sabato 4 dicembre 2010

NON SO SE SOPRAVVIVERO’ A QUESTA VITA - Cronaca 1 di BdM

Come sono arrivato qua non me lo ricordo, come non ricordo tante altre cose. La testa mi gira, i ricordi affiorano lentamente e alla rinfusa. Mi chiamano Dirtydancing e, anche se mi suona strano, rispondo sempre, sorridendo. Meglio assecondare fino a che non mi si schiariscono le idee.
Quando ho chiesto per la prima volta dove mi trovavo il tipo vestito di bianco - almeno credo poiché, a causa dei giramenti di testa, mi sembrava di vederlo in mezzo ad una nebbiolina – mi ha guardato per un po’ prima di rispondermi:
“Ma siamo in Paradiso, no?” con un tono che sembrava una bonaria presa per i fondelli. E quando anche il secondo e il terzo mi hanno risposto così ho deciso che, almeno per adesso, è meglio assecondarli. Meglio aspettare di recuperare tutte le facoltà fisiche e mentali prima di andare a fondo alla faccenda e capire che posto è questo e perché ci son finito. Per ora, quindi, va bene e non mi ribello all’idea che questo sia il Paradiso. E’ il dubbio che lo sia sul serio m’è venuto proprio l’altro giorno quando, credo, di aver quasi incontrato il “padrone di casa”.
Mi trovavo nel retro di un’osteria, “La buona novella e il buon novello” mi pare che si chiamasse. Me ne stavo per i fatti miei quando altri quattro, che si trovavano lì a cena, hanno deciso di mettersi a giocare a poker.
“Niente americanate!”
ha subito chiarito uno in modo burbero, con una voce un po' adenoidea, indicando il suo dirimpettaio. L’altro ha aspirato dal sigaro, gli ha soffiato il fumo in faccia e l’ha rassicurato:
“Ovvio, Mike. Solo il buon vecchio poker angelicato”
Ho cominciato ad osservarlo. Capelli neri pettinati con la riga in mezzo, occhiali tondi e nasone baffuto. E poi giacca, cravatta, pantaloni alla cavallerizza e stivali. Quello si è accorto che lo studiavo, si è messo a ridere e m’ha subito invitato al loro tavolo.
“Ma sì che sono io – m’ha detto battendomi la mano sulle spalle con un certo vigore – sono proprio quello che tira la pistola a Dylan !”
E si è messo in posa prendendosi i lembi della giacca come se dovessi fargli una foto.
“Ti presento Charlie” ha detto indicandomi uno con una bombetta, baffetti e bastone, il tutto in bianco e nero.
“Oggi non parla perché è in versione prima maniera” e m’ha strizzato l’occhio come per dire che c’eravamo intesti.
Il terzo era ancora più curioso perché sedeva comodamente sulla sedia mischiando le carte mentre la testa era appoggiata sopra un vassoio posto sul tavolo.
“Questo è Johnny”. E poi m’ha bisbigliato nell’orecchio:
“Aveva perso la testa per una ballerina ma noi gliel’abbiamo ritrovata, come puoi vedere”.
Stringo la mano al corpo di Johnny mentre la testa mi guarda severa.
“E questo è Mike, un tipo un po’ burbero ma un vero artista”.
Alzo la mano per salutare ottenendo in cambio un grugnito. Hanno cominciato a giocare e io sono rimasto a guardare. Scommettevano forte e intanto chiacchieravano come vecchi amici.
Solo Charlie, sempre in bianco e nero con tanto di bombetta e bastone, non parlava ma continuava a ridere a crepapelle senza emettere suono. Si divertiva a far cadere la testa di Johnny dal tavolo ogni volta che quello si accingeva a guardare le carte per decidere cosa fare. Quello, senza testa, non poteva vedere ed era costretto a passare.
Il poker, si sa è un passatempo, una scusa per stare insieme e fare quattro chiacchiere.
“Mike - ha chiesto il tipo col sigaro ad un certo momento - ma quando sei arrivato qua che ti hanno parlato delle immagini che hai realizzato?”
“Immagini? I miei capolavori!” ha precisato deciso l’artista squadrandolo di traverso.
“Sì. I tuoi capolavori, tipo quelle cose che hai fatto alla cappella Sistina. Mi pare di aver sentito che il Capo si è lamentato per come l'hai ritratto. Lui si vede più giovane, almeno così dicevano due cherubini l'altro giorno".
Charlie intanto appoggiava la bombetta sulla testa di Johnny coprendogli gli occhi. Quello si arrabbiava perché non vedendo non riusciva a muovere le mani in modo giusto per liberarsene.
Mike non rispondeva, ma si vedeva che si stava innervosendo.
“E pure la storia del non finito. C’era Policleto l’altro giorno che ne discuteva con Canova. Da quello che ho percepito, secondo lui, era solo una scusa che ti saresti inventato per evitare di pagare gli aiutanti”.
Charlie dava le carte facendo il buffone e Mike ha cominciato a borbottare come una pentola di fagioli sul fuoco.
“Sai, pure la Madonna non è mica tanto contenta con quelle braccia muscolose del Tondo Doni. Preferisce l'atmosfera serena ma intensa, così la definita, serena ma intensa, de la vergine delle rocce. Le hanno sentito dire che il da Vinci sì, che le capisce le donne, e le madonne".
“Ma che da Vinci e da Vinci, - ha tuonato Mike - sempre con questo da Vinci che solo perché non era capace di disegnare bene s'è inventato lo sfumato! Se non glielo dicevo io, al da Vinci, di venire a studiare un po' di cadaveri, e quando imparava il grullo a fare il corpo umano, ma andasse a fare i giochi di prestigio per i principi!”.
Ormai era partito, bastava una piccola imbeccata.
“Eppure è apprezzato come scienziato …”
“Ma nun mi fa pensare a quella volta che dovevamo fare l'affreschi a Firenze, che s'è inventato pe' manda tutto ammonte! Ancora mi girano. E voi ogni volta mi fate 'ste storie! Basta, nun gioco più! E ripigliatevi pure i soldi. E Madonna! Ma guarda un po' maremma bonina...
“CHI USA QUESTO LINGUAGGIO IRRIGUARDOSO?”
Una voce rimbombante con tanto di effetto luminoso: il signore ha tuonato a sua volta, come sa fare solo lui.
“Uffa, Signore. E tu che lo chiedi a fare che sai già tutto? Sono stato io, Michelagnolo.”
“MI MERAVIGLIO DI TE, MICHELANGELO. SEMPRE A FARTI PRENDERE IN GIRO DA GROUCHO. MA NON HAI CAPITO CHE QUANDO STAI VINCENDO A POKER ANGELICATO TI FA ARRABBIARE COSÌ MOLLI TUTTO E GLI DEVI RESTITUIRE I SOLDI? E TU CHARLOT, PIANTALA DI NASCONDERE LA TESTA A SAN GIOVANNI DECOLLATO CHE L'ALTRO GIORNO ME LA SONO RITROVATA NEL BUCATO. VI SISTEMO PER BENE A VOIALTRI, UNO DI QUESTI GIORNI.”
Per un attimo mi sono preoccupato ma subito Mike, che s’era rabbonito, mi ha rassicurato:
“Tranquillo. Dice sempre così, ma in fondo l’è un bonaccione, ci perdona sempre”.
Mah. Sarà. Io ero e sono sempre più perplesso e confuso. Adesso, non so bene perché, mi aspetto che da un momento all’altro spunti qualcuno desideroso di offrirmi un caffè.

sabato 27 novembre 2010

LE 285 CERIMONIE DI MEJ di Angelo Tozzi

L’astronave atterrò silenziosamente sulla piazza, gremita di gente vociante e festante. Tutti avevano nella mano sinistra un cavolo per la cerimonia di Kestwaq. Al Presidente non piaceva quella cerimonia. A dire il vero odiava tutte le cerimonie ma doveva presenziare, volente o nolente.
Il problema nasceva dal loro numero. Sul suo pianeta erano tante, troppe. 285. A volte, poteva accadere che in un giorno se ne festeggiassero addirittura 12. Ecco il perché dell’odio, verso le cerimonie, da parte del Presidente del pianeta Mej.
Lui sapeva che sarebbe stata una giornata mortalmente noiosa e faticosissima. Sapeva che sarebbe andato a letto a notte fonda e questo non gli andava proprio giù. Lui, che gradiva addormentarsi alle diciannove di ogni sera. Ma a quelle stramaledette cerimonie doveva proprio partecipare.
Era la Tradizione. Il popolo di Mej la chiamava così, Tradizione. Ma il Presidente era a conoscenza della verità. Una orrenda e crudele verità. Non c’era altro modo di definirla questa Tradizione. Saltare una, soltanto una, cerimonia comportava la sua morte per asfissia. Il chip impiantato all’interno del suo cranio, gli avrebbe fatto avvizzire i polmoni in meno di venti secondi. Più di qualche volta il Presidente presenziò con la febbre a 40° o, addirittura, con un attacco di panico da infarto.
Lui era l’uomo più importante del pianeta Mej. Ma non a vita, fortunatamente. Ancora due cerimonie e sarebbe andato in pensione. Una quel giorno, l’altra dopo 72 ore. E la sera stessa di quell’ultima cerimonia gli avrebbero espiantato il chip dal cervello.

“Evviva il presidente! Evviva! Evviva!”
Lui scese dall’astronave con l’uniforme rossa da cerimonia. Per tradizione in inverno indossava quella estiva, rossa, e in estate quella invernale, viola. Nell’altra stagione, il primautunno, indossava nulla. Assolutamente niente.
“Bastardi! Vi amo tutti!” Questa era la frase rituale che apriva ogni cerimonia.
“Evviva il nostro caro Presidente!” E questa era la risposta del popolo.
Con un gesto della mano, lui fece segno di tacere.
Tra due ali di folla si inginocchiò. Una bambina, sorridendo, gli diede un cavolo.
“Presidente. Ma perché ti inginocchi se tu sei meglio di noi? Noi ci dobbiamo inginocchiare. Non tu.”
Così disse la bambina.
“E’ la Tradizione, piccola” rispose paternamente il Presidente.
Nel silenzio totale, lentamente, la bambina piegò le ginocchia e si mise a fianco del Presidente. Nella stessa identica posizione.
La folla cominciò ad applaudire.
Come se il Maestro della Tradizione avesse dato un segnale, tutti si inginocchiarono.
Ora la cerimonia era impossibile da portare a termine.
I soldati della scorta del Presidente cominciarono a gridare.
“Alzatevi! Alzatevi, svelti! Non potete stare in ginocchio davanti al Presidente!”
Nessuno aveva intenzione di cambiare idea. Cominciarono a lanciare i cavoli contro i soldati.
Il Presidente si alzò da terra e battè tre volte le mani.
La folla, sempre in ginocchio, smise di fischiare e urlare contro i soldati.
“Bastardi! E’ la Tradizione! Questa è la Tradizione!”
Nessuno si alzò in piedi.
Il capo della scorta, una donna molto vecchia, si avvicinò al Presidente.
“Credo che la situazione stia sfuggendo dal nostro controllo. Cominciamo a sparare? Presidente, mi dica cosa devo fare.”
La bambina aveva ascoltato tutto.
“Sparare? Volete sparare? Ma siete matti?” gridò, rivolta al Presidente.
“Piccola, la Tradizione è una cosa seria. Non si possono sovvertire le regole, che sono state scritte e di conseguenza vanno rispettate.”
“Fai schifo!” rispose la bambina, con uno sguardo pieno di odio.
Un soldato le sparò in fronte.
Dalla folla si alzò un grido.
“Uccidete anche me! Uccidete anche meeeee!”
I soldati aprirono il fuoco. Il Presidente, con un sorriso maligno, cominciò ad applaudire freneticamente.
I soldati continuarono a sparare, fino a che l’ultimo della folla, un bambino di cinque anni, non restò ucciso.
“Bastardi! La Tradizione! La Tradizione! Un popolo, non è un popolo sano se vuole gli stessi diritti e doveri del proprio Presidente! Vi amo tutti!”
Questo, gridò a una piazza coperta da sangue e corpi immobili.
Ricominciò ad applaudire con foga mentre saliva la scaletta dell’astronave. Entrò, si tolse le scarpe e si accomodò sulla poltrona di cuoio. Un soldato gli mise tra le mani un cavolo. Era sporco di sangue.
“Presidente. Al decollo deve sputargli sopra, altrimenti la cerimonia non sarà conclusa.”
Il Presidente, con gli occhi sbarrati, guardò il soldato. La cerimonia. La cerimonia non era neanche iniziata. Non poteva essere vero. La frase di apertura l’aveva detta. Ma non aveva fatto in tempo a mangiare il cavolo cerimoniale!
L’astronave iniziò a decollare in verticale. Il presidente, in preda al terrore, cominciò a sudare. Spalancò la bocca in modo spaventoso e diede un morso al cavolo insanguinato. Un istante dopo iniziò a morire lentamente, con le mani che cercavano di slacciare il colletto della divisa rossa. Con gli occhi fuori dalle orbite, diede un altro morso. Ma non servì a nulla, perché il Presidente morì un istante dopo.
L’astronave continuò silenziosamente il suo viaggio, verso il Palazzo Presidenziale.

sabato 20 novembre 2010

TANGO!


INSIEME di BobSaintClair

MariaSara aveva una sola passione, Ramon.
Ma no! Piuttosto sarebbe corretto dire che Ramon aveva una sola passione, MariaSara.
E neppur così sembrerebbe poi di dir la verità, ohibò!
Dunque, per meglio cavarsi d'impiccio e in tutta leggerezza, daremo lustro a quell'esimio detto di quell'esimio dotto di quell'esimia città, il qual disse: "Non esiste una sola verità in amore" ed evitando di arrecar torti, preciseremo: MariaSara e Ramon amavano il tango.
Dall'eco lontana delle cronache, che al tempo assidue rimbalzavano copiose su e giù per la pittoresca ciudad argentina, rimane oggi solamente velata leggenda dei nostri appassionatissimi tangueros, pur tuttavia assurgendo, con gli onori e i meriti del caso, a simbolo e vanto di una musica, epica e magica, che resterà per sempre sicuro elisir e incanto per ogni coppia si cimenti nel ballo o per chiunque, semplicemente, si abbandoni all'ascolto. Nei fatti...

Fu il più bruciante, prodigioso e irreale, incontro che la storia tanguera di Buenos Aires ricordi: i corpi s'attrassero fin dal primo, seducente e fiero sguardo; magia sensuale si insinuò nelle vene; alcol e fumo a imbiondire l'avanzare reciproco; ritti nel busto, sinuosi e cadenzati nelle movenze, si unirono con impeto calibrato: eccoli vis-à-vis, per poi perdersi e riprendersi, dominati da un'ossessione sottile che li consumava.
Al suono intenso della musica, la gente della tangueria si scansò rapida nel vederli avvinghiati, presagendo attraverso essi l'imminente, palpitante, energia: le mani, fusione sofferta e leggera; gli addomi, emozione lancinante in bilico tra eros e violenza; madidi di pathos, eleganza ed intesa, esprimevano un crescendo vertiginoso che doveva per forza sfociare in qualcosa di più grande, o loro lo erano davvero, sì, i più grandi, in quell'eterno momento musicale di pura celebrazione, unione di un uomo con la sua donna.
I passi, su quell'aria romantica, passionale, struggente, si tramutarono in linguaggio sopraffino, slegando travolgente una corrispondenza d'amorosi sensi.
Erano incarnazione, erano Tango!



TANGO di Rossana Carturan

Respiro a fondo, mentre sento il cuore strozzarsi in gola. Deglutisco. Prepotente cerca espedienti per esplodere. Lo raggiro pensando che la mano roteerà la maniglia in una presa decisa, oltre la quale l’istante dovrà perdurare, rendersi efficace, memorizzare, assimilare.
La purezza muscolare...rosso e nero...l’abbraccio, melodia di un accompagnamento..
Eccolo, fedele nello sguardo malinconico, come pioggia parsimoniosa che si posa ovunque. Partecipe di un gioco di società che lo porta ad essere preda di un rivivere e conservare. Diffidente alla mediocrità dei nemici.
Continua, sincopato.. regolare..avanza..
Si dondola sulla sedia girevole e tra telefoni, carte, sprechi e pc, consuma le giornate. Sono il suo intervallo, posso gioire di quell’attimo di assenza che conferma, invece, la pienezza di un uomo ricco di sé. Un caffè ed il suo sorriso.
Il piede sfiora…un tacco si solleva..
Gesti morbidi i suoi, privi di rassegnazione. E’ indifferente che il tempo, scivolando prepotentemente sul volto, sugli occhi, li abbia improvvisamente segnati. Lui che si dà con semplicità e mi accorda se stesso
Nessuna oscillazione..tutto. in un asse perfetta..rosso indietro..
La sensualità di un gioco a due, l’inebriarsi di immaginarie morbidezze, che non avranno forse mai verità, sono di sicuro la miglior difesa. Ci sono. Il mio sogno ad occhi aperti. Il caffè è sulla scrivania.
Nero avanza..incrocia e chiude..
Un cucchiaino di zucchero, uno solo, si scioglie in migliaia di granelli disubbidienti rivendicanti un’autarchica emozione. Sono lì, nudi, tra una penna ed un astuccio. Non dire, Non ora, non ora che il polpastrello punisce. Mi guarda garbato, mi aiuta con il sorriso. Il corpo scinde la testa, secoli di romanzi si schiantano. Io e lui . Lui ed io.
Cuadrato…caminada.. i colori si mescolano..
Il caffè è finito. Il piattino trema sulla mano incredula a quell’atto di erotismo che elude ogni improbabile certezza. La porta si chiude.
Resolucion



MILANO 1975. TANGO DEFORMATO di Daniela Rindi

I mastini si vestono di nero, con giubbotti, guanti e rayban sul viso, scarpe lucide, passo cadenzato, sguardo ceruleo e minaccioso.
Avanzano credendo di aver vinto, avanzano nascosti nella sera,
avanzano…
Sotto i portici il rimbombo dei tacchi, suoni forti, sono forti, a far giustizia ci vuole poco quando sei padrone della città.
Un momento di debolezza, un momento di solitudine, si vince facilmente non pensando da soli.
Un ragazzo, una piazza, una San Babila senza babele, solo un gioco di parole per esprimere ciò che non c'è.
Arrivano, al passo, un tango deformato, disperato, rabbioso, geloso, intorno alla vendetta.
Non c'è un volto, non c'è età, c'è solo una guerra non digerita,
l'affronto di un potere non riconosciuto, con il senso del macabro.
Un lento rosario di noia con la goffaggine del nulla, prende di mira un bersaglio con paranoico sadismo, con l'odio di tutti i vinti.
Jeans scampanati, camicione, eskimo e capelli lunghi sono sufficienti per spaccare un cuore.
Ora si tolgono gli occhiali, le maschere vanno giù, non ne hanno più bisogno, sono sicuri di aver vinto.
Rimane il pianto silenzioso di una città, tanta gente con le bandiere rosse che sventolano e quel vento di maggio che se l'è portato via.

domenica 14 novembre 2010

SIGNIFICATIVAMENTE INSIGNIFICANTE di Alessandra Iori

Significativamente insignificante, ecco come era stata definita da taluni famelici colleghi la sua tardiva presenza alla cena con gli ospiti canadesi. Il capo l’aveva guardata obliquamente quando si era introdotta nella sala ristorante, al momento del dessert, trafelata e anche un po’ scoordinata nella sua mise fin troppo remissiva: tailleur grigio topastro e ballerine. Salutò sommessamente e non cercò nemmeno di scusarsi, percependo un sottile ma persistente disinteresse da parte di quell’orda di omaccioni trangugianti, che a malapena riusciva a mettere a fuoco la mousse al cioccolato, attraverso untuose ciglia-separé. Titolo del film: “Le invasioni barbariche al ristorante dell’hotel Hilton di Roma”; soggetto, sceneggiatura e regia: Alice Lusto.
Meglio sedere, molto molto discretamente, accanto al direttore del personale, Dottor Silvestri, appena rinominato “salva-dipendenti”. Praticamente UN EROE. La settimana precedente aveva evitato un ulteriore caduta di mannaia sui giovani lavoratori a contratto, rammentando al grande capo del quartier generale di Amsterdam che la società si sarebbe trovata prematuramente sprovvista degli unici impiegati in grado di portare a termine un megaprogetto finanziato dall’Unione Europea. Grazie a questo sagace intervento del Dottor Silvestri, il “cervellone” con gli zoccoli di legno ai piedi si era attribuito il merito di non aver più fatto prendere il volo ad una decina di milioni di euro, che avrebbe fortunosamente rimpinguato le desertiche casse del Gruppo entro dicembre.
Alice era stremata, demotivata e preoccupata. Permanente status di precarietà = annichilimento della personalità e depauperamento delle energie. Nonostante fosse una talentuosa neo-laureata, portatrice sana di costanza e tenacia, continuava suo malgrado a far parte del cospicuo numero di cosiddette “anime da limbo”. Non poteva esserci definizione più calzante per quei passivi individui senza futuro, costretti a rappresentare anonimi involucri professionali, le cui potenziali carriere iniziavano inesorabilmente ad ossidarsi nei database degli uffici Recruitment di chissà quali aziende pubbliche e private.
Sentirsi a disagio accanto alle tiratissime bambolone del Dipartimento Marketing o partecipare alle filosofiche elucubrazioni dei colleghi patiti del fantacalcio? Meglio la seconda, quella sera decisamente “meglio la seconda”. Silvestri le aveva fatto subito spazio e le aveva porto il proprio piatto, ancora intonso, con una multicolore coppa trionfo-di-macedonia, lontana mille miglia dal suo umore nero. Schiudendo le sue lucide labbra aranciate, lo ringraziò con sincera riconoscenza. Non riuscì, però, ad evitare di distogliere prontamente lo sguardo da una vistosa macchia di vino rosso che inneggiava al Dio Bacco sulla cravatta regimental di quel gioviale “salva-dipendenti”. Tutto ciò che la circondava le provocava un irragionevole senso di disgusto, anche le prevedibili e ricorrenti battute degli Yuppies di nuova generazione (geneticamente modificati?) sulla sua naturale avvenenza, sulla sua fresca e semplice bellezza mediterranea. Grandi iridi scure, pilotate da un’accademica, quasi chirurgica curiosità verso le nebbiose vite di quegli omologati e patetici sparvieri dirigenziali, scrutavano, avidamente, le ignare cavie. In un quasi ossessivo gioco di specchi, Alice registrava con minuziosa pazienza ogni dettaglio ricorrente e ripetitivo all’interno di quel cumulo insulso di pose e icone linguistiche standardizzate. Così, finiva con l’alimentare le loro perverse pretese materialistiche, concentratesi su una squisita collega, tutt’altro che ambiziosa che, apparentemente, sembrava non volersi concedere nemmeno alle più alte ed appetitose sfere manageriali.
Se avessero potuto raggiungere le onde magnetiche dei cinici pensieri della limpida Alice, se avessero potuto leggerne le conclusioni acide e prive di compassione, se ne avessero ascoltato le sentenze senza appello, avrebbero avuto una rivelazione inaspettata, avrebbero ricevuto uno shock devastante.
La pseudo-religiosa devozione della giovane al dovere e alla rispettabilità mascherava bellamente la più esaustiva negazione del mondo maschile, anzi un’assoluta abnegazione all’eliminazione del genere maschile dal proprio personalissimo mondo. Alice-Paese-delle-Meraviglie volteggiava e roteava nelle sue totalitarie creazioni subcoscienti, in cui gli uomini erano asserviti ai suoi desideri più originali e imprevedibili. Le sue fantasie monocromatiche riducevano questi esseri-sudditi ad alacri formiche, subordinate ai comandi di una regina assolutistica e asessuata. Nulla, però, giungeva in superficie, sui tratti teneri e regolari di un volto delicato, sulle pieghe morbide dei suoi occhi e della sua bocca. Era una creatura leggiadra, creata magistralmente da una natura inconsapevolmente complice, sì complice di un asettico e distruttivo isolamento. Alice, suprema imperatrice di una generazione che del pulsante RESET aveva fatto il proprio strumento risolutivo, evitava ogni rischio di coinvolgimento personale, ogni seppur minimo contatto individualizzato. La sua irreversibile risposta emotiva era lo zero assoluto, la sua rigida modalità operativa un perpetuo “re-roleplay”, il suo sommo obiettivo, possibile e riprogrammabile, una sterile e virtuale distanza da tutto e da tutti.

sabato 6 novembre 2010

INTERSTELLAR OVERDRIVE di Naima

“...Arriva un momento... un momento nella vita di ogni uomo, in cui la relazione tra spazio e tempo... non ha più importanza... Succede quando si raggiunge un livello di coscienza più elevato... o quando – per i comuni mortali – sta sopraggiungendo la fine.Per me non ha più importanza... Da quando non so... diventa difficile ricordare e forse non serve: ogni dettaglio, comunque, è riportato in questo diario di bordo. Certo, ci sono gli strumenti a registrare ogni cosa, persino le variazioni del mio respiro e del mio battito cardiaco, ed il comandante di una nave ha ben altre questioni di cui occuparsi ma, trasferire il proprio resoconto del viaggio al diario di bordo, significa lasciare qualcosa di diverso dalla fredda registrazione degli strumenti ed io cerco di essere molto scrupoloso in questo, ecco perché ogni giorno alla stessa ora, puntuale, come adesso, mi trovo a confidare ogni osservazione e strategia, ogni mio pensiero a questa macchina...: diventa un racconto a volte intenso e carico d’umanità... il racconto della debolezza dell’uomo... Per svolgere al meglio il mio ruolo e la mia missione, ho esercitato il distacco dalle passioni e questo mi ha consentito di mantenere il controllo sulle situazioni più difficili, salvando così il mio equipaggio, riportando ogni volta la nave a casa... Le emozioni, prima o poi, offuscano le menti, anche dei più valorosi... fino a perderli tutti... Nessuno si è salvato, nessuno tranne me.
Provo uno strano senso di onnipotenza ad esser scampato, il solo tra tutti i membri dell’equipaggio, alla morte... Ma la mia è forse una condizione priviegiata: quale comandante di una nave siderale, di questa sono parte... con essa in simbiosi... il suo cuore vivo e pulsante... l'ingranaggio fondamentale di un mezzo che ha durata illimitata: vi sono connessioni che rendono il mio corpo e la mia mente parti integranti dell’astronave, mi tengono in vita finchè vive la nave e questo mi conferisce una sorta di immortalità. Se giochi di potere tra i governi non ci obbligassero continuamente ad un inutile rinnovamento della flotta, queste navi potrebbero viaggiare in eterno... e con molta probabilità è quello che farà la mia nave, se non incontrerà ostacoli.
Il mio viaggio dura da 1025 anni: da quando la nave è alla deriva. Non ho più speranza di tornare, di fermarmi... Nessuno del mio equipaggio è sopravvissuto... e pur avendo raggiunto un livello superiore di coscienza, ho necessità di stabilire un dialogo, di trasmettere il mio pensiero, non solo al diario di bordo... Mi sento solo ma, si sa, la solitudine fa parte del destino di un comandante... così come del destino degli dei...
A viaggiare così a lungo verso l’infinito, non puoi non riflettere sulla divinità, porti questioni sull'invisibile burattinaio che regge i fili delle nostre esistenze e sul senso di tutto questo.
Non ho mai creduto. Ho una natura profondamente scettica. Eppure, in alcuni momenti mi sono sorpreso a parlare con Lui... e persino ad attenderne una risposta... Talvolta ho l’impressione di giocare una partita a scacchi... una partita con un unico giocatore che svolge entrambe le parti... azione e reazione... botta e risposta... Altre volte invece, mi convinco che Egli mi ascolti e che replichi con azioni che vanno interpretate con mente sottile e alle quali io ancora non ho accesso... e allora il gioco si fa più simile a quelle interminabili sfide che lancio al computer di bordo e che spesso, immancabilmente vinco: “Regina in Afiere 6” “Cavallo mangia Regina...” risponde la voce virtuale, calma e rassicurante. “Alfiere in Re 7...Scacco matto” la mia mossa finale... sorprendente anche per un calcolatore che elabora ennesimi numeri e proabilità in un infinitesimo di secondo: la prova che la mente umana, la MIA mente, per qualche inspiegabile motivo, vince ancora sulla macchina... e forse su tutto, anche su di Lui.Ecco... Forse ora riesco a spiegarmi il perché non giunga risposta al mio principale quesito: la ragione di tutto e del perché io sia costretto a vagare in eterno nel cosmo infinito. Capisco perfettamente perché non arrivi un segno da parte del Generatore dei nostri destini. Mi appare evidente dunque, in questo istante, il motivo per cui Egli non possa rispondermi... naturale... ed estremamente logico: ...la sola ragione ammissibile è che...IO sono l'Eterno incontrastato Viaggiatore e Padrone del Cosmo, il Vincitore di ogni partita, la mente al di sopra di ogni cosa... e dunque... IO... sono DIO...

sabato 30 ottobre 2010

LA MATEMATICA NON E' UN'OPINIONE di Rossana Carturan

Quelle maledette trasmissioni, piene di buoni sentimenti, di lettere ai figli, di amori ritrovati, la facevano piagnucolare. Era irritata per quelle cadute, ma non più di tanto.
E’ bello piangere un po’, per le felicità o disgrazie altrui, purché contate, anche se sono inutili compensazioni. Era meglio un buon libro, certo, o un film di quelli che annoiano ma dicono tanto. Ma quando le figlie, grandi ormai, erano fuori casa per ore, giocherellava con il telecomando fino a trovarsi lì. Davanti a quei surrogati di vita che la tv metteva in mostra con grande maestria.
Era separata da tanti anni, Anna. Matrimonio terribile il suo, peggiore di tutti quelli che aveva visto morire. Ora ne era fuori, e inorridiva al pensiero di ricominciare. Basta sopraffazioni, ingiustizie. Era giunto il momento di godersi l’ignobile solitudine, schernire il mondo e concedere sorrisi affettuosi anche alla Signora Viola. Già, la signora Viola, quella vecchina odiosa che ghignava a vederla salire trafelata per cinque piani, con buste cariche di spesa. Se ci fosse un uomo, ne basterebbe uno! Le borbottava dal ballatoio .

Purtroppo ci si dimentica sempre troppo tardi delle sofferenze, e così per ammorbidirle, Anna le accolse come compagne. E’ più facile gestire un dolore che una gioia, ecco perché si ritrovava sempre lì, davanti a quel dannato televisore, a guardare qualche deplorevole messa in onda. Si asciugava gli occhi di nascosto, mentre confusamente tentava di riavvolgere il cotone impigliato nella cerniera del divano. Tra una lacrima e l’altra, tra un delirio e l’altro, metteva su un maglione. Non per sé, ovviamente. Cosa ne avrebbe fatto? Per chi lo avrebbe indossato? Ne faceva in continuazione, taglie, modelli e colori diversi e tante, tante righe e quadri. Li donava a chi capitava. L’ultimo proprio alla Signora Viola. Quando glielo aveva consegnato, quasi a supplicare un atto di pietà, l’anziana signora, sorridendo, le aveva risposto: Resto della mia idea! Forse non le erano piaciute le tre linee trasversali.
La ormai radicata avversione al numero 2 ed ai suoi derivati: coppia, paio, bis.. era divenuto un gioco ossessivo e così saltando il secondo numero, la sua vita era composta da 3 figlie, 5 gatti, 7 tartarughe, 9 posate, 11 asciugamani..e così via..

Anche quella sera la sua tv l’attendeva. E sul più bello, mentre la trasmissione televisiva che più la catturava, proponeva una madre, straziante, che implorava il ritorno a casa della figlia Unica, che neanche la Duse con le sue tende avrebbe potuto far meglio, andò via la luce.
Fu un attimo.

Gli errori, i ricordi si amplificarono nell’oscurità. Non si poteva più ingannare. . Un tam tam di somme, resoconti e disavanzi conquistavano terreno. Le ombre lunghe riflesse sul vetro da giochi di luci lontane, sembravano suggerirle: Chi non sceglie è un inetto inadatto alla vita, che non sa dare un senso ai suoi giorni, fossero anche solo 2!. Era la Signora Viola.
La riconobbe in quella spettro punitivo, giubilante:
Via la ragazzina incline a facili entusiasmi, via i cubi, via le radici quadrate, che entri prepotente l’equilibrio !

Il riverbero della tenda, agitata da un filo d’aria, diede inizio alla danza . Il tavolino su tre piedi, sostenuto sulla parete di un angolo della sala, scoordinato tirava calci al vento, la vetrina della libreria inghiottiva secoli di sapienza sputando numeri dispari, un vaso con sette fiori asciugati graffiava, stridulo, il davanzale in marmo.Il cotone viola, sparito tra i cuscini, elaborava, furtivo, un fitto intreccio di nodi a due ..a due..

Non restava che piangere. Un pianto vero che ammettesse la propria disperazione. Represse la libertà. Ostinata, cliccava sul telecomando cieco in attesa della resurrezione. Si grattò la cute quasi a sanguinare, mentre il sudore pungeva, intorpidendo le gambe. Il respiro discontinuo come un chiodo arrugginito era lì per spezzarsi mentre la casa era in preda alla ribellione.. Fermarsi era la soluzione, ma il cuore scartava e accelerava . Un formicolio gelò i polpastrelli che strofinavano isterici i lembi della gonna. Il cervello non mandava più segnali. Non doveva cedere. Le palpebre vennero in difesa abbassandosi di colpo, prima una..poi l’altra.
Fu un attimo.

Tornò la luce. I muscoli inchiodati ripresero dinamicità, il respiro si sciolse seguendo una partitura regolare e gli occhi si spalancarono.
La casa : immobile.
La TV procedeva con balli osceni di pseudo presentatori ululanti a conferma dell’idiozia, intenti a distribuire cifre da capogiro, mai tonde, a quiz imbecilli.

Bevve dell’acqua, solo tre dita, sorridendo alla scatola fluorescente. Era passata la sua ennesima crisi d’ansia. Sarebbe tornata, ma non importava. I numeri erano dalla sua, era solo questione di tempo e l’esasperazione di un bilancio che non quadrava avrebbe azzerato il tutto.

Il campanello alla porta la distolse. Aprì trovandosi la Signora Viola bianca in volto. Le chiedeva, colta da malessere, compagnia. Entusiasta la fece accomodare. Sedettero insieme sul divano in attesa del telegiornale, sul quinto canale, scambiandosi cordialità un po’ artefatte ma tanto gradevoli all’ascolto, disquisendo qua e là sulle sette meraviglie del mondo, sui ventinove giorni di febbraio, sulla necessità di annientare una quindicina di piccoli topolini che infestavano il quartiere….
Eh sì.

Davvero una bella coppia.

venerdì 22 ottobre 2010

OLIVIA E PEPA di Anna Profumo

Le piace trovarsi al centro di una piazza quando improvviso il tocco delle campane si diffonde nell’aria, attraversarla passando per il suo centro, ancora di più quando la giornata è fresca ma assolata come oggi.
Il suo passo veloce scandisce il tempo sull’acciottolato, la spinta leggera si trasforma in motore per il vorticoso girare delle ruotine.
Olivia sospinge il piccolo abitacolo verso l’area giochi, alla vista delle altalene la bambina si anima, sporgendosi quasi completamente di lato si gira a guardare la madre per indicargliele, questa la tranquillizza mentre cerca un posto comodo per lasciare il passeggino in previsione di slegarla e farla scendere. Pepa cammina, sola, da due giorni mostrando tutto l’entusiasmo e le incertezze che un giovane passo può avere.
Sono giorni di sperimentazione dove lo scambio di uno sguardo con la madre incoraggia o arresta le esplorazioni. In alcuni sprazzi la madre e la figlia esplorano la costruzione dei divieti il rispetto e la ribellione che fortifica l’indipendenza; modella il carattere; fa nascere nel complesso la fiducia.
Si avvicinano altri bambini. La madre invita Pepa a salutarli e a giocare con loro. Per dar l’esempio chiede i nomi, fa domande. Tra madre e figlia, nell’equilibrio perfetto, una bimbetta resta a giocare e sembra gradire le attenzioni di Olivia, mentre Pepa sperimenta la gelosia e si allontana cercando di attirare a se l’attenzione della madre.
La dinamica fa sorridere Olivia, trattiene l’istinto di correre a consolarla per lasciare che provi ad esser sola. La osserva per cogliere eventuali sintomi del senso di abbandono attenta che non cresca troppo. Gli sguardi tra loro sono significativamente eloquenti, come se un essere umano imparasse a comunicare prima con lo sguardo e solo dopo con le parole. Sembra contenere così tanto lo sguardo di bimbo, come se un corpicino così piccolo potesse sapere tutto del tutto. Olivia, come la maggior parte dei genitori, è totalmente incantata da sua figlia.

Quella stessa mattina hanno fatto un giro degli asilo nido nella zona, Olivia ricorda ancora quando durante i colloqui di lavoro le chiedevano se avesse figli e al suo diniego le rispondevano comunque che preferivano assumere un uomo perché una donna può sempre avere un figlio «E i figli che vogliamo fare? Farli crescere a nonne zie e baby sitter? Dividere il loro tempo tra un asilo nido e un doposcuola?». No, lei non lo voleva, come altre migliaia di madri, non lo voleva davvero per questo aveva vagliato tutti gli stratagemmi consentiti dalla legge a tutela della maternità per ritardare il suo ritorno a lavoro e studiato a tavolino con grafici colorati tutte le possibili opzioni della riduzione di orario; valutando la possibilità di mantenere un decente status di vita per lei e per la bambina, ma pur facendo delle rinunce lo stipendio ridotto non bastava ad una donna sola che deve mantenere: un affitto; un auto; un asilo nido; e un minimo di sussistenza per lei e per la bambina, senza contare una piccola scorta per le emergenze, che con figli piccoli ci sono sempre. Ammettendo di riuscire a far tutto da sola, come in molte fanno, la sua vita sarebbe stata completamente assorbita e dedicata alla crescita della bambina, ma di uno stipendio intero c’era bisogno. Per cui Asilo nido sicuro dalle 8,30 alle 18,30. «Come comunicare tutto questo ad una bambina di neanche un anno senza traumatizzarla?». Non credeva affatto a quello che la maggior parte degli amici con figli diceva, parlando tranquillamente dei loro fatti penosi davanti ai bambini piccoli: «Tanto lui non capisce». Lei li vedeva sgranare gli occhi e intristire il visino e si convinceva che loro capivano. Era cresciuta in una famiglia numerosa dove si professava la frase: «Dove ce ne sta uno ce ne stanno pure due e poi, dove ce ne stanno due ce ne stanno pure tre, e così via, all’arrivo di ogni nuovo figlio».
Ma non è che fosse proprio questo ad incoraggiarla, ricordava piuttosto la frase di un suo professore dell’Università: «Non pensare mai che un uomo o una donna che dici abbiano fatto grandi cose siano nati con quella disposizione. Non pensare di non esserne all’altezza, loro si sono trovati nella vita a dover affrontare cose che le condizioni sociali e storiche gli hanno messo di fronte e semplicemente hanno fatto del loro meglio per fare fronte. Semplicemente».
Olivia pensa a quel suo professore guardando la piccola Pepa.
Ora le fa ciao con la mano mentre quella tenta di scalare lo scivolo al contrario.