sabato 16 ottobre 2010

PONTILE di Aldo Ardetti

Non era vecchio ma aveva accumulato mezza dozzina di decenni.
Sul pontile avanzava lentamente facendo attenzione a non inciampare. Di tanto in tanto veniva distratto nell’incrociare turisti della domenica, poi riacciuffava i propri pensieri da dove li aveva lasciati.
Dal rientro in città era la prima volta che rivedeva quel luogo pur avendo fatto il possibile per evitarlo.
Il posto era cambiato: un bar-ristorante stagionale, l’altro, quello più vicino al mare, recintato da lamiere perché pericolante, e lo spiazzo accidentato con le macchine parcheggiate alla rinfusa. Aveva fermato la macchina dopo aver messo a dura prova gli ammortizzatori su quei crateri lunari e subìto il riflesso di luce dal fondo bianchissimo del piazzale.
Si sedette su un frangiflutti – un grosso cubo di pietrisco affogato nel cemento – e guardò il mare, poi la linea dell’orizzonte verso l’infinito con i ricordi che riaffioravano in uno dei suoi luoghi – come amava considerarli – dove una barca che rientrava, aspettava l’onda buona per infilarsi col motore a tutta tra i due bracci del pontile. Un’abitudine che si ripeteva anche dopo il dragaggio del naviglio per il riflusso dell’acqua che – soprattutto con le mareggiate – formava dune sottomarine all’imbocco del porto canale. Solo per i pescatori e i naviganti stanziali era facile approdare indenni alla darsena.
“Che ne sappiamo noi? non possiamo metterci a controllare se viene rispettata la frequenza dei dragaggi – esclamava stizzito Baffo, uno dei pescatori battaglieri – Sai quante barche si sono arenate e con l’onda successiva ribaltate per l’insabbiatura dell’imboccatura?”.

Il sapore salmastro si mischiava all’odore di erba secca e della ruggine dei verricelli, delle ancore e catene. Un odore che andava fin dentro i polmoni.
La ruggine sulle barche disoccupate da tempo, disarmate, che galleggiavano tra alghe marce o giacevano nell’erbaccia radicata alla riva. Dappertutto reti e sugheri asciugavano al sole.
I gabbiani scrutavano l’acqua trasparente per mirare e tuffarsi sulle prede; qualche mucchio di fradicio sartiame, il battere di sagole e scotte sugli alberi delle barche in secca quando s’alzava l’urlo del vento: deng… deng… deng, un cupo rumore metallico lento e costante, sempre uguale, come di campana a morto.

Sotto il passaggio pedonale, pietre si eclissavano nell’acqua mentre sul lato esterno massi proteggevano dalle mareggiate invernali quando il mare sa essere cattivo, non risparmiando i fianchi e minacciando di divorare la strada litoranea come era accaduto in un lungo tratto di costa ritornata selvaggia dopo che la strada era sparita, inghiottita dall’arenile.
Sull’altro lato del canale il ‘vicolo chiuso’, chiamato così perché dopo un ampio parcheggio di terra battuta con residui di brecciame, si finiva sulla spiaggia dove un ristorantino a conduzione familiare – ch’è meglio inserire nella categoria delle trattorie, e già sarebbe una benevola concessione – spandeva odori di pescato. Vicino i ruderi di una torre d’avvistamento avvolti da radici, rovi e frasche morte. Rami di fico selvatico avvolgevano le macerie e si allungavano sulla sabbia come serpenti, diventando trappole per i passanti che si trovavano da quelle parti perché stranieri o per
esigenze fisiologiche. Poco lontano i resti di alcune torrette di cemento, bunker abitati nell’ultimo conflitto mondiale e, tutt’intorno, i fiori della duna nelle chiazze sabbiose concesse dalla flora mediterranea, quelli delle piante grasse con le unghie di strega che creano tappeti dal colore sanguigno.

Ricordava le notti passate a far compagnia ai pescatori, quelli con le bilance che si contendevano le postazioni. I più anziani avevano il tacito diritto di piazzare il loro palo allo stesso posto dove avevano costruito il punto di appoggio. Pescare con la bilancia è faticoso: ci vuole forza e ce ne vuole tanta con la corrente forte o quando tira vento. Se vuoi pescare qualcosa, devi tirarla su ogni volta che transita una imbarcazione ché mette in movimento il pesce che, in un porto canale, prende il sapore di petrolio, del carburante combusto o disperso dalle barche.

Su quel pontile vide Lorella per la prima volta. Era sdraiata su un frangiflutti. Si sosteneva con le braccia puntate all’indietro e il viso esposto al cielo per prendere il primo sole. Calzava stivaletti, vestiva con tonalità grigie: una gonna a quadri, camicia bianca con cravatta del colore e disegno della stessa. Conversava con un’altra ragazza, un’amica, in piedi vicino a lei.
Lorella aveva una carnagione chiara, lineamenti delicati, modi gentili e un sorriso indescrivibile; aveva gli occhi belli – chiari con riflessi diamantini, sorridenti – e non potevi non innamorartene. L’amica, invece, dava una impressione di volgarità, in sovrappeso con un profilo che ricordava il genio della lampada di Aladino. Avete presente un viso con gli occhi leggermente asiatici e con i capelli raccolti a ciuffo? Ecco, proprio così.

Nelle visite ai ‘suoi luoghi’ non dimenticava la macchina fotografica. Così iniziarono le pose per i primi scatti, le passeggiate e gli appuntamenti al pontile fino al giorno che, per infiniti motivi o forse per un deciso destino, la vita come ti fa incontrare ti fa dividere, ti tradisce fino a diventare amara.

Quando era tornato in città, tra le prime cose, appuntò di fare una visita al cimitero. Nell’accomiatarsi dalla tomba del congiunto gli venne spontaneo dare un’occhiata in giro. E’ accaduto di ritrovare in questi luoghi persone non incontrate da tempo. Fu attratto dalla foto a colori di una bella donna che però non distingueva. Quando si allungò per mettere a fuoco la lapide, vide che era Lorella e ne lesse il nome in lettere bronzee.
Andò a rintracciare l’amica… il genio della lampada.

Abitava ancora nel vecchio quartiere – il Villaggio – e la vide in lontananza avanzare appesantita dagli anni, procedere strisciando i piedi grossi e deformi.
“Ciao, mi riconosci?”
“Sì, anche se con pancetta e i capelli rimasti”.
“Che è successo a Lorella?”
La donna rispose dopo aver superato il momento di sorpresa.
“Lorella è morta”.
“Questo lo so, sono stato al cimitero questa mattina. Ma cosa le è successo per morire così giovane?”
“Una notte di febbraio la trovarono lungo
la Statale. Qualcuno l’aveva uccisa”.
“Sulla Statale? e che ci faceva…”
“…e che ci faceva, non lo capisci?”
“Perché quella fine?...”
“Il suo desiderio era andare via dalla campagna, dalla famiglia, evadere per vedere e conoscere qualcos’altro. Aveva fretta di farlo e purtroppo si è buttata tra le braccia della persona sbagliata”.
“Di quale persona parli?”
“Gente di fuori, delinquenti. Farabutti che prima ti fanno sognare, ti lusingano, ti promettono mari e monti e poi ti fanno fare quella fine, la fine che ha fatto Lorella”.
La donna stava accusando un malessere: il cuore rischiò di scoppiarle insieme al pianto mentre lui, di colpo, avrebbe voluto che i suoi luoghi fossero altri.

Decise di rientrare. Alla riva un tellinaro trainava il suo rastrello inveendo quando sorprendeva troppi granchi e si sentì arrivare le voci di una ciurma di pescatori. Riconobbe Baffo: ma quanti anni aveva? Il suo volto era quello della gente di mare: segnato dal vento, dal sole e dalla salsedine. E dall’umidità della notte.
“Giovanotto, ti ho riconosciuto, sai – e rivolgendosi agli altri – …questo è un vecchio amico, ragazzi”.
Si raccontava che in certe notti appariva una figura diafana passeggiare sul pontile.
“Baffo, è vera ‘sta storia del fantasma?”
“Ce ne sono tanti di fantasmi sul mare e nella testa della gente che ormai non ci si fa più caso” e con la mano fece un gesto di saluto mentre le sue labbra accennavano a disegnare un sorriso.
Tutto sembrava svolgersi lentamente come se il tempo non avesse fretta. L’acqua del rio faceva intravedere le alghe filiformi piegate dalla corrente. L’unico rumore era lo sciabordio sulle fiancate delle barche che specchiavano nell’acqua il colore degli scafi e si rintuzzavano con i vecchi pneumatici salvabordi.

venerdì 8 ottobre 2010

CORRUGATO di Daniela Rindi

Il corrugato non ho ben chiaro cosa sia, un tubo di plastica in cui passa un cavo elettrico credo, niente di più e non mi interessa neanche approfondire. Questo vale per molte cose della mia vita. Posso aggiungere che è una brutta parola, cacofonica, che la userei per offendere qualcuno, tipo “sei proprio una faccia da corrugato!”, o per chiudere una relazione come “tra noi è finita, c’è un corrugato che ci separa”. Posso però cercare di raccontare quale immagine mi richiama, cosa evoca o fa vibrare dentro di me.
Il corrugato mi mette i brividi, sarà per quelle “erre” centrali, una qualsiasi cosa corrugata la eviterei certamente, le girerei alla larga. Corrugato potrebbe essere anche uno strano animale da cortile che cammina muovendo la testa avanti e indietro a ritmo cor-ru-ga-to, come in una marcetta militare. Corrugato è anche il viso di un poeta che, con la testa tra le mani, pensa a quel maledetto verso che non s’incastra mai. Corrugato è uno strano tipo di vino che viene lasciato invecchiare su un carro sotto il sole. Che schifo.
Corrugato può essere un gioco di bambini disegnato per terra con il gesso, dove i grandi corrugati sono cerchi concentrici che non si devono calpestare. Corrugato è Dio quando si rende conto che bastava un giorno in più per cancellare tutto e dire che aveva scherzato. Corrugato è il cielo in una stanza, buonanotte fiorellino e maledetta primavera. Se proprio devo avere a che fare con un corrugato preferisco immaginarmelo come un nuovo paradiso, dove è possibile mangiare e bere a sazietà senza ingrassare mai. Corrugato è mio marito quando gli sfuggo dalle mani, è mia figlia che non ha risposte dalla vita.
Corrugato può essere una cosa triste o allegra, dipende dall’umore del momento. Per il mio cane sicuramente è un bell’osso gustoso da rosicchiare e per il mio gatto è il desiderio di vedere il cane cascare da un balcone del quinto piano. Potrebbe essere la vena dove passa il sangue che mi tiene in vita, o un binario del treno che indica la direzione e che io mi sono persa.
Corrugato è il tempo che non passa mai quando stai male o quello che fugge quando ti diverti, è la coda che trovi quando sei in ritardo, è la bestemmia che non volevi dire. Con un corrugato è fatto il corrimano della mia scala a chiocciola che lascia tutti stupiti, è quel nodo contorto che si spaccia per opera d’arte. Corrugato è il nome del mio profumo preferito, che ho scoperto essere stato tollerato a malapena, solo quando l’ho cambiato. Corrugato è il minestrone a pezzi che detesto, è il nuovo cartone animato della pixar in 3d, è la puzzetta di mia figlia per troppa cocacola. Corrugato è anche una faticosissima poesia:

Ed è subito serra

Ognun corrugato per la sua terra
trafitta da gas e non da sole
ed è effetto serra

Potrei andare avanti all’infinito, può essere tutto o niente, ma il corrugato rimane solo un pezzo di plastica in realtà, che guida e protegge fili di corrente. Il corrugato è corrugato e basta, diciamolo, e in fondo il suo nome gli sta proprio bene.



venerdì 1 ottobre 2010

LA VERSIONE DI SPARKEY di Bdm

Siete un vero disastro, voi umani! Mi chiamo Worfschorkkstchoff, ma tranquilli, so che non siete in grado di pronunciarlo. Potete chiamarmi Sparkey come fanno quelli dalla famiglia che mi è stata assegnata.
Lo so che credete di essere voi a sceglierci quando venite a vedere la nostra cucciolata. In realtà è la nostra mamma che vi studia mentre vi avvicinate e immediatamente decide chi di noi è il più adatto. Quindi gli altri cuccioli fanno gli antipatici e il prescelto mette in atto tutte quelle moine a cui voi immancabilmente cascate. Per fortuna, perché siete veramente complicati voi umani e ci vogliono qualità specifiche per gestire ognuno di voi.
Questa famiglia dove sono capitato non è troppo male. Vivo con tre umani. Pieditosti, io lo chiamo così, è il papà, lui dice di essere il capo della famiglia ma a me sembra che le decisioni poi le prenda sempre Piedicaldi, la mamma, anche se gli fa credere che sia lui ad avere l’ultima parola. Quella che mi piace di più è Piedidolci, la piccola di casa, con cui ogni tanto faccio delle gare di corsa che fingo di perdere, perché voi umani siete fatti così, andate assecondati.
Certo che mi danno un bel da fare. A volte Pieditosti torna così stanco dal lavoro che devo portarlo a fare una passeggiata. Perché non si perda indosso una corda intorno al collo con una maniglia alla fine, così lui può attaccarcisi e io lo guido per la città, più o meno il solito giro, e lo riporto indietro in tempo per la cena. Ci fermiamo anche per fare pipì. Certo gradirei un po’ di privacy quando ci avviciniamo agli alberi. Io evito di guardarlo perché ritengo che sia imbarazzante per me e per lui, ma sono sicuro che lui mi controlli mentre alzo la mia gamba e do sfogo alla mia vescica. Non si può pretendere l’educazione da voi umani.
In casa poi, devo stare dietro a tutto. Non è che siete cattivi, ma certo siete molto distratti. Quando Piedicaldi carica la lavatrice chi è secondo voi che si mette a controllare che quella giri in continuazione senza fermarsi? E quando mangiano a tavola chi è che controlla che ogni briciola caduta sparisca all’istante? Non avete idea di quante formiche ed insetti vari siano pronti ad invadere la casa, altrimenti.
La mattina, poi,quando suona la sveglia devo mettermi ad abbaiare come un disperato per fare alzare tutti dal letto. Una fatica che non vi dico, tanto che, subito dopo colazione, devo rimettermi a dormire a pancia all’aria fino all’ora di pranzo.
E Piedidolci? Chi è che deve fare da modello facendosi spazzolare e vestire con dei capi, lasciatemelo dire, piuttosto demodé? Oppure quando mi pettina il ciuffo, di cui vado tanto orgoglioso, e me lo tira all’indietro con un elastico rosso? E quando è triste chi è che deve mettersi a nascondere le pantofole così lei può divertirsi a cercarle?
Ma a parte questo devo controllare e regolare tutta la vita in casa, perché voi umani, l’ho già detto ma lo ribadisco, siete distratti e avete bisogno di chi vi segua passo passo. Per questo ci mandano a convivere con voi, altrimenti sareste perduti.
Comunque c’è chi sta peggio. L’altro giorno ho incontrato un collega, Howshlkrgrrrauuukkf, che mi è sembrato molto stressato. Infatti, quello, appena mi ha visto sotto al solito albero con la gamba alzata, mi ha dato giusto il tempo di finire, che al contrario di voi quelli della mia razza conoscono l’educazione, e poi ha subito approfittato per sfogarsi. Mi ha raccontato tutto quello che Piedigonfi e Piedimolli, quelli che gli sono stati assegnati, gli fanno passare. Per cominciare lo chiamano Cimiciotto e già questo non è facile da sopportare. Poi deve correre continuamente avanti e indietro per la casa a controllare che tutto funzioni, deve segnalare quando è l’ora del pranzo o quando è l’ora della passeggiata, deve fare finta di fare la faccia interessata davanti a quelle schifezze che danno in tv solo per far loro compagnia. Poi non hanno alcun senso del territorio e lui, poveretto è costretto ad abbaiare a tutti quelli che si avvicinano alla recinzione del giardino al posto loro. E poi al parco deve continuamente riportagli i bastoncini che buttano dappertutto.
Ma quello che proprio non sopporta è quando gli fa indossare quegli orrendi maglioncini fatti a mano da Piedigonfi. Lui per protestare è costretto a appiattirsi sul pavimento fino a che lei non lo trascina fuori di peso.
Insomma, ve lo ribadisco senza di noi, sareste perduti, ma che stress! Io ancora resisto, non lo so fino a quando. Ma quando verrà quel giorno, me ne andrò da solo lungo quella che voi credete essere una pista ciclabile che collega la città al mare mentre, in realtà, è la pista di atterraggio dei nostri bus-navetta interstellari e me ne torno a casa, finalmente, a vivermi una riposante e rilassante vita da cani.

sabato 25 settembre 2010

VIAGGIATRICE STANZIALE di Naima

Nadjime spazza il pavimento della sua bottega fatta di pietra e assi di legno dipinte di bianco, anche se sa da sempre che è inutile: il primo cliente del mattino, aprendo la porta, farà di nuovo entrare la polvere del deserto; ed è in sua attesa che la vecchia Nadjime prepara i sacchetti con le erbe e gli infusi, sistema il banco, ordina le carte.
Nadjime ha novant’anni. La notte in cui nacque la luna era al culmine del suo splendore - così le raccontarono - anzi, era talmente luminosa che le streghe del villaggio pronosticarono senza esitazione che quella bambina avrebbe avuto il dono di vedere oltre, di vedere il mondo. Nadjime non diede mai troppo peso a quella profezia, tant’è che non vide mai oltre il proprio villaggio.
Essendo l’ultima di 13 figli e quindi colei che non si sarebbe sposata ed il cui nobile compito era accompagnare i genitori nella vecchiaia, dedicò l'intera vita ad aver cura della casa, dei genitori, delle sorelle da marito e della nonna che abitava con loro e che visse oltre cento anni; ereditò da quest'ultima la bottega del tè: una baracca di assi di legno che si trovava tra il villaggio ed il confine col deserto, laddove, ancora oggi, passano le rotte dei carovanieri. Mentre viaggiatori, mercanti e tuareg sostano acquistando o barattando cibi e mercanzie, sorseggiando tè alla menta e facendo riposare furgoni e cammelli, Nadjime legge loro ciò che è nascosto nell’anima e nel destino attraverso le carte e i disegni della sabbia del deserto: in molti sono tornati da lei, soprattutto per questo, oltre che per lo speciale tè alla menta la cui ricetta si tramanda di madre in figlia.Ognuno di questi, ritornando a casa, ha raccontato la storia di questa signora e la sua bottega è oramai nota a molti viaggiatori, tanto che talvolta giungono a farle visita governanti di paesi lontani, attori di fama mondiale, presentatori televisivi e rockstars, tutte persone che si illudono di trovare nel silenzio del deserto ed in una vecchia bottegaia che vende spezie, il segreto della vita, la saggezza.
Ciò che questa gente viene a prendere da Nadjime viene ripagato con le storie delle loro vite: attraverso i loro racconti Nadjime ha percorso le strade del mondo, attraversato mari, parlato altre lingue, toccato le nevi del Fuji ed i ghiacciai eterni dell'Himalaya, meditato con i monaci tibetani, sofferto per la guerra che dilaniava ora un paese ora l’altro; ha conosciuto l’aurora boreale ed il cibo vietnamita, indossato un kimono giapponese sorseggiando il tè alla maniera degli orientali (e non ha potuto evitare di pensare che fossero un po’ buffi), ha conosciuto il pensiero di filosofi e musicisti, ammirato i colori di un quadro di Monet e dei graffiti newyorkesi.
La geografia ed il cuore pulsante e vivo dell’intero mondo sono impressi nella sua mente, disegnati nelle rughe che le solcano il viso e le mani.Adesso, a novant’anni, sa che le streghe del villaggio avevano ragione: avrebbe visto oltre, avrebbe visto il mondo intero. Non è stata Nadjime, però, ad andare per il mondo ma il mondo a venire da lei, nella sua bottega del tè, al crocevia tra l’immenso, silenzioso deserto ed il caos delle grandi città.

sabato 18 settembre 2010

ERBE SELVATICHE di Anna Profumo

Nel balcone di casa resistono poche piante verdi e alcune succulente, devono essermi affezionate. Si impegnano le mie piante, da lungo tempo sopportano la mia dimenticanza ad annaffiarle e l’attacco di quel fastidioso parassita che viene chiamato cocciniglia a scudetto. Quando ho cominciato con qualche vaso forse miravo ad imitare la grandiosità dei giardini pensili di Babilonia, alle elementari sentendone parlare dall’insegnante ne rimasi affascinata. In quei giardini il problema dell’acqua veniva risolto utilizzando gli schiavi per la costruzione di immense opere di canalizzazione. Nel mio balcone si risolve con numerose passeggiate avanti e indietro con l’annaffiatore ora pieno, ora vuoto. I giardini pensili di Babilonia: esistenza segreta per le nuove generazioni, con questi tagli all’istruzione, ne scopriranno la fine solo in qualche film d’avventura tipo Indiana Jones, i più pigri si accontenteranno di pensare che siano le trovate geniali degli ideatori per la pellicola in questione, siano rovine o ricostruzioni di città perdute.
Forse correlato con l’esposizione al sole: un oretta di sole feroce e poi ombra tutto il giorno, ho visto spuntare nel vaso dello Spatiphillum alcuni funghi giallissimi prima che introducessi solari succulente, quando ancora pensavo che mi sarebbe piaciuto occuparmi di un balconcino di piante fiorite.
Oggi mi sento in colpa con loro, non sanno che su quello della cucina coltivo basilico, rosmarino, erba cipollina e dragoncello che annaffio con continuità. Per non alimentare feroci invidie e gelosie: cerco di essere naturale, non farmi scoprire troppo entusiasta delle aromatiche antagoniste. Annaffio quelle piccole affaticate parlando con loro, le incoraggio. Al “Geranio rosso” ufficialmente detto Pelargonium zonale provo a dirgli che è il migliore e lui a breve, mi ringrazia con nuovi boccioli.
Più volte ho tentato di introdurre semi spontanei per invitarle ad essere meno servizievoli più ribelli, trasformare quel caos verde in un apparente ordine casuale. La povera Tradescantia blossfediana, passata alla storia e chiamata da tutti “erba miseria” introdotta da me per creare frescura e riparo alle piccole nate s’è prima espansa oltremisura contraddistinta da piccole fioriture rosa, poi anche lei ha ceduto: deve aver sentito che non eravamo affini. Inutilmente se stessa lei, esigente io alla ricerca di flora edule.
La spontaneità, sembra non voglia aderire al mio disegno, piante che normalmente infesterebbero prati, aiuole qui vengono soggiogate dalla glaciale ombra delle pareti e dalla contenuta geometria dei vasi o forse dall’inalterabilità del terreno.
Le erbe spontanee mi sono simpatiche. Sto per partire con un nuovo esperimento: far crescere nei vasi la cicoria, la borragine, l’origano, la mentuccia e il timo.
Immagino le rose di foglie delle succulente Echeveria far capolino, cercando di compiacermi, tra la Borragine delicata con le sue foglie cuoriformi, pelosette e buone formanti le gemme da cui spunteranno i commestibili fiori stellati dal colore blu. La cicoria nuova nata sotto le spine del Ferocactus Gracilis mostrare imitandolo, le per niente aggressive foglioline roncinate. Mi figuro già il suo futuro contendere con uno svettante caule, alla grande colonna spinosa e lanosa dell’Espostoa Melanostele, un raggio di sole per la maturazione dei fiori azzurri. La serpeggiante mentuccia ricadere alla ricerca di nuovo terreno tra i bei fiori peduli color fucsia e rosso acceso della Schlumbergera frida “cactus di natale”. La bella Begonia coccinea Hook: slanciata assottiglia verso l’alto, la vedo sfiorare titubante le radici aeree che spuntano lungo il fusto sottile e angolato del Selenicereus Pteranthus, evitare le costolature con le rade e regolari areole spinose per rivaleggiare con le improvvise e brevi fioriture notturne: coriandoli di piccoli fiori discreti, raccolti in rametti resistenti lunghi giorni quelle della Begonia, appariscenti, grandi a lungo tubo con numerose file di petali, belli per una sola notte quelli del Selenicereus. Queste non sono commestibili, sono un eccezione a cui non resisto. Sono belle non chiedono molto e sono generose.
Chi sa! anche nei giardini pensili di Babilonia avranno utilizzato le piante per farne manicaretti.
Mi immagino sigillare con stampo tondo, festonato futuri ravioli di sottile e porosa pasta all’uovo farciti con ripieno di foglioline di borragine e ricotta. Le cimette fresche della Borragine, prima insaporite e scottate, appena in una padella: rosolandole in olio d’oliva insieme ad un leggero e fine battuto di scalogno. Unite alla ricotta fresca e a due foglioline di mentuccia spezzettate a mano, solo una festonata a pioggia di pane grattugiato, eventualmente un filo d’olio, sale quanto basta.
Passarli in padella poco prima di servirli, farli girare nel sughetto che resta facendo sfumare del brandy in olio d’oliva completando con una spolverata di parmigiano, solo una presa da fondere leggermente sul fuoco.
Assaggiare chiudendo gli occhi e immaginare che sia tutto vero!

venerdì 10 settembre 2010

BRUNO BASTA, LA VICENDA UMANA DEL PADRE DELL’ASTRATTISMO EPICO di Piermario De Dominicis

Sembra quasi impossibile che Bruno Basta sia riaffiorato all’attenzione del consesso umano dopo una vita nella quale ha dato così scarse notizie di sé, tanto che la sua riservatezza ha rivestito la sua esistenza e la sua opera di un alone di leggenda. Ma forse la sua decisione di ricomparire proprio a Latina, una città che di solito considera la Fiera della Lestra la punta massima della propria elaborazione culturale, conferma che la voglia di celarsi di Basta, coerente fino in fondo con la sua cupio dissolvi, la voglia mai trattenuta di scomparire. Trasferendosi a Latina, come con un colpo di magia riesce perfettamente a svanire, come capita a tutto quelli che, con l’eccezione ostinata del nostro amico Pennacchi, operano qui nel campo della produzione culturale. Tracciare una sia pur breve biografia dell’artista è assai arduo perché la cortina di mistero eretta da Bruno Basta sul suo privato è così fitta che lui stesso ne è totalmente all’oscuro. Si sa della sua nascita, si dà per certo che sia avvenuta perché di colpo eccolo lì: prima non c’era… e dunque deve essere nato. I genitori Bertrando e Ora Basta nata Berlusconi (Ora Basta Berlusconi) erano due illustratori di libri per daltonici, apprezzati per le straordinarie capacità, due virtuosi del disegno. La coppia considerò del tutto naturale riversare il proprio sapere sul figlio, perché stabilisse la continuità di un mestiere così prestigioso. La delusione dei genitori fu cocente quando gli fu chiaro che il figlio con le matite in pugno non sapeva proprio cosa fare, almeno prima di aver scoperto che piazzarle negli occhi dei compagni di asilo gli garantiva una qualche cinica soddisfazione. Furono necessari anni per convincere il bambino che conveniva poggiare la punta della matita sul foglio e non il sedere tappato della medesima, per veder comparire qualche segno. Comunque sia la prima opera conosciuta di Bruno Basta fu uno scarabocchione su sfondo rosso che lui stesso intitolò “ioqueliliamazo” dedicato ai genitori. Trascorrono da quel momento anni di cui non abbiamo notizie significative, avvolti come spesso capiterà durante la vita dell’artista da fitto mistero. Ricomparirà di botto a Parigi in uno studiolo di Rue de Bucy che divide con un tatuatore di 120 kg. L’esiguità degli spazi e la cospicua presenza fisica del tatuatore (pessimo carattere peraltro) causeranno continue frizioni tra i due e diversi ricoveri d’urgenza per Basta, che pur di non dare fastidio all’energumeno limitò il suo campo d’azione alle miniature. Disgraziatamente la sua incapacità tecnica perdurava così che le sue piccole opere del tutto incomprensibili, finivano per lo più per ristagnare sul fondo del water della minuscola toilette dello studio, perennemente guasta. Le ristrettezze economiche lo angustiavano e i modesti assegni che i genitori gli inviavano, pur splendidamente vergati, non gli garantivano una dieta che andasse oltre sofficini scaduti di capitan Findus, così scaduti che il buon capitano appariva invecchiato malamente sulle confezioni ed il suo sorriso bonario, mancandogli diversi denti, si volgeva in un ghigno perfido.
Fu solo dopo una notte di tormenti, trascorsa a discutere col suo stomaco su chi dovesse dimettersi prima, che gli giunse la folgorazione: visto che il figurativo risultava impraticabile si sarebbe dato all’astrattismo. Il resto, per sommi capi, è storia conosciuta. Con la complicità, nel tempo divenuta amicizia, con un gallerista cieco, intraprese una sua via artistica che da alcuni critici alcolizzati venne definita “Astrattismo Epico” .
Il successo improvviso e clamoroso portò le quotazioni delle sue opere oltre l’inimmaginabile. Basta, che era tuttavia rimasto il ragazzo semplice di una volta, continuava ad essere prigioniero di angosciosi dilemmi: “i miei calzini fucsia sono compatibili con il mio jet rosa o sarebbe meglio quello blù?” dopo una iniziale e comprensibile euforia l’artista sentì di dover proseguire nello sviluppo del suo percorso. Se ne presero le tracce. Si seppe poi che era riparato a Poitiers e che nella brusca necessità di occultarsi al mondo, aveva vissuto due anni in una cabina telefonica, dove si era sistemato discretamente e non aveva altro affanno che dire ogni due minuti ”occupato!” a chi tentava di telefonare. Col tempo però la fila formatasi fuori della sua eccentrica abitazione, si era fatta così chilometrica da togliergli la tranquillità. Tornò quindi in Italia e fu a Milano che nell’intento di produrre un tipo di arte totalmente naturale gli venne in mente di lavorare sui materiali. Decise di produrre in proprio i colori con i quali dipingeva . E’ l’inizio di ciò che dagli stessi critici di un tempo sempre più divorati dall’etilismo, venne definito “Astrattismo dietetico” o “Astrattismo gastrico” o anche “Astrattismo retto”.
L’alimentazione decise i toni. Ci fu un periodo orange favorito da una dieta di carote così radicale che alla fine Basta era in grado di vedere i tarli delle sedie e di conversare con loro. A questo seguì il periodo Verde (verdura a volontà) e il più cupo di tutti, (seppie come piovesse).
Le sue mostre divennero eventi anche se la loro durata nel tempo era per forza limitata. Lo spingere il fisico, in nome dell’arte, oltre ogni limite conosciuto gli fu alla fine fatale.
Gli divenne difficile digerire anche l’acqua per cui iniziò l’ennesimo periodo di buio. La notorietà lo perseguitava vendeva tutto ciò che produceva, alla faccia di qualche critico livoroso che con scarsa originalità aveva definito le sue opere “quei quadri di merda” si sentiva assediato e ancora una volta sparsi. Fino all’inaspettata rinascita odierna. Mutato nell’aspetto (per modestia ha rinunciato ai capelli) ma simile a se stesso nell’inesausta ricerca di sperimentare, trova nella nostra città l’humus ideale per farlo non destando la minima attenzione. E’ ciò a cui ha sempre teso.



ASTRATTISMO EPICO, SINESTESIA ESTREMA di Pasquale Bruno Di Marco

Lo stesso BB, padre dell’Astrattismo epico o meglio ancora organico, come lui stesso lo ha definito, ci ha parlato del legame astrale che pare abbia con quello che possiamo definire il suo alter-ego, Stelak, artista o gruppo di artisti – non è facilissimo capire i borbottii del maestro dopo il decimo bicchierino di grappa - paleolitici nel periodo di passaggio tra matriarcato e patriarcato. Tra i fumi dell’alcol BB è solito dipingere e nello stesso tempo, tra un’invocazione ad Aua, Wigga e Mestwina e un borborigmo digestivo, evocare la storia di Stelak, la cui vocazione artistica passa attraverso la sperimentazione musicale, frustrata a suon di clavate, alla sperimentazione nelle arti visive. La totale mancanza di qualunque talento nel disegno non impedì a Stelak di sperimentarsi nei graffiti, ovviando all’inizio con una sorte di proto-stencil, nella cui fase arcaica, animali di piccola taglia venivano sbattuti contro la parete rocciosa. Da quello che BB ha desunto attraverso il suo legame ancestrale, tale tecnica fu abbandonata per un eccesso di cromatismo rosso. Nella fase successiva si rese necessario un connubio artistico con un altro artista che teneva fermo il soggetto mentre l’altro ne seguiva i contorni con un bastoncino annerito. Anche questa tecnica fu abbandonata quando i committenti cominciarono a chiedere ritratti di serpenti a sonagli e cinghiali.
Nonostante gli insuccessi iniziali l’artista paleolitico, alter ego di BB, non abbandonò l’idea di eseguire graffiti tentando composizione varie. Ma ogni volta il suo tentativo di ritrarre un animale lasciava perplessi gli osservatori che non riuscivano a distinguere i suoi elefanti dalle sue anatre. Quello che però suscitava la più notevole ammirazione erano i colori che Stelak realizzava con tecniche misteriose. La frustrazione per la totale negazione per il disegno veniva ampiamente controbilanciata dal virtuosismo cromatico, che Stelak produceva organicamente seguendo diete particolari. Nel riproporre questa forma d’arte rivissuta attraverso il legame astrale BB ripercorre l’astrattismo di necessità, determinata dall’assoluta incompetenza nel figurativo che, proprio nella testardaggine del perenne tentativo di riprodurre forme riconoscibili senza mai riuscirvi, trova il suo carattere epico. La straordinaria varietà della gamma cromatica, anch’essa in qualche modo riconducibile alla necessità di produrre in proprio i colori attraverso un’attenta e selettiva scelta delle pietanze, hanno spinto altri critici a parlare di “Astrattismo Dietetico” o “Organico” mettendo l’accento su come la visione diretta del cromatismo Bastiano, con tutta la gamma di nuance sperimentate nelle varie versioni stagionali, induca fenomeni di sinestesia estrema in chi contempli l’opera appena prodotta. Lo spettatore lentamente, ma inesorabilmente, perde il contatto con la realtà ed è indotto ad entrare in uno stato di estasi o di demenza, poiché tutti i criteri tradizionali, visivi e olfattivi, sono rimessi in discussione. Tali opere hanno insite una portata di avventura e di azzardo che è impossibile prevedere tutte le possibili reazioni. Con l’andar del tempo la forza di rottura tende ad attenuarsi evaporando l’effetto di stravolgimento sensoriale, ma l’esperienza visiva rimane impressa nell’aspetto più profondo della nostra anima di fruitori dell’arte in tutte le sue forme, suoni e odori.

giovedì 2 settembre 2010

L'UOVO di Aldo Ardetti

A volte non sappiamo perché abbiamo preso una direzione e dove essa ci porterà.
Sulla spiaggia di Giardini Naxos ci siamo arrivati da Taormina. Siamo entrati in paese percorrendo la strada a senso unico, parallela all’altra che costeggia il mare: un budello lungo e stretto, sulla destra pieno di negozi – la maggior parte ficcati in piccoli ambienti – che creano vita e colore alla via. Sulla sinistra, tra un isolato e l’altro, lo squarcio blu del mare sotto il cielo più chiaro, rassicurava il procedere nella direzione giusta.
Volevamo nuotare anche in quel mare, un rituale che avevamo deciso all’inizio della nostra vacanza: fare il bagno in tutte le località toccate. Invece non avevamo fatto i conti con quello che è un problema universale: trovare parcheggio.
Abbiamo avuto rassicurazioni per sostare in uno slargo di fronte ad un locale che gestiva un pezzo d’arenile: un bar con un grande stanzone vetrato e pieno di tavolini. Sembrava arredato in maniera provvisoria, d’antan. Si respirava aria di taverna di porto, luogo di ritrovo di marinai, prostitute e uomini di malaffare: peraltro un’impressione più romantica che reale. Appoggiato al bancone un uomo alto e biondo con accento forestiero, probabilmente faceva parte di quegli avventurosi che, per lavoro o destini sentimentali, aveva lasciato le proprie origini per trasferirsi in una terra lontana e assumerne abitudini e vezzi autoctoni. Sembrava un vecchio marinaio che refrigerava la sua pelle, invecchiata dal sole, idratandola con una bevanda colorata. Non era vecchio, lo sembrava mentre conversava con il gestore che aveva modi e parole gentili.
Scendemmo in una spiaggia come non l’avevo immaginata per come mi era stata descritta.
Non so se l’infinito arenile fosse tutto uguale ma dove ci trovavamo era ghiaioso e, nonostante gli asciugamani, punzecchiava la schiena. Non mi capacitavo come potevano resistere i bagnanti, magari abituati o pigri per andare ad allungarsi altrove.
Ci calammo in un’acqua bellissima con un fondale pietroso. Se non nuotavi, era difficile restare in piedi e camminare un’impresa circense. Chissà, pensai, se quelle pietre erano state scagliate da un ciclope incollerito.
La rinfrescata fu salutare.
Si era fatto tardi e i bagnanti cominciavano a sgomberare. Iniziava un silenzio interrotto da sporadici bisbigli gergali. Anche i bambini non urlavano come sanno fare: giocavano, si sfottevano, scherzavano senza strafare. Tutto sembrava arrivare da lontano, smorzato da un vento contrario che ovattava voci e rumori.
Per asciugarmi preferii restare in piedi e mi misi a curiosare all’intorno con qualche pausa per fissare l’onda che moriva sulla riva annegando pietre levigate e scolpite nei secoli dei secoli, conchiglie ormai morte, alcune di una strana bellezza che calamitava. Alla riva due bambini, maschio e femmina, si spruzzavano tirando calci sul pelo dell’acqua. Erano snelli, capelli neri come i loro occhi vispi e furbetti. A pochi metri, sdraiata sul ventre, la madre li osservava divertita ascoltando le lamentele dell’uno o dell’altra e controllando che il gioco non degenerasse perché i bambini possono trasformarsi e diventare pericolosi: fin quando si sfottono spruzzandosi acqua è un conto, ma quando cominciano a raccogliere sassi, il pensiero corre lontano e scatena elucubrazioni. La madre ebbe un sussulto e reagì lanciando l’ennesimo: «Non esageriamo!». Già prima era stato un continuo: «Mi raccomando!». Era stato il maschio a cominciare, a raccogliere pietre nell’acqua bassa e gettarle vicino alla sorella conscio che, se avesse usato maggior forza, avrebbe rischiato di colpire la bambina la quale, già possedendo l’istinto e la determinazione femminile, ragionò: “Adesso ti faccio vedere io!”
La piccola immerse il braccio e raccolse a sua volta una pietra; scelse quella ché bianca individuò subito, che vide più bella nell’acqua trasparente. La portò fuori tutta gocciolante e lucente. Rimase a guardarla divertita. I suoi occhi erano pieni di meraviglia, la sollevò per meglio mostrarla, come se avesse avuto una preda, un trofeo da esibire e dimostrare la sua forza, la sua capacità di scegliere e conquistare. Le sembrava di avere nelle mani un gioiello che aveva iniziato a palleggiare da una mano all’altra.
Il fratello riconobbe una certa proprietà nella forma di quel sasso e rimase immobile, come ipnotizzato dalla pescata speciale della sorellina e non ne fu geloso. Ammaliato, non ebbe nemmeno il tempo di diventarlo per l’oggetto che il suo pensiero considerava pressoché miracoloso.
La peculiarità del sasso era la forma che somigliava a quella di un grosso uovo: chissà quanto lavoro di smeriglio aveva fatto il mare nella notte dei tempi.
Superato il momento magico, ci fu come un risveglio: sembrò che la bambina minacciasse di lanciare la pietra per riconsegnarla al suo padrone sennonché, essendomi ripreso dalla suggestione, volli possedere l’oggetto che anch’io avevo percepito straordinario. Quando capii che lo stavo per perdere – la bambina, pur tentennando, continuava a mimare di gettarlo di nuovo in acqua – gesticolando e con voce roca, cercai di attirare la sua attenzione.
Finalmente mi notò e rimase a guardarmi con stupore per orientarsi.
“Che cosa vuole quel vecchio sconosciuto?” avrà pensato, continuando a fissarmi dubbiosa ma con l’esigenza di capire. Ebbi l’impressione di essere stato invadente perciò mi avvicinai per rassicurarla.
«Se proprio la devi buttare… me la regali? Io colleziono pietre particolari».
Sentii mia moglie suggerire, o forse lo immaginai: «Lascia stare, abbiamo casa piena di sassi!»
Spesso non capisco il mio prossimo e i bambini ancora meno: uomini che la vita deve ancora scolpire. Davanti agli occhi del fratello, della madre, di mia moglie e immaginai a quelli di tutti i bagnanti del mondo, vidi avvicinarsi una piccola mano per donarmi quell’uovo di pietra marmorea che raccolsi nelle mie mani diventate un nido. Ci fu da entrambi un sorriso di soddisfazione, l’appagamento di un gesto, un accontentare e un ricevere che dava benessere. Invece di gettarlo nell’acqua che lo avrebbe disperso, aveva preferito far felice qualcun altro. Così non mi era stato fatto solo quel dono ma ricordato qualcos’altro da esercitare nella vita. Possibilmente.
Quando venne sera e una leggera brezza cominciò a farsi sentire, ci asciugammo in fretta per abbandonare il luogo, lasciare la magica scena.
Passando vicino alla bambina la salutai: «Ciao, grazie per il regalo» le dissi mentre la madre si sollevò per ricambiare il saluto con un sorriso e un cenno del capo, così pure fece il ragazzino che rimase a guardarmi allibito, magari ancora incredulo per la mia sfacciataggine.
Al bar-taverna dei pirati ho gradito un fresco aperitivo con mia moglie che, borbottando, aveva fretta di posare la borsa da mare su un sedile dell’automobile.
Ci siamo diretti verso altri lidi mentre arrivava il ciuri ciuri di un marranzano invisibile che immalinconiva la sera nel tramonto che si apprestava a dipingere il mare e la terra del suo colore.
Ho il rimpianto di non aver pensato a chiedere il nome di quel piccolo angelo che non credo potrà leggere questo mio ricordo, anche se qualcuno è convinto che i miracoli sono sempre possibili.
Potrei adottare vecchi e romantici rimedi: arrotolare questo scritto in una bottiglia e sperare che approdi in quel lontano lido jonico, su un bagnasciuga sul quale non puoi trovare tracce di un passaggio, ma solo il ricordo di esserci stato o essere approdo di solitarie e speranzose bottiglie vagabonde.
Ora sono a casa e l’uovo di pietra lo stringo nelle mani come un amuleto e ripenso come a volte non sappiamo perché abbiamo preso una direzione e dove essa ci porterà, ma ho capito perché mi sono trovato quel giorno su quella spiaggia, in quel luogo. Ne avevo bisogno.


Il racconto è nelle ‘Narrazioni’ del portale della rivista culturale ‘Stilos’
http://www.stilos.it/aldo_ardetti_-_luovo.html