domenica 16 gennaio 2011

L’AMERICA! di Angelo Tozzi


In America le strade sono tutte d’oro. E mangiano tanto i mericani. Me l’ha detto Don Carmelo.

“Vai. Vai in America, che ci stai a fare qua? In questa terra dove pure le lacrime sono senza sale. Un mestiere lo troverai. In America ci sono i grattacieli. Sai, sono palazzi alti come una montagna. Come quella, la vedi? Di più. E lo sai che hanno fatto una statua alla libertà? Alla libertà! Mica come qua da noi, che le catene te le ritrovi alle caviglie appena nasci. Te li ricordi i film che hai visto alla parrocchia? Quelli li fanno in America. Tutti là li fanno. Ah! Ci stanno due oceani, uno di qua e uno di là, da una parte ci sta il sole e dall’altra piove. E’ grande l’America. E le chiese! Quante chiese ci stanno, una ogni strada. Sono tutti ricchi gli americani, pure tu ci diventi ricco, là.”
“Ma io i soldi non ce l’ho. E nemmeno chi me l’impresta, non c’ho nessuno. Voi lo sapete pure.”
“Ma che pensi ai soldi? Tu non ti devi preoccupare. Nossignore. Conosco una persona... paga lui per te. Poi, una volta che stai in America, lui ti trova subito un lavoro, un bel lavoro, così a lui lo paghi piano piano. E’ tanto buona questa persona. Sulla nave ci staranno tanti ragazzi come te, vedrai che bel viaggio. Ti danno pure da mangiare, tutto quello che vuoi. Che vuoi mangiare?”
“Il pollo! Voglio il pollo! E pure il ragù... com’è buono il ragù cò la pasta...”
“E te lo daranno. Una montagna di pasta e pure i polli, tanti. Dovrai dire basta!”
“Sì... ma c’ho sette anni. Che ci vado a fare in America? Se ci venivano pure mamma e papà... allora sì.”
“Stanno al cimitero, Rinuccio. Pace all’anima loro. Vattene, dai retta a me, vattene. Quella persona, se non ti piace il lavoro te ne trova un altro. Che faccio, ci parlo? Ci vuoi andare in America?”

“Guarda! Michelina, guarda! L’America!!!”
“Madonna mia quant’è bella...”
“Ciro! Guarda pure tu. L’America...”
“Rinuccio... non ce la faccio. Sto male...”
“Ma che muori proprio mò, aspetta. Quel signore tanto gentile sta là quando arriviamo e ti porta dal dottore. Vedrai. Ti porta subito dal dottore. Lui è bravo. Aspetta a morire, Ciro, che stai in America. Aspetta...”

E le strade non erano d’oro. E manco il lavoro.
Mangiavo, questo sì, tanto costava poco. Pochi cents.

“Guagliò, la vuoi una steack?”
“E posso rifiutare?”
“Scegli tu.”
“Allora mangio, ho fame, tanta fame, se permettete.”
“Mangia. Qua in America mangiamo tutti.”
“E ci posso mettere pure il ketchup?”
“Oh, Gesù. E’ il mio colore preferito. Il red, intendo.”
“Pure a me piace il rosso. Posso usarne, come voi comandate?”
“Fai tu.”
“Faccio.”
“Domani vieni al funerale?”
“Don Rosario. E che domanda è? I miei figli ce li porto e pure mia moglie. A proposito, Michelina vi vuole a cena. Comandate.”
“Sono ospite. Mangio quello che mi date. E cosa mi date?”
“Sartù di riso, comanda mia moglie in cucina.”
“Aahhh! Sontuoso piatto. E per secondo?”
“Lei aspetta di esaudirla.”
“Lei o tu?”

E adesso torniamo a casa. Con la nave siamo andati e con la nave vogliamo tornare. Che lo prendiamo a fare, l’aereo. Non è stato tutto bello, in America. I figli sposati e importanti, una bella casa, qualche viaggio e sono passati settant’anni da scagnozzo. Michelina è sempre bella. Lei è felice di tornare in Italia, io, non lo so. Proprio non lo so. E’ troppo tempo che siamo mericani. Il corpo è come un albero, che lo sradichi ma qualche radice rimane sempre nel terreno.

sabato 8 gennaio 2011

MITI....

FETONTE di Luca Baldini

In casa non si parlava mai dei Nonni e quel poco che si diceva lo sussurravano le sorelle mentre in cerchio pestavano le veccie.
Nonno Iperione e nonna Teia, si bisbigliava, erano fratelli!
Del nonno si raccontava pure che durante la guerra tradì i suoi fratelli e addirittura si schierò con Crono contro Zeus.
Elio, il papà, aveva già avuto altre due mogli, Perseide e Rodo, che insieme gli avevano dato dieci figlie tra cui Circe e Pasifae.
La mamma Climene invece era figlia di Oceano e di Teti ed era nata qui.
Durante la sua gioventù ebbe anche lei turbolenti amori, prima fu data sposa a Giapeto e poi sposò a suo figlio Prometeo.
Dopo che in Caucaso il figlio amante trovò la terribile fine e dopo che in agosto anche la sorella Perseide sparì, fu presa da Elio.
A lui dopo tante femmine generò un figlio maschio bello come il sole: Fetonte.
La Egle, la Astride, Dioxippe e la Elie, la Febe, Fetusa e la Lampezia, le sorelle più grandi allevarono il fratellino in giochi e coccole.
Ma Fetonte stravedeva solo per il padre che era per lui un vero dio.
Il suo desiderio più grande era condurre il carro che ogni giorno il padre guidava intorno al mondo.
Elio che amava il figlio quando fu abbastanza grande acconsentì ma lo avvertì: non troppo alto né troppo basso, figlio mio.
Fetonte partì e subito sentì nelle braccia la forza dei cavalli che trainavano il sole, si emozionò sciogliendo le briglie per lasciarli correre poi volle frenarli, ma era la prima volta, era inesperto e le bestie, già irrequiete, invece si infiammarono, prima salirono al cielo bruciandone la volta su cui rimase una scia bucherellata di luci color latte e poi, quando lui spaventato tirò forte le redini, scartarono bruscamente verso il suolo facendolo avvampare.
Distrusse tutta la Libia prima di risalire e correre via verso nord incapace a arrestare la corsa del suo carro.
Zeus per fermarlo non esitò a fulminarlo con una saetta.
Colpito Fetonte fu sbalzato dal carro dai cavalli che ripresero la corsa di sempre. Cascando nel vuoto come una stella cadente si inabissò nelle acque del Po a Crespino tra Ferrara e il mare, le sorelle impaurite piangevano lacrime di ambra e mentre disperate affondavano le mani nel fango della riva si trasformarono pioppi argentati lungo le sponde del fiume che aveva inghiottito e spento lo splendente fratellino.
Lì un’iscrizione ricorda
HIC SITUS EST PHAETON
CURRUS AURIGA PETERNI
QUEM SI NON TENUIT MAGNIS
TAMEN EXCIBIT AUSIS

Qui giace Fetonte,
auriga del cocchio di suo padre;
anche se non seppe guidarlo,
egli cadde tuttavia tentando una grande impresa.




A CENA CON L’OLIMPO di Rossana Carturan

Era stato così ogni giovedì. Era iniziato tutto per gioco, una sera e poi il rito si era ripetuto con semplicità e facili consensi. D’improvviso però tutto si era fermato e nessuno sapeva perché.
E così decisi io per loro. Dovevamo tornare insieme, anche solo una sera. Preparai tutto.
Donne, anime così diverse che da tempo avevano in comune, tra mille emozioni e dubbi, una passione: L’amicizia.
Non amavo truccarmi molto ma decisi di coprirmi il volto con un velo di cipria, forse a celare quegli anni prepotenti che si insinuavano insistentemente. Gli specchi non ingannano, lo sguardo lucido primeggiava e nonostante la matita continuasse a spingere per definire serenità, una ruga non ne volle proprio sapere. Il suono deciso del campanello mi annunciò l'arrivo di L. La più giovane tra noi, bella, suadente e geniale. Le ultime notizie la davano sposata con uno svedese, un tipo loquace ed energico che aveva incontrato ad un corso sulla potenzialità emotiva dell’arpa birmana.
Mi ricomposi ed aprii la porta. Un sorriso e l’abbracciai. La sua tranquillità spazzò via il disagio. Quando il campanello suonò ancora, con un gesto mi anticipò, precipitandosi ad accoglierle.
N., la più resistente, occhi fintamente severi e gambe lunghe tenute in pantaloni fasciati, a rafforzarne il rigore. Dietro scorsi F., minuta, con il cipiglio sempre liricamente distratto. Scivolando in frasi di convenienza, ed in teneri sorrisi, attendemmo le altre. Fu un attimo e di nuovo il campanello trillò. Ero sicura, non avevo dubbi che fosse lei. La percepii dietro l’uscio, riconobbi il tono giocoso. Aprii la porta. Sempre bella da commuovere, A., con una voce mascolina e colorata da essere discorde su quel volto dai tratti armoniosi. La seguivano S. e R. L’una ferma sulla sponda di un fiume antico, che sa raccontarti solo pensieri autentici; l’altra attratta dalla sua stessa, feroce, sincerità. Le guardai una ad una, sembrava di essere al convegno delle Muse. L, proprio come Afrodite, generata dalla spuma del mare raffigurava la dea della bellezza e dell'amore, ammorbidendo con la sua grazia ed il suo acume indiscutibile, qualsiasi sofferenza; N., Artemide, protettrice di tutte noi, coordinava ognuna, in un eterno compromesso, mordendo scherzosamente chi ostacolava il cammino F., mostrava invece la fierezza di Atena, la dea della guerra che portava alla vittoria delle arti e dei mestieri.; S. che incarnava l’espressione più morbida di Vesta, Dea del focolare, proponeva un fuoco accudente che invogliasse le commensali ad una saggezza familiare; e poi A. la nostra Demetra, Dea del grano e dei raccolti, la sensualità carnale, tangibile come la terra, indubbia come il frutto di una semina che esplode in ogni gesto. E poi R., che altro poteva essere se non Gea, dea della Madre terra, colei che da sola riuscì a generare il cielo più bello, proprio come i suoi desideri. E poi io che, come Giunone, della mia abbondanza ne feci un’amarezza. Mentre si narravano eventi divertenti, capii. Era chiaro. Ci eravamo fermate perché c’era stato un momento in cui Eros aveva dimostrato di essere davvero figlio del caos, e non poteva assentarsi da quella tavola pur volendolo, perché anche se senza Dioniso avevamo svestito la bellezza del vino, vagheggiava la sua prepotenza e non ne eravamo uscite indenni. Avevamo scoperto che Apollo incantava con la sua musica non solo le ninfe dei boschi e che Eracle era necessario anche solo per tirar su una cassa d’acqua; ovvero avevamo avuto coscienza, tutte quante, che per quanto fossimo dee di un Olimpo, l’uomo aveva manifestato in ognuna di noi la propria prepotenza, modificando umori, passioni e proponendo brecce diverse, oltre a quella gioia quasi fastidiosa a cui non si riusciva a rinunciare. Ma ora no, ora sedevamo di nuovo lì, tra dentiere e bastoni, tra capelli tinti e trucchi colanti, tra occhiali e apparecchi acustici (solo il mio), fiere di essere noi e assolutamente decise a non fuggire più alcuna esibizione.

lunedì 3 gennaio 2011

AULD LANG SYNE di Naima

Da quando vivo tra gli umani, indossando questo scomodo corpo con sembianze di donna, non mi era ancora capitato di avere un esperienza così singolare. Con rigore scientifico avevo osservato e dettagliatamente riportato ogni loro abitudine, senza quasi mai scompormi; non mi avevano stupita nè il loro modo di nutrirsi, nè i rituali di accoppiamento, nè i bizzari modi di governare il loro mondo. Animata dalla più pura curiosità antropologica, mi sono gettata a capofitto nella mia missione: dotata di un corpo con caratteristiche che sembrano essere molto gradite a questi popoli, non ho esitato a fare amicizia con ogni tipologia di essere umano ed essere ben accetta ovunque mi consente di avere un gran numero di relazioni sociali e di poterli osservare estremamente da vicino in molteplici occasioni. Mi sono occupata di politica, sport, cucina, scienza, filosofia, teologia, shopping e credo di aver condotto una scrupolosa e utile ricerca. Come guidata dall'invisibile forza cosmica che regola tutte le cose, ero riuscita con facilità a capire i vari meccanismi che ordinano le relazioni tra gli umani e adattarmi al loro stile di vita. Oramai mi sembrava di essermi perfettamente integrata e con un po' di presunzione credevo di sapere tutto su di loro.
Già pregustavo il mio meritato e trionfale ritorno su Zyrkwz, il pianeta dal quale provenivo, sentendomi prossima alla conclusione del mio studio, quando accadde qualcosa che mi stupì e mi costrinse a prolungare il mio soggiorno di analisi e ricerca. Questo “qualcosa” arrivò dapprima come una sensazione, un profumo nell'aria, elettricità sospesa... Poi cominciai a notare una certa frenesia, un aumentato riversarsi di umani per le strade; sempre più agitati, come formiche in un formicaio, si aggregavano per i negozi del centro cittadino e nei centri commerciali nelle cui vetrine comiciarono ad apparire festoni colorati e luci variopinte e intermittenti (pensavo di aver fatto una grande scoperta intuendo un segreto ed elementare codice di comunicazione ma dopo giorni di tentatvi e trilioni di combinazioni ho dovuto arrendermi al fatto che quei segnali intermittenti erano del tutto privi di senso!) Mi sono quindi concentrata sulle indagini, ero completamente disinformata riguardo a questi nuovi, insoliti comportamenti, ma dovevo stare attenta perché facendo domande troppo dirette sarei sembrata strana, mi avrebbero apostrofata con un “ma in che mondo vivi?” e non sarebbero stati così distanti dalla realtà... Unendo l'intelligenza propria della mia razza all'avvenenza del corpo umano di cui sono stata dotata, ho recitato la parte della svagata facendo domande sciocche, fatto qualche ricerca in Internet e finalmente ho raccolto interessanti informazioni: sembra che in questo periodo si celebrino più ricorrenze contemporaneamente, prima tra tutte la nascita di uno degli dei che gli umani adorano, rappresentato da un bambino alato che dotato di un arco scaglia le sue frecce per portare pace e amore (uhm... sì, mi sembra sia così, in sintesi...) il secondo è un dio della prosperità raffigurato da un vecchio con una lunga barba bianca, ed il terzo è un dio della natura il cui simbolo è un totem verde, simile ad un albero riccamente decorato, a volte con effetti molto kitsch. Anche da noi su Zyrkkpw... oops scusate volevo dire: Zyrkwz (a volte non ricordo quasi più la mia lingua) adoriamo delle divintà, ma i nostri riti non sono paragonabili alla sfarzosità di quelli degli umani. Quì sulla terra le città sono addobbate con simboli, luci colorate, tappeti rossi; bande musicali e cori sono ad ogni angolo di strada; le vetrine traboccano di merci invitanti; c'è opulenza, frenesia.La mia amica e vicina di casa, Betty, mi ha invitato a passare la sera della vigilia di Natale dai suoi: sembra che in quel giorno sia proibito stare soli ma ci si debba per forza volere tutti bene e stare in compagnia. E' commovente scoprire quanto amore e solidarietà vi siano tra le genti, sebbene proprio la sera prima, rientrando a casa, io abbia assistito ad una violenta rissa tra alcuni rozzi individui e stamattina, sull'autobus, non siano mancati strattoni, spinte e altre scorrettezze per la conquista del posto a sedere (sono tentata di incenerirne qualcuno, particolarmente meschino, con i raggi Zoxar). Anche le notizie che ascolto alla televisione non sono affatto rassicuranti, ma molta della gente che incontro è davvero più aperta, socievole, gentile... sono tutti più sorridenti. Insieme alla mia vicina di casa e amica Betty, ho vissuto giorni continui di festa, visitando numerose case di umani, brindando alle loro tavole riccamente imbandite e giocando d'azzardo (ho vinto molto ma non ne vado fiera: ho barato un po' usando le mie capacità zyrkwziane...) ed ho fatto un'interessante scoperta: sembra che quì la convivialità vada a braccetto con pace e amore, mentre da noi questo si attua solo con astinenza, ascesi e meditazione.

E' stata una travolgente settimana di relazioni sociali e di mangiate, con scambi di doni e baci e una gran quantità di materiale umano da studiare, giorni intensissimi e proficui che culmineranno nella festa che ci sarà stanotte, durante la quale si celebrerà il passaggio dal vecchio al nuovo anno.
Eccoci! Betty ed io siamo vestite in modo strepitoso, come usano le umane (che sinceramente apprezzo di giorno in giorno sempre di più: dovreste vedere queste mie fantastiche, altissime Manolo Blanick!) abbiamo ballato tutta la sera, incontrato i tipi più divertenti, scoppiamo di felicità ed io cerco di mantenermi sobria per impedire ai raggi Zoxar di fuoriuscirmi dagli occhi inavvertitamente e incenerire per errore il bel ragazzo a cui sono avvinghiata ora. Ma ecco, tutti si agitano e si riversano sul grande terrazzo, è quasi il momento, alcuni hanno delle bottiglie in mano e le maneggiano con la cautela che si userebbe nel maneggiare qualcosa di esplosivo: il ragazzo a cui sono abbracciata mi stringe più forte, abbiamo un lungo calice in mano, contano a gran voce tutti insieme: 5, 4, 3, 2, UNO!!!! Scoppiano fuochi d'artificio e bottiglie di quella deliziosa e spumeggiante bevanda, il mio compagno ed io ci baciamo ardentemente, poi brindiamo mentre guardiamo i fuochi esplodere nel cielo... Sembrano astronavi... e quelle stelle lontane che riempiono il buio della notte, mi rammentano che è ora di lasciare la terra. Mi prende una strana sensazione, direi che sto sperimentando la malinconia... e non so se sia per la voglia di tornare sul mio pianeta o di restare quì per sempre. Mi volto verso il mio bellissimo compagno - di cui non ricordo il nome - e mentre gli sguardi si incatenano, una lacrima mi scorre sulla guancia...

Colonna sonora: Auld lang syne – Mariah Carey

lunedì 27 dicembre 2010

SOGNO di Pasquale Bruno di Marco

Cammina davanti a me lentamente e io la seguo a poca distanza. Si ferma e si volta a guardarmi. Pochi istanti di riflessione poi viene verso di me con gli occhi fissi sui miei. Si ferma davanti al mio viso, quasi le punte dei nasi si sfiorano. Pochi istanti ancora e mi gira intorno, si pone alle mie spalle e mi sussurra
«Chiudi gli occhi».
Poi sento che mi prende le mani, mi fa allargare le braccia, prende un respiro infinito e ci alziamo in volo. La sensazione è talmente forte che mi toglie il respiro e ho paura di aprire gli occhi. Poi lo faccio e vedo.
Voliamo insieme, sovrapposti, lei sopra di me, sento la proiezione del suo corpo sul mio. Forse è più giusto dire che lei mi trasporta in volo anche se non mi tocca. Come se mi avesse inglobato nella sua aura. Dall’alto vedo la città delinearsi nei suoi cerchi concentrici originali violentata da tracciati più recenti che non hanno saputo rispettarne l’antico disegno. Ci abbassiamo nel nostro volo gemellato e percorriamo i canali costituiti dalle facciate degli edifici. Non esistono altri esseri umani, anche se noi in questo momento non possiamo considerarci tali.
Planiamo nella piazza centrale fino sull’acqua della fontana e sento crescere un senso di grave malinconia in lei. Poi, quasi con uno strappo, mi riporta in quota.
Voliamo sulla campagna irreggimentata dai canali e dalle scoline, verso il mare, e seguendo la teoria dei laghi costieri, fino ad un’altra città appoggiata su uno dei laghi. La città è situata verso l’interno e per raggiungere il mare è costretta a scavalcare il lago con un lungo ponte in cemento. Con un lento volo radente percorriamo quest’altra città, anch’essa priva di vita, poi il ponte con un’accelerazione che mi impedisce il respiro, fino alla duna per poi impennarci in un volo verticale che mi stordisce.
Mi ritrovo solo in volo, dentro una nuvola. Mi sento perduto, riesco a gestire il mio volo ma non so dove andare. Il respiro bloccato in gola, volgo lo sguardo in ogni direzione ma non vedo nulla.
Perso nelle spire nebbiose, vedo improvvisamente davanti a me una roccia e mi abbraccio a questa come un naufrago tra le onde si aggrapperebbe ad un relitto galleggiante. Aderisco completamente con tutto il mio corpo a quell’appiglio tanto bramato mentre ansimo cercando di recuperare me stesso e la mia calma.
Quando sento che il mio cuore ha ricominciato a pulsare ad una velocità normale apro gli occhi cercando di capire dove sono. Le brume si allargano lentamente rivelandomi che sono aggrappato alla cima di un promontorio e davanti a me si allunga una terra verdeggiante la cui parte più lontana è ancora avvolta dalle nebbie.
Comincio a scendere dalla cima, più vado verso il basso e più le rocce sono mischiate a morbida terra in cui il mio piede affonda. Avvicino il mio volto a quelle zolle e mi accorgo che quelli che credevo arbusti sono in realtà alberi in miniatura e in mezzo a loro ogni tanto una minuscola casetta grande come la mia mano.
Più scendo verso valle e più gli alberi si ingrandiscono e così tutto il resto fino a che, quando sono alle pendici del monte, la casa che mi si para davanti e grande a sufficienza perché io possa entrarci. Una casa di campagna, con il tetto di paglia, come quelle del nord Europa.
La porta è aperta. Entro, sento le voci. Le seguo. Entro nella stanza dove molte persone stanno festeggiando qualcosa e non badano a me. Mi sento sollevato e cerco acqua da bere. Una mano si allunga verso di me con un bicchiere pieno, fresco ed invitante.
Mi giro. E’ lei.

sabato 18 dicembre 2010

RISTORO di Aldo Ardetti

Fa molto caldo e non è piena estate. Per tutta la mattinata non si è sentito un filo di vento. Dalle finestre e sui balconi delle case di pietra, penzola ad asciugare il bucato di panni colorati, poi appare la gradazione del verde e i fiori dei giardini e, in fondo, il profilo della montagna che va a tuffarsi nel turchese del vasto mare aperto.
S’è fatta l’ora del pranzo e cerchiamo un riparo per una pausa all’ombra.

Sotto il pergolato quattro turiste americane, che possono far parte del club delle paffutelle, parlano allegramente senza disturbare. E’ divertente stare ad ascoltare. Con una pronuncia biascicata apprezzano, usando aggettivi a raffica, tutto ciò che hanno visto senza dimenticare nulla, ripetendo un elenco a memoria. Soprattutto si soffermano su quello che hanno mangiato mentre gustano un gelato per dessert.
Non è buona educazione ma continuo a osservarle, e mi diverte il loro modo di parlare di certi personaggi disneyani.
«Così si fa, lasciare i mariti a casa a fare la guardia al cane e prendersi un po’ di libertà!» esclama una voce femminile che le sta ammirando.
Ci siamo seduti in questo ristorante provenienti dal bel giardino della città – che da queste parti chiamano Villa – e aver percorso una strada stretta in salita, adatta a un grimpeur, che serpeggia tra le antiche case di pietra lavica.
Oltre alle simpaticone d’oltre oceano, siamo in compagnia di una signora di mezz’età che siede a un tavolo poco distante e, nonostante il mio curiosare, riesco a conversare con la mia compagna. Mi riesce perché ogni tanto lascia parlare anche me.
A un tavolo vicino si siede una coppia di giovani. Lei bionda e chiara di carnagione nonostante la stagione, lui, invece, moro e abbronzato, il tipo mediterraneo che, dopo un po’, si alza per andare verso i bagni.
Al ritorno dalla toilette, il tizio abbronzato va a sedersi al tavolo della donna che abbiamo notato al nostro arrivo. Con nonchalance si è seduto di fronte. Alla donna è venuto spontaneo salutare con un «Buonngioornooo» con tono ironico nonché interrogativo. Deve essere una persona di spirito per mantenere un atteggiamento di non eccessiva sorpresa – deve aver pensato a uno scherzo o a un gioco.
All’improvviso si sente una fragorosa risata, quella della ragazza bionda dalla pelle di luna che, con altrettanto spirito esclama: «Amooore, sono quiii».
Tutti si girano da quella parte.
«L’ho scelto e accettato proprio per questo. E’ fatto così, sbadato, sempre con la testa tra le nuvole» e preferisce non finire la frase ragionando che non è necessario aggiungere altro.
Lo sbadato raggiunge il proprio posto e la situazione si ricompone.
Qualcuno ha iniziato a dettare nomi suggeriti dal menu.
Le portate lasciano scie di buon odore che torturano l’appetito, aumenta il senso di vuoto degli stomaci con quei piatti fumanti disturbati dal fumo di sigaretta che qualcuno ha acceso approfittando del fatto di essere all’aperto.
Un avventore, nel momento della mescita dalla bottiglia scelta, comincia a mulinare il bicchiere e poi ad annusarlo, infine a degustarne il contenuto con lentezza accademica. Questa cerimonia dura per qualche minuto. Il cameriere comincia a roteare gli occhi al cielo finché un gesto gli concede di abbandonare felice la postazione.
«Non sapevo ti intendessi di vino, che tu fossi un sommelier?» gli chiede meravigliata la ragazza seduta di fronte.
«Infatti non lo sono, ma così fan tutti» risponde lui senza vergogna. E’ vero, la maggior parte delle persone si immedesima nel ruolo, pur non essendo esperti enologi, mima un’esperienza che non possiede.
Sono sicuro che questi atteggiamenti siano conosciuti da alcuni di voi.
Mentre sul nostro tavolo iniziano manovre di allestimento, sento una voce giungere alle mie spalle: «Sembra che me l’abbia fatto apposta» dice un’anziana donna, ossuta e con un naso pronunciato, capelli castano-chiari – una volta sicuramente biondi – tirati e raccolti a coda di cavallo. Di fianco, a un tavolo alla sua sinistra, siede un signore che a vederlo sembra un vagabondo con la barba incolta e vestito fuori tempo. Mi sembra di averlo già incontrato in città. Sì, è proprio lui: è facile vederlo sui bus cittadini, andare avanti e indietro per la città per sentirsi tra la gente. Qualcuno azzarda che è un nobile decaduto. Ho capito che su quest’uomo si rincorrono leggende.
«Volevo farla contenta e invece… Eh, mia sorella… apposta me l’ha fatto».
«E sì, sembra proprio così, poveraccia» interviene il vicino senza capire molto della conversazione.
«Ma quale poveraccia, mia sorella è morta alla vigilia del suo compleanno, cento anni avrebbe compiuto».
«Beata lei, e allora qual è il problema?».
«Il problema è che poteva aspettare qualche giorno. Avevo pensato di farle una festa, ma una festa… Sarebbe bastato un giorno».
«Peggio per lei!» risponde risoluto l’uomo.
L’anziana donna lo guarda di traverso.
«Avevo in programma una festa, di quelle che si ricordano per sempre. E invece è andata a morire il giorno prima del suo compleanno» ripete indispettita.
«Che Dio l’abbia con sé» fa l’uomo con un sospiro di rassegnazione.
«Che cavolo, non poteva aspettare?» ripete ancora sottovoce.
La donna, che ha gli anni vicini a quelli della sorella defunta, non si cura di nascondere lo sconforto abbassando il tono della voce.
Il vicino continua ad andarle dietro: «Mi commuovo sempre davanti alla bontà» e si porta il tovagliolo alla bocca.
«Dispettosa!» è l’intervento conclusivo della mancata organizzatrice di feste.
Ripenso a tutte le storie sentite per caso, alle tante voci ascoltate e non cercate: Non so se intenerirmi o mettermi a ridere. Accetto di intenerirmi.

Si affaccia un refolo di vento. Le quattro americane continuano a conversare con voce allegra.
«Everything was very good» dice una.
«Oh yes, you’re right…» fa un’altra.
Con il miglior sorriso di una persona appagata, quella che sembra il capo gruppo, chiede il conto: «The bill, please».
Pagano il conto ma non si alzano subito, come a voler godere fino all’ultimo momento quell’atmosfera sotto il pergolato.
All’improvviso il capo comitiva lancia un urlo: «Oh, mio Dio!».
Le compagne sussultano preoccupate «Che c’è, cosa succede?» portandosi la mano al petto.
«Non abbiamo lasciato la mancia» risponde sentendosi colpevole. Allora chiama la ragazza che le aveva servite e non finisce di scusarsi passandole un biglietto da cinquanta. Solo dopo le quattro donne abbandonano soddisfatte il locale mentre la ragazza, seguendole per un tratto, ringrazia emozionata «Grazie, grazie mille».
Comincio a roteare la forchetta nel piatto mentre le quattro signore paffutelle continuano il loro giro turistico, questa volta prendendo per la discesa.
Qualcuna ha aperto il ventaglio che fa vibrare veloce nell’aria.

domenica 12 dicembre 2010

CIME (DI RAPA) TEMPESTOSE di Daniela Rindi

I puntata. Catherine era da tempo che non andava a trovare la sua amica Ellen in campagna, forse da più di dieci anni, da quando aveva divorziato dal marito. In effetti, forse per quel motivo. Non poteva sopportare di trovarsi a contatto con una famiglia ancora felice, con bambini cane e gatto, il tutto circondato dalle aspre, ma affascinanti colline dello Yorkshire. Un antico casale su tre piani con le finestre rosse e un giardino che in realtà sembrava un parco, immense distese di brughiera che affacciavano dalla finestra, una distesa brulla che in inverno si confondeva all’orizzonte con la foschia azzurrina del cielo mattutino...questa l’ultima cartolina, l’intensa immagine che ha ancora negli occhi. Però ora era arrivato il momento, si sentiva nuovamente forte e pronta per affrontare l’amica con la sua vita placida e tranquilla, da “casa nella prateria”. Le indicazioni ricevute da suo marito, perché l’amica Ellen non ha ancora capito dove abita, sono piuttosto dettagliate ma preferisce in ogni caso viaggiare con la luce del giorno, decide quindi di partire verso le cinque del pomeriggio. Mentre è in macchina imbottigliata nel traffico e nei super alcolici mignon ripensa malvolentieri alla sua vita da single divorziata. È stufa, ci vorrebbe un uomo “vero” accanto, che si prenda un po’ cura di lei. Basta con avventure senza senso e tanto sesso! Vuole innamorarsi nuovamente…ma di chi? Quale uomo sopra i quarant’anni, bello, disponibile, ricco, intelligente e affettuoso è ancora solo? Se esiste è divorziato con figli, quindi anche lui con una vita bruciata, piena di dolori, odi, doveri e responsabilità verso l’ex moglie, in pratica un nevrotico, isterico, pedante e forse represso. Se invece è single, probabile che abbia qualche problema d’instabilità emotiva, o d’identità, o è uno sfigato pazzesco, o peggio impotente. Ad ogni modo è uscita dalla città finalmente e si prepara a prendere l’autostrada. Il bigliettino su cui ha appuntato le indicazioni è scritto male e di corsa, nemmeno lei capisce tanto bene quale uscita deve prendere, la prima, la seconda o la terza? Vada per la terza, almeno se sbaglia può tornare indietro. Dopo tre ore di viaggio abbondante si ritrova in aperta campagna ma nessuna indicazione precisa, solo una successione di paesi con nomi similari e neanche un’anima. Il buio è sceso da un pezzo e ha pure iniziato a piovere.

- Pronto? Chi parla?-
- Ellen sono io…
- Io chi?
- Io Catherine! Scema!
- Ah, Catherine…ma dove sei? Oramai sono le 9 di sera, ti avevamo dato per dispersa…
- Infatti, lo sono. Ho finito il credito e non ho il carica-batterie in macchina.
- Ma adesso da dove chiami?
- Da un telefono pubblico…sì Ellen, n’esistono ancora per fortuna! Ma non facciamo discorsi inutili, non ho abbastanza spicci, mi sono persa.
- Ma dove sei esattamente?
- Se lo sapessi non ti chiamerei no?
- Già…ma dammi un piccolo indizio, altrimenti come faccio ad aiutarti?
- Mm…vedo davanti a me una collinetta con una croce…
- La croce è azzurrata, con bordi bianchi e la parte destra è fulminata?
- Esattamente…
- Sei all’ingresso di casa nostra!
- Pure la croce hanno messo…
- Che dici Catherine?
- Nulla… arrivo, tra 2 minuti sono lì….
- Ah, Catherine, attenta ai cani…
- Cosa?...
Click.

Un abbaio di cani, urla e guaiti accompagnano il trillare del campanello di casa e Catherine va ad aprire la porta. Appare Catherine trafelata, con la lingua fuori, coperta di fango e la valigia in mano.

- Cacchio potevi dirmi dei cani…
- Te l’ho detto…
- Mm…Caspita che bella casa che hai!
- E’ sempre la stessa da dieci anni.
- Non me la ricordavo così.
- E’ identica….
- Va bene come dici tu…ciao Ellen sei cambiata… più bella!
- Sono sempre la stessa da dieci anni.
- A me sembri più bella
- Sono identica…
- Ok Ellen, dove posso posare le valigie?

Catherine si guarda attorno e ricorda chiaramente quando venne l’ultima volta col marito. Anche all’epoca si erano persi, per colpa sua naturalmente.
All’interno l’arredamento è assolutamente lasciato al caso, non c’è né logica né intenzione nella posizione di mobili e suppellettili, però questo disordine di gusto e colori danno all’ambiente un’impronta un po’ bohemien.

- Hai cenato Catherine?
- Sì non preoccuparti, un panino per strada…ma dove sono i tuoi figli e il marito?
- Hareton è andato a portare da un’amica la grande che starà fuori il week-end e la piccola Frances è già a letto.
- Che traffico!
- Già tutta vita…vieni Catherine, lascia la valigia in salotto, dormirai nel divano- letto stasera.
- Ma la camera degli ospiti?
- E’ diventata uno studio, o almeno dovrebbe essere.
- Perché dovrebbe?
- Perché quello stronzo di mio marito inizia sempre tutto e non finisce mai nulla!
- Ah…ok il salotto va benissimo.
- Senti Catherine domani mi devo alzare molto presto, ti dispiace se andiamo a dormire che per me è già tardi? Ci racconteremo domani…
- Ah…tutta vita!
- L’ho già detto io.
- Scusa marchesa, ma Hareton?
- Non ti preoccupare per lui, la strada per il letto la conosce…
- D’accordo…il divano letto è già fatto?
- Certo! Mica tratto male i miei ospiti!
- Ovvio…
- Ah Catherine dimenticavo, il cane dorme sempre in salotto, sulla sua cuccia. Attaccato al calorifero.
- Perché legato?
- Stasera è previsto un brutto temporale… domani ti spiego.
- Ok…e il gatto?
- Se non ti dà fastidio lui gira liberamente, solitamente ha i suoi angoli per dormire…
- Va bene, nessun problema, amo gli animali.
- Notte Catherine
- Notte Ellen.

(continua…)

sabato 4 dicembre 2010

NON SO SE SOPRAVVIVERO’ A QUESTA VITA - Cronaca 1 di BdM

Come sono arrivato qua non me lo ricordo, come non ricordo tante altre cose. La testa mi gira, i ricordi affiorano lentamente e alla rinfusa. Mi chiamano Dirtydancing e, anche se mi suona strano, rispondo sempre, sorridendo. Meglio assecondare fino a che non mi si schiariscono le idee.
Quando ho chiesto per la prima volta dove mi trovavo il tipo vestito di bianco - almeno credo poiché, a causa dei giramenti di testa, mi sembrava di vederlo in mezzo ad una nebbiolina – mi ha guardato per un po’ prima di rispondermi:
“Ma siamo in Paradiso, no?” con un tono che sembrava una bonaria presa per i fondelli. E quando anche il secondo e il terzo mi hanno risposto così ho deciso che, almeno per adesso, è meglio assecondarli. Meglio aspettare di recuperare tutte le facoltà fisiche e mentali prima di andare a fondo alla faccenda e capire che posto è questo e perché ci son finito. Per ora, quindi, va bene e non mi ribello all’idea che questo sia il Paradiso. E’ il dubbio che lo sia sul serio m’è venuto proprio l’altro giorno quando, credo, di aver quasi incontrato il “padrone di casa”.
Mi trovavo nel retro di un’osteria, “La buona novella e il buon novello” mi pare che si chiamasse. Me ne stavo per i fatti miei quando altri quattro, che si trovavano lì a cena, hanno deciso di mettersi a giocare a poker.
“Niente americanate!”
ha subito chiarito uno in modo burbero, con una voce un po' adenoidea, indicando il suo dirimpettaio. L’altro ha aspirato dal sigaro, gli ha soffiato il fumo in faccia e l’ha rassicurato:
“Ovvio, Mike. Solo il buon vecchio poker angelicato”
Ho cominciato ad osservarlo. Capelli neri pettinati con la riga in mezzo, occhiali tondi e nasone baffuto. E poi giacca, cravatta, pantaloni alla cavallerizza e stivali. Quello si è accorto che lo studiavo, si è messo a ridere e m’ha subito invitato al loro tavolo.
“Ma sì che sono io – m’ha detto battendomi la mano sulle spalle con un certo vigore – sono proprio quello che tira la pistola a Dylan !”
E si è messo in posa prendendosi i lembi della giacca come se dovessi fargli una foto.
“Ti presento Charlie” ha detto indicandomi uno con una bombetta, baffetti e bastone, il tutto in bianco e nero.
“Oggi non parla perché è in versione prima maniera” e m’ha strizzato l’occhio come per dire che c’eravamo intesti.
Il terzo era ancora più curioso perché sedeva comodamente sulla sedia mischiando le carte mentre la testa era appoggiata sopra un vassoio posto sul tavolo.
“Questo è Johnny”. E poi m’ha bisbigliato nell’orecchio:
“Aveva perso la testa per una ballerina ma noi gliel’abbiamo ritrovata, come puoi vedere”.
Stringo la mano al corpo di Johnny mentre la testa mi guarda severa.
“E questo è Mike, un tipo un po’ burbero ma un vero artista”.
Alzo la mano per salutare ottenendo in cambio un grugnito. Hanno cominciato a giocare e io sono rimasto a guardare. Scommettevano forte e intanto chiacchieravano come vecchi amici.
Solo Charlie, sempre in bianco e nero con tanto di bombetta e bastone, non parlava ma continuava a ridere a crepapelle senza emettere suono. Si divertiva a far cadere la testa di Johnny dal tavolo ogni volta che quello si accingeva a guardare le carte per decidere cosa fare. Quello, senza testa, non poteva vedere ed era costretto a passare.
Il poker, si sa è un passatempo, una scusa per stare insieme e fare quattro chiacchiere.
“Mike - ha chiesto il tipo col sigaro ad un certo momento - ma quando sei arrivato qua che ti hanno parlato delle immagini che hai realizzato?”
“Immagini? I miei capolavori!” ha precisato deciso l’artista squadrandolo di traverso.
“Sì. I tuoi capolavori, tipo quelle cose che hai fatto alla cappella Sistina. Mi pare di aver sentito che il Capo si è lamentato per come l'hai ritratto. Lui si vede più giovane, almeno così dicevano due cherubini l'altro giorno".
Charlie intanto appoggiava la bombetta sulla testa di Johnny coprendogli gli occhi. Quello si arrabbiava perché non vedendo non riusciva a muovere le mani in modo giusto per liberarsene.
Mike non rispondeva, ma si vedeva che si stava innervosendo.
“E pure la storia del non finito. C’era Policleto l’altro giorno che ne discuteva con Canova. Da quello che ho percepito, secondo lui, era solo una scusa che ti saresti inventato per evitare di pagare gli aiutanti”.
Charlie dava le carte facendo il buffone e Mike ha cominciato a borbottare come una pentola di fagioli sul fuoco.
“Sai, pure la Madonna non è mica tanto contenta con quelle braccia muscolose del Tondo Doni. Preferisce l'atmosfera serena ma intensa, così la definita, serena ma intensa, de la vergine delle rocce. Le hanno sentito dire che il da Vinci sì, che le capisce le donne, e le madonne".
“Ma che da Vinci e da Vinci, - ha tuonato Mike - sempre con questo da Vinci che solo perché non era capace di disegnare bene s'è inventato lo sfumato! Se non glielo dicevo io, al da Vinci, di venire a studiare un po' di cadaveri, e quando imparava il grullo a fare il corpo umano, ma andasse a fare i giochi di prestigio per i principi!”.
Ormai era partito, bastava una piccola imbeccata.
“Eppure è apprezzato come scienziato …”
“Ma nun mi fa pensare a quella volta che dovevamo fare l'affreschi a Firenze, che s'è inventato pe' manda tutto ammonte! Ancora mi girano. E voi ogni volta mi fate 'ste storie! Basta, nun gioco più! E ripigliatevi pure i soldi. E Madonna! Ma guarda un po' maremma bonina...
“CHI USA QUESTO LINGUAGGIO IRRIGUARDOSO?”
Una voce rimbombante con tanto di effetto luminoso: il signore ha tuonato a sua volta, come sa fare solo lui.
“Uffa, Signore. E tu che lo chiedi a fare che sai già tutto? Sono stato io, Michelagnolo.”
“MI MERAVIGLIO DI TE, MICHELANGELO. SEMPRE A FARTI PRENDERE IN GIRO DA GROUCHO. MA NON HAI CAPITO CHE QUANDO STAI VINCENDO A POKER ANGELICATO TI FA ARRABBIARE COSÌ MOLLI TUTTO E GLI DEVI RESTITUIRE I SOLDI? E TU CHARLOT, PIANTALA DI NASCONDERE LA TESTA A SAN GIOVANNI DECOLLATO CHE L'ALTRO GIORNO ME LA SONO RITROVATA NEL BUCATO. VI SISTEMO PER BENE A VOIALTRI, UNO DI QUESTI GIORNI.”
Per un attimo mi sono preoccupato ma subito Mike, che s’era rabbonito, mi ha rassicurato:
“Tranquillo. Dice sempre così, ma in fondo l’è un bonaccione, ci perdona sempre”.
Mah. Sarà. Io ero e sono sempre più perplesso e confuso. Adesso, non so bene perché, mi aspetto che da un momento all’altro spunti qualcuno desideroso di offrirmi un caffè.