aspiranti bagnanti e alla vista dello strano veicolo ci sono stati momenti di confusione e anche scene di panico. Una donna ha avuto necessità di ricorrere al pronto soccorso dopo aver perso i sensi per l’emozione.
Come dicevamo non tutte le reazioni sono state dello stesso tipo. Alcuni fedeli hanno invocato la presenza del vescovo attribuendo il fenomeno a non meglio identificate presenze. Costoro avrebbero osservato, infatti, che lungo il percorso sono stati tracciati più o meno a distanza costante dei segni bianchi che risaltano sulla coloratura rossiccia dell’asfalto. Tali segni ricorderebbero in forma stilizzata il misterioso veicolo descritto nelle apparizioni. Pertanto, secondo le ipotesi di coloro che hanno invocato la presenza dell’alto prelato, questi sarebbero indicazioni di riti magici effettuati da misteriose sette. E’ noto, afferma il loro portavoce, che quelli che si dedicano a culti esoterici soni usi a tracciare simboli a terra intorno ai quali lanciarsi in danze lascive tipiche dei riti orgiastici.
Per l’esperto inviato dalla nota trasmissione televisiva, tali segni sarebbero da ricondurre, invece, ad una sorta di sistema di comunicazione aliena tutta da decifrare, tanto più che tale riproduzione stilizzata sarebbe presente anche su dei dischi metallici appesi a dei pali posti lungo il percorso in cui il disegno stilizzato è riproposto di nuovo in bianco su fondo azzurro. Questi sono di due tipi, uno semplice come già descritto e un secondo tipo che al disegno aggiungerebbe una fascia diagonale rossa. Una chiara indicazione di un codice che segnala situazioni differenti e quindi la comunicazione diretta a coloro che sono in grado di decifrarlo. L’esperto anche in questo caso spiega che il modello di riferimento va trovato nei geoglifi di Nazca - linee tracciate sul terreno, del deserto del Perù, con i profili stilizzati di animali, alcuni lunghi più di 180 metri, e che possono essere visti solo dall’alto - e quindi l’ipotesi più probabile, per analogia, è quella che il percorso altro non sarebbe che la pista di atterraggio di questi misteriosi mezzi di locomozione.
La forza d’animo, comunque, non difetta nei cuori dei nostri concittadini che, nonostante queste inquietanti apparizioni, continuano a svolgere le normali attività lungo il percorso, passeggiando, leggendo il giornale, depositando i coloratissimi sacchi della differenziata, sfregando gratta e vinci, parlando al cellulare e, soprattutto, parcheggiando ogni tipo di veicolo alla faccia del misteriosissimo UFO.

sabato 14 agosto 2010

L'ULTIMA ESTATE (Una Polaroid) di Naima

Ogni estate, da che ne ho memoria, i miei genitori affittavano una minuscola villetta al mare, sempre la stessa, per tutti gli anni della mia infanzia e oltre. Le famiglie che ogni anno ritrovavamo erano oramai parte di una grande tribù che si riuniva per quella che sembrava una grande migrazione rituale. Avevo molte amiche al villaggio e amavo giocare anche con i bambini. Soprattutto non vedevo l'ora di incontrare di nuovo Matteo, ma facevo di tutto perché nessuno lo immaginasse nemmeno lontanamente.
Come sempre, appena arrivati, non lasciavo ai miei nemmeno il tempo di scaricare i bagagli che già correvo come una capretta tra sassi e sterpi alla ricerca dei miei amici e col batticuore pregavo: “Fà che ci sia Matteo. Fà che ci sia Matteo”.
Erano tutti lì, come sempre; qualcuno sarebbe arrivato dopo, qualcuno sarebbe partito prima, ma c'erano tutti. E c'era Matteo. Allora tutto era perfetto.

Erano giornate meravigliose, in cui tutto quello che volevamo e dovevamo fare era lanciarci in corse sfrenate tra i campi di grano con le bici, sfide di nuoto, giochi sulla spiaggia, gavettoni e altri scherzi, qualche confidenza, qualche pettegolezzo. Unici obblighi: rientrare per l'ora dei pasti, rimettere a posto la cameretta prima di uscire la mattina e aiutare mamma a sparecchiare la tavola.

A me, oltre che giocare e chiacchierare con le amiche, piaceva giocare a pallavolo sulla spiaggia fino al tramonto o giocare con le biglie insieme ai maschietti.

Facevamo lunghi percorsi tortuosi scavati nella sabbia, compattavamo con acqua, pressando con le mani e le palette e ci divertivamo a creare difficoltà sempre più grandi, studiando curvature e pendenze del terreno come piccoli ingegneri.

Spesso giocavo con Matteo, andavamo proprio d'accordo e mi piaceva un sacco anche se era un po' paffuto: aveva bellissimi capelli neri tutti dritti, la pelle scura e occhi luminosi con un affascinante taglio all'insù. Ero pazza di lui... e visto che non si separava mai, devo supporre che anche lui lo fosse di me.

All'epoca avevo jeans sempre sbiaditi e consunti all'altezza delle ginocchia e se portavo i pantaloncini... erano le ginocchia ad essere sbucciate; avevo capelli lunghissimi e un po' selvaggi, la disperazione di mia madre che mi inseguiva spesso con nastri e forcine nel tentativo di domare loro... e me.

Una sera, durante una delle tante cene tra famiglie di vacanzieri, Matteo ed io ci trovammo soli sotto il pergolato della terrazza, nell'assordante concerto di grilli e cicale, mi rivolse la parola come se mi confidasse un segreto: “Io non vorrei mai crescere, vorrei che tutto restasse sempre così”. Non gli risposi, non lo capii: io, invece, non vedevo l'ora di sperimentare com'era diventare grandi!

Poi non ci pensammo più, troppo occupati a giocare tutto il giorno fino allo sfinimento. Che sensazione magnifica, la sera, sprofondare tra le lenzuola fresche, piombando immediatamente nel sonno... e la mattina si ricominciava carichi di energie.

Ma una mattina il mio risveglio fu diverso dal solito: nelle mutandine trovai una macchiolina rosa...: sapevo che presto sarebbe successo, qualche mi amica ci era già passata. Raggiunsi mia madre in cucina; devo esserle sembrata una sorta di fantasma, lì sulla soglia della porta, insolitamente immobile e silenziosa; all'inizio lei mi lancia qualche battuta scherzosa che non raccolgo, allora lei – come le mamme dei film – capisce tutto, mi mette a sedere e mi parla di quel che mi sta succedendo: non l'aveva mai fatto prima e tutto quel che sapevo, lo avevo appreso da amiche un po' più grandi. Piagnucolai: “Non potrò fare più nulla adesso!” Mi rimproverò con un sorriso canzonatorio stampato sulla faccia: “Non essere sciocca, potrai fare le stesse cose di sempre”.

Tutto sommato non mi piaceva più diventare grande: mi sentivo atterrata da una zavorra del peso di una tonnellata – come nei fumetti di Paperino – e sapevo che nulla sarebbe più stato lo stesso.

Quando uscii a giocare con gli altri... avevo il muso e non riuscii a comportarmi come al solito: tutto mi sembrava distante da quella che ero adesso. Alcune amiche capirono cosa mi era successo e si avvicinarono in vena di confidenze. Matteo venne verso di me e stranamente anche lui (siccome gli uomini non capiscono mai niente, mi sembrò eccezionale da parte sua) capì che qualcosa era cambiato, infatti non osò avvicinarsi come al solito, non ci fu nessun contatto, non mi trattò come se fossi un compagno di giochi ma mi chiese timidamente, a distanza, se mi andava di fare una partita a biglie... Mi sentivo come una lebbrosa. Ero furiosa e... prigioniera. Tuttavia accettai di sfidarlo, mi aggrappai alle consuetudini perché non mi sfuggisse tutto di mano, perché non cambiasse tutto così all'improvviso.

Cominciammo a giocare, non ero molto in vena ma mi difendevo bene... tuttavia non ero concentrata... Mentre la gara si faceva più avvincente, Matteo ed io ci trovammo testa a testa, sudati ed agguerriti, ma freddi come due grandi strateghi che dispieghino i loro eserciti per la battaglia finale... ed io, improvvisamente presa dallo sconforto, quasi gli gridai: “Hai ragione: nemmeno io voglio diventare grande! Non voglio che tutto questo cambi.” Mi guardò sorpreso e un po' assente: aveva già dimenticato? Ricominciammo subito a giocare e naturalmente vinse lui. Poi dimenticai le mie biglie in un cassetto, per sempre.

Da allora, tutto cambiò nelle nostre vite; quella fu l'ultima estate intensa e spensierata della mia infanzia... e come andarono le cose poi... credo che più o meno lo immaginerete.

(colonna sonora consigliata: Fearless – Pink Floyd e The last good day of the year - Cousteau)

sabato 7 agosto 2010

IDIOTA di Anna Profumo


«Idiota!», idiota io che mi trovo nuovamente in questa situazione».
«Nei programmi non doveva più accadere. Errore umano diranno: il mio». Nel contratto stava scritto nelle note 23 e 25 - voce 178, ma chi legge le note 23 e 25 di un contratto di 320 voci che firmano tutti?.
«Non ridete. Non autorizzo a prendervi gioco di me. Magari domani quando anche io riuscirò a vederne il lato ironico».
«A trovarlo il lato ironico».
«Vent’anni di vita insieme, oramai la ritenevo parte di me, due corpi e un anima. Lei si era impegnata a impedirmi figure da idiota io a passarle una retta da 1'500 euro al mese con scatti annuali. Vent’anni impegnati a far carriera per potermi permettere Lei. Sapete cosa hanno significato per uno come me? Neanche mia moglie ha ricevuto dedizione e attenzione per così tanto tempo».
«La mia ex moglie diceva: non te ne sei fatta fatta scappare una del resto sei un uomo, il timone guida la tua carcassa».
«Con voi posso esser sincero, ci fosse scappato qualcosa. Niente solo ad immaginarla la situazione sfumava». Illudeva quella che con sguardi ammiccanti e la bocca umida, semi aperta alludeva.
«Pure io alludo e illudo!». Mi ricorda. Professionale, efficiente la mia coscienza.
«Ma non l’avevo licenziata?».
«No, siamo in causa. Il contratto sarà recesso allo scadere, come pattuito». Nel frattempo lei è qui.
«Capite quali voci non avevo letto? Le voci che non mi permettono di metterla a tacere, che non mi permettono di far come voglio, di ignorarla».
«Impossibile, hai firmato un contratto».
«Basta!».
«Impossibile, hai firmato un contratto».
«Impossibile farla tacere!».
«Ah, ah, ah, ah! Ecco rido, rido, rido e rido! Alla faccia della coscienza. Ah, ah, ah, ah! Ecco qui non ti sento, se rido il mio ridere è così grasso e forte che non ti sento».
«Che dici?»
«Cosa ho da nascondere?»
«A cosa voglio fuggire?».
«Non si rende conto del condizionamento, giudica dall’alto e giuda il mio volere dove vuole lei, mia padrona senza macchia ignara del dramma di cui è artefice».
«Non voglio fuggire, voglio essere libero!»
«Ah! Stasera non voglio tornare a casa, chiamo Mario e andiamo a cena fuori torniamo quando ci pare. Anzi no, non torniamo per niente chiamiamo Peppe e lo raggiungiamo a Roma andiamo in uno di quei posti dove si beve e si fuma fin al mattino, conosciamo donne».
«Questa è trasgressione?» Serpeggia la vipera.
«Questa è una sfida». Ti sistemo io, tattica sessista.
«Adesso chiamo chi sai tu. Lo sai che ha un debole per me. L’hai vista anche tu!». L’hai vista. Bastarda, ora capisco, mi hai fermato.
«La invito fuori, due moine, una carezza, mi avvicino e lo sai che se voglio … ».
«… La faccio contenta». Bastarda, ti prendi gioco di me.
«Non cominciare a ricordarmelo, no! Ultimamente va meglio, non è più successo».
«Si, immagino che tu abbia tenuto il conto, ma non voglio sapere».
«Non dovrei farla tanto grossa. Ma senti tu! Basterebbe farsi vedere una volta dal medico».
«Nel contratto si dice che sei la mia coscienza non la mia personale campagna per la prevenzione, così mi fai venire la depressione».
«Mai confidare le tue debolezze, potranno venir utilizzate contro di te».
«Senti, ora piantala o tutti crederanno che a me ci tieni! Credetemi è subdola, si insinua silenziosa e tagliente come una lama e come una lama dilania la mia libertà e la mia autostima».
«Non puoi lasciarmi andare al mio destino?».
«Impossibile, hai firmato un contratto».
«Impossibile, hai firmato un contratto». «Impossibile, hai firmato un contratto». «Bastaaaaa!» Ho bisogno di dormire. Mi ha svegliato ancora. Il caldo, le zanzare, Lei.
«Hai firmato un contratto!». Non è lei, lo urlano fuori dalla finestra. Mi avvicino alla tapparella, è così sudicia che devo fare attenzione a non toccarla, devo dirlo alla signora delle pulizie. Due figure sul terrazzo di fronte illuminate alle spalle dalla fioca luce della cucina. No, sono tre: due uomini e un ragazzo. Uno lo trattiene l’altro lo percuote con qualcosa.
«Ehi, voi fermatevi! Ho chiamato la Polizia!». Guardano nella notte ma non vedono nulla, sono nascosto dietro la tapparella abbassata.
«Fermi! Lasciatelo ho chiamato la Polizia». Fanno un gesto disperato per far superare al corpo il balcone, lui si divincola, reagisce. Si capisce che quelli sono professionisti. Il corpo del ragazzo è lanciato fuori dalla ringhiera. In pochi secondi il balcone si svuota. Le tapparelle con grande rumore si sollevano, la gente si affaccia commenta. La notte sarà lunga tento di riaddormentarmi, ma il vociare, le sirene delle auto, il caldo, le zanzare, Lei.
«Devo denunciarli, testimoniare». Non cambierei la sorte di quel tipo.
«Non è civile».
«Taci!».
«Tacere dovevo. Se non gridavo, sarebbe ancora vivo».
«Impossibile cambiare quello che è successo, ma permettere alla giustizia di fare il suo corso … ».
«Piantala, non ti sento. Quelli mi ammazzano». Tace.

«Odio prendere gli aerei ad agosto, tutta questa gente che si muove per andare in vacanza o per tornare dalla vacanza, tutti comunque stressati».
«Guarda tu questa mezza nuda, maglia senza spalline e senza il reggiseno».
«Si certo può permetterselo avrà vent’anni una bella pelle ancora compatta se non fosse maltrattata dall’abbronzatura, macchie rosso mela e due spalline ambra bianca tatuate dal sole ». Sta li che ogni tanto tira su, un po' una un po' l’altra, non le spalline che pensa non la vediamo?
«Si, ti aiutiamo a mettere la valigia a posto, anzi lo fa il belloccio ormonato, tranquilla ti ha notato».
«Ehi, ma che fai?». Vuoi stare attento stai sparpagliando per l’intero aereo tutta la roba che quella è riuscita a mettere li dentro.
«Senta, le son caduti anche questi 20 euro». Ringrazia incredula la “melozza”, non ci sto provando. Credimi, non ho scelta.
«Il contratto è scaduto». Mi giro. Lo ha detto una bella donna sui quaranta seduta sulla mia fila lei lato finestrino, deve essere passata quando mi sono alzato.
«Prego?»
«Non sei costretto, il contratto è stato sciolto. Hai potuto scegliere». Quella voce mi ricorda Lei.
«Ci conosciamo?»
«Non proprio».
«Di vista?».
«Diciamo che il nostro … è un punto di vista privilegiato».