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domenica 28 febbraio 2010

CORTILE di Aldo Ardetti


I condomini non socializzavano come d’abitudine. Incontrandosi si salutavano con gesti, si intendevano con scuotimenti del capo o espressioni del viso. Questo modo di fare era la conseguenza di quale segreto, di quale mistero?
Un giorno, di primo mattino, Adelina non ce la fece più a stare zitta e sbottò quando incrociò la signora Assunta: «E’ finita la pace! Cosa avrà combinato quel pover’uomo?»
«Cosa sarà successo in quella casa?» aggiunse la vicina che altro non poteva o non sapeva esprimere.
Parlavano di Lorenzo e Silvana Carlini, i coniugi che abitavano al quarto piano della stessa scala, che erano andati sempre d’amore e d’accordo ma, da qualche tempo, l’uomo era diventato irascibile e cercava ogni pretesto per litigare. La moglie non sapeva cosa pensare: «E se fosse arteriosclerosi? o perché in certi momenti non è più arzillo come lo è stato una volta?» diceva a chi, con disinvoltura, aveva la faccia tosta di chiedere oltre il lecito.
La verità è che Lorenzo era diventato molto geloso.
«Sei una puttana! Perché mi hai fatto questo? alla tua età, poi.»
La signora Silvana, nonostante l’età che il marito le ricordava spesso, era ancora una bella donna. Teneva alla cura del proprio aspetto mettendoci un pizzico di civetteria.
Lorenzo era convinto che avesse un amante.
Una notte veniva giù che dio la mandava. Un ventaccio torturava i pini del cortile. I condomini avevano paura: sapevano che le radici di quegli alberi sono poco profonde ed era possibile che il vento li sradicasse. Un temporale che non si ricordava, con fulmini che abbagliavano l’intero caseggiato. Nei rumori del diluvio – un fulmine cadde in zona e fece tremare a lungo i vetri delle finestre – si sentì un urlo sovrumano, un prolungato grido animalesco che fece accapponare la pelle a chi era ancora sveglio. Quando il temporale si calmò, Adelina si avvicinò alla finestra della cucina e prese coraggio per scansare la tendina. Fu in quel momento che vide una persona attraversare il cortile, avviarsi frettolosamente e poi correre verso quella che era considerata una uscita secondaria, verso la chiesa, dove la strada era stretta, poco illuminata e poco frequentata.
Il mattino seguente si respirava una calma inusuale, la calma dopo la tempesta. I coniugi Carlini non si erano visti né sentiti fino a quando una sera, alcuni vicini videro Lorenzo alticcio, seduto sui primi gradini con il capo tra le mani. Al loro saluto non aveva risposto, né alzato la testa.
L’indomani fu ancora Adelina a parlarne tra i banchi del mercatino rionale: «Non si sono più visti. Saranno partiti senza avvisare.»
«Nooo, qualcuno starà poco bene e si saranno rintanati in casa» azzardò Assunta.
«Mah, non si sa cosa pensare. E che stanno tutti male?» replicò Adelina.
«Dopo tutte quelle liti, preferiscono non incontrare gente. Non vogliono dare spiegazioni, raccontare i fatti loro» precisò Assunta.
«Non è la prima volta che ci si confida i nostri problemi. Qui siamo tutti una famiglia…» obiettò Adelina.
«E’ vero, ma questa volta è diverso. Questa volta si tratta…» ammiccò Assunta.
«…di corna volevi dire» rispose maliziosa Adelina.
«Non mi meraviglio più di niente. Ti ricordi della figlia di Annarella… Giulia?»
«Se me la ricordo? eccome se me la ricordo! Fu una tragedia quando i genitori vennero a sapere che…», Adelina lasciò cadere il ricordo.
«Sa che le dico, decidessero quello che vogliono. Gli auguro di risolvere i loro problemi e di riacquistare un po’ di serenità, loro e pure noi. Si è fatto tardi, devo andare a preparare il pranzo per mio marito che fa il turno di pomeriggio e non voglio che…» e, prima di finire la frase, alzò gli occhi verso l’appartamento del mistero giacché, chiacchierando chiacchierando, erano arrivate sotto casa.
I profumi degli intingoli, soprattutto quelli forti e caratteristici delle varie cucine etniche, non riuscivano a nascondere un cattivo odore che cominciava a diffondersi nell’aria. Allora capirono che qualcosa di grave era successo. Cominciò a radunarsi una folla di curiosi.
Quando i Vigili del Fuoco entrarono nell’appartamento del quarto piano, furono investiti da un fetore terribile. In cucina apparve ai loro occhi la tragica conclusione: l’uomo era a terra in un lago di sangue rappreso. Il corpo, in posizione supina, faceva ancora più impressione. Un coltello, che aveva colpito più volte l’uomo deturpandone il viso e martoriandone il corpo, era conficcato nel petto.
Due macchine della Polizia si erano portate sul luogo del delitto. La zona fu delimitata per facilitare il trasporto del materiale e delle apparecchiature della Scientifica. Mentre i tecnici procedevano nei rilievi, il commissario Miocci iniziò a compilare l’elenco dei vicini di casa e di tutte le persone in grado di riferire particolari utili alle indagini. Alcuni vennero invitati a presentarsi in Questura: i vicini di casa che, verosimilmente, avrebbero potuto conoscere più cose di altri.
Adelina si avviò per recarsi al Commissariato, recriminando: «Tutto tempo perso»; borbottava perché l’aspettavano le faccende domestiche, fare la spesa e – quel giorno – aspettare il rientro del consorte, muratore in trasferta.
Il commissario Miocci non sapeva da dove iniziare il discorso. Cercò di prenderlo alla larga come si fa in situazioni difficili e con certi soggetti.
«Signora Adelina, suo marito va spesso in trasferta?»
«Si, dottore. Perché questa domanda?»
«Perché risulta che suo marito è assente dal lavoro da diversi giorni. Lei non ne sa nulla?»
«No, mio Dio. E dove starebbe, gli è successo qualcosa?»
«No signora, stia tranquilla. Non sappiamo dov’è ma con chi si trova in questo momento. Suo marito è con la signora Silvana Carlini.»
Adelina mormorò parole incomprensibili.
«E’ sicura di non aver riconosciuto suo marito nella persona che ha visto fuggire la notte del delitto?»
La donna era disorientata: «No dottore, non ho mai visto correre mio marito… per riconoscerlo.»
Il commissario Miocci mostrò le spalle per soffocare il riso.
«La notte del delitto, suo marito salì in casa della vittima, chiamato dalla signora Carlini in seguito all’ennesima sfuriata tra i due.»
Il commissario fece una pausa per controllare la reazione della donna e assicurarsi che ascoltasse attentamente.
«Dunque, l’assassino fu fortunato perché non lo vide nessuno a quell’ora, per il temporale che fece tappare tutti in casa. Quando fu nell’appartamento, possiamo pensare che ci fu un tentativo per chiarire la situazione raccontando come stavano i fatti, confessare la tresca per risolvere la questione in maniera definitiva… Mi sta seguendo signora?»
Adelina fece un cenno col capo. La donna era stravolta, non sapeva più a cosa credere. Il mondo le era crollato addosso. Non riconosceva più l’uomo che era stato suo marito per tutti quegli anni.
«Lorenzo Carlini non volle ascoltare nessuna spiegazione – e non gli si può dare torto – e continuò a inveire fino ad alzare le mani. Fu a quel punto che l’assassino prese un coltello a portata di mano e cominciò a colpire all’impazzata.»
Seguì il silenzio, poi: «Questa la probabile dinamica del delitto» sentenziò il commissario Miocci.
«Avete notizie di… lui?» chiese Adelina mentre pensieri confusi le procuravano un malore subdolo.
«Stiamo lavorando e… prima o poi…. Signora, le ho raccontato tutto questo per sapere se lei si è mai accorta di nulla. Se…»
Il commissario non aspettò risposta.
Adelina era triste, si sentiva precipitata in un baratro. Un’inquietudine le procurava rancore: alla paura dell’abbandono subentrò la collera per quell’uomo che aveva amato e che ora non poteva fare a meno di odiare.
Dei due amanti in fuga ancora oggi non si hanno notizie, che fine abbiano fatto.
Nel vecchio quartiere, di Adelina dicono: «Si preoccupava delle corna altrui e… Ah, la gente!» evocando l’antico proverbio.
«Lo sapevano tutti tranne lei. Succede sempre così», mormoravano altri.
Nel cortile erano riapparsi i gatti – sornioni come sempre sulle panchine o nascosti per le scale – e la sera – miracolo notturno – volavano i maschi delle lucciole.

venerdì 11 dicembre 2009

DEJA VU di Aldo Ardetti



Le donne si erano dimostrate più scaltre nel gioco delle carte. Agli uomini veniva meno la necessaria concentrazione per le notizie diffuse in quei giorni: l’intensificarsi della guerra con i tedeschi in ritirata.
Le donne affrontavano l’argomento con spirito differente.
Era stato un giorno con un tiepido sole ma a sera si gelava.
Quando la trattoria del quartiere si svuotava dei pochi avventori ai quali era stato servito quello che il mercato offriva, Rossana si concedeva un giro di carte con gli amici.
Attilio aveva notato che Francesco, il compagno di gioco, spesso si distraeva ma non aveva voluto colpevolizzarlo: non c’era posta in palio, diceva. Francesco rifletteva sul destino che spesso si diverte a prenderci per mano, a condurci in luoghi già visti in circostanze diverse. L'ispirazione di quel déjà vu era stata la giovane Anna – dipendente e compagna di gioco di Rossana – che le aveva ricordato, per la sua bellezza, un amore giovanile.
Quando era studente e di salute cagionevole, i genitori benestanti e con numerosa figliolanza, dopo ripetuti consulti medici, decisero di far fare al loro figliuolo un po' di mare perché in paese, quando si trattava di salute, si pensava a località marine e quelle del litorale, pur avendo convissuto con la palude, ora assicuravano aria e acque salubri. Il giovanotto partì ben bardato ma con qualche timore per l'ignoto dovuto alla giovane età. Era la prima volta che affrontava una scampagnata in solitaria anche se non si trattava di un viaggio lungo e difficoltoso. Le notizie di una eventuale guerra intimoriva e parenti avevano già imbracciato le armi in terre lontane. I genitori lo videro partire entrambi impensieriti pur avendolo raccomandato a famiglie amiche. Ma l’apprensione era difficile da contenere.

Durante il viaggio il giovane Francesco pensò di fare una sosta in quello che sembrava uno sperduto borgo dove i pochi abitanti, per la maggior parte, erano di origine veneta e romagnola. Era stanco e un leggero mal d'ossa gli indolenziva tutto il corpo per il viaggio fatto su una corriera malandata.
Calmò l’arsura con una bevanda fresca chiesta ad un chiosco a conduzione familiare, improvvisato davanti a un podere che vendeva i prodotti dei campi che si riusciva a coltivare. Una anziana donna si guardava intorno poi, rivolgendosi verso la casa, reclamò qualcosa a gran voce. Sull’uscio apparve una giovane. Francesco ne rimase incantato, ai suoi occhi apparve bellissima e seppe poi chiamarsi Adele. Gli sguardi si incrociarono per un timido saluto di benvenuto. Francesco non seppe dare un'età a quella ragazza dai capelli corvini con occhi neri e profondi. Meno di vent'anni, pensò. Decise allora di chiedere alloggio che gli fu concesso nell’unico posto disponibile, nella casona, una baracca costruita dietro la casa. Un battente assicurava luce e aria mentre in un angolo, tutto scurito dal fumo, un cestino di logoro vimine conteneva mozziconi di candela per l'uso casuale che ne era stato fatto; per letto un materasso deformato poggiato su di una pedana e alcune assi di legno poste orizzontalmente imitavano uno scaffale. Anche l'odore non era dei migliori in quella specie di magazzino disordinato. Il ragazzo si accontentò pensando alla ragazza che possedeva un fascino carnale, ancora acerbo. Speriamo di non fare troppa confidenza con le pulci pensò, mentre non riusciva a governare la ridda delle sensazioni.
Durante la frugale cena, aveva ricambiato continue e prolungate occhiate. Le cose più belle sono quelle che non si dicono, aveva pensato. I due giovani si piacquero e si desiderarono da subito. Tutto quello che sarebbe accaduto sembrava già essere scritto.
Quando fu notte fonda la ragazza aspettò il momento del primo sonno per sgattaiolare fuori. Bussò alla porta del capanno chiusa dall’interno con un rudimentale chiavistello anch’esso di legno.
Fu in quel capanno di campagna che Francesco l'amò baciando le labbra morbide e carnose. Ho sedici anni e sono vergine, gli aveva sussurrato quando capì che i loro corpi si sarebbero avvicinati per congiungersi. Egli la prese con tutto l'amore che l’inesperienza suggeriva; si unirono con tutto l'ardore giovanile che seppero offrirsi e si amarono con quel trasporto totale capace di annullare qualsiasi responsabilità.
Alle prime luci dell'alba Adele fece il percorso a ritroso. Ritrovò il suo letto con le coltri gonfiate ad arte. Se qualcuno si fosse svegliato all'improvviso avrebbe potuto pensare alla giovane di ritorno dal cesso situato all'esterno.
L’indomani Francesco invitò Adele a fare una gita al mare. I preparativi non richiesero tempo e impegno particolari. Si incamminarono per la strada bianca – quasi diafana per il residuo chiarore lunare – evitando di calciare il brecciame più grosso. Tutt’intorno giardini sparsi di fiori di campo. Lungo la strada diversi chioschi di angurie e meloni. La produzione era talmente alta che, una volta spaccati, se ne mangiava solo il cuore mentre il resto finiva nelle porcilaie o ad essiccare alla vampa del sole. Sembrava una zona tranquilla, una zona dove vivevano contadini e allevatori che campavano con il loro lavoro. Non una voce o rumore nell’aria ma si sentiva il leggero soffio del vento che andava a rinfrescare le chiome dei rari alberi e ad incunearsi nelle scoline che fiancheggiavano la carreggiata o dividevano le proprietà.
Arrivarono al mare. Adele non lo aveva mai visto. Che grande pozzanghera, fu la sua prima ingenua impressione mentre i bellissimi occhi si muovevano per ammirare il colore dell’acqua e la linea dell’orizzonte così lontana. Sentirono il bisogno di liberarsi del peso e fare un bagno ristoratore. Lasciarono il modesto bagaglio sulla rena; vi poggiarono sopra i vestiti e si diressero verso la riva dove si infrangevano onde basse e l’aria era mossa dalla brezza marina. Francesco si tuffò con sicurezza. Aveva imparato a nuotare da bambino nelle secche e nelle piccole anse dei fiumi. La ragazza, dopo aver esitato, si bagnò calandosi prudentemente nelle acque facendo attenzione perché il mare poteva tendere bruscamente verso l'abisso.
Giocarono a rincorrersi, poi, restarono a fissare il cielo tenendosi per mano. Infine, si guardarono negli occhi senza dire una parola, increduli.
Rinfrancati si rimisero in cammino. Decisero di ritornare in città facendo un altro percorso. Cercarono passaggi di fortuna sulle barozze che abitualmente trasportavano erba medica e fieno per l’inverno. Costeggiarono estesi vigneti e appezzamenti con altre colture.
Una volta giunti a destinazione pernottarono in una casa il cui indirizzo era segnato su un pezzo di carta piegato e ormai sgualcito, ospiti di una signora la cui figlia suonava il piano. La signora era una aristocratica imparentata con un funzionario fascista; la figlia dava l'impressione di essere succube di una madre incontentabile, che la voleva continuamente impegnata nello studio.
Arrivò il giorno che Francesco dovette fare ritorno al paese perciò rientrarono nel piccolo borgo dove ci furono molte promesse e altrettante lacrime. E poi l'addio.
Non si incontrarono mai più.

Pensieri e fragori lontani riportarono Francesco alla realtà. Con le carte a ventaglio nella mano riprendeva a decidere quale carta calare. Questa volta si trovava in quei luoghi per altri motivi, per altre ragioni – anche questa volta lo aveva deciso la vita – mentre nuvole nere si addensavano sulla terra e sul mare.
La città era stata ripulita dai simboli fascisti e molte vie mostravano i segni degli scontri.
Lo sbarco era iniziato. Lampi e tuoni di cannone riempivano l’aria del nord. Nei giorni addietro c’erano state scaramucce e i primi bombardamenti.
I quattro si alzarono e presero la via per i ricoveri, dirigendosi verso la circonvallazione della città.

martedì 17 novembre 2009

L’ISOLA di Aldo Ardetti


L’Isola non era un pezzo di terra circondato dalle acque ma il nome di un bar, il Bar Isola. Quando mi capitava di passare da quelle parti rivedevo sul marciapiedi di asfalto i segni delle sedie e dei tavolini che ogni mattina venivano portati fuori dal locale e ritirati la sera fino a che i marciapiedi del centro non furono rivestiti di marmi che nascosero ogni… traccia storica. Nei giorni bagnati qualcuno ci ha fatto scivolate spettacolari.
A casa, poi, è rimasto un regalo di Valerio e Gino, i proprietari del locale: una bottiglietta di Cinzano bianco definito speciale dalla casa. Chissà quanto varrà per i collezionisti di mignon. Parliamo di almeno 30 anni fa. E’ parcheggiata dentro un bicchiere abbandonato. Inizialmente la capovolgevo per far inumidire il tappo e mantenerne la funzionalità ma l’espediente non è servito: oltre ad evaporare metà del contenuto, il restante si è ossidato – il Vermouth da giallo pallido è diventato scuro – e il copri tappo, un cappuccio ricavato da sottile lamina di alluminio, mostra delle perdite ormai essiccate.
Il Bar Isola aveva due entrate o meglio, l’abitudine voleva che da una si entrasse e dall’altra si uscisse ma la regola non era tassativa. Sulla destra c’era un piccolo banco frigorifero e subito dopo la cassa. Più avanti – praticamente sul lato più lungo, quello principale – il bancone vero e proprio che finiva col la Faema dei cappuccini e caffè. All’angolo sinistro c’era il flipper – che allora era più meccanico ed elettrico che elettronico – con il quale si rivaleggiava per aggiornare il primato. La restante parete e la vetrina di lato all’altra porta, erano destinate alle esposizioni a seconda delle festività. Era situato in centro, e oltre agli abituè, entravano passanti occasionali. Soprattutto con il tempo uggioso.
I proprietari non erano più giovani ma avevano una vitalità invidiabile, soprattutto Valerio. Piccolo ma energico e senza paura. Serviva soprattutto quest’ultima con certi avventori. Visite antipatiche erano sempre in agguato. I due titolari avevano alle spalle mestieri differenti ma, non volendo stare fermi, avevano pensato a questa attività come investimento pur potendo andare tranquillamente in pensione e fare la bella vita.
La differenza tra cliente fisso e passante era che il primo poteva segnare e saldare il conto ogni settimana – possibilmente – e instaurare un rapporto amichevole coi titolari.
L’Isola sembrava il nome azzeccato per il ritrovo, il punto di riferimento per turnisti di fabbrica, cassintegrati, lavoratori a giorni alterni quando andava bene. Offri tu che offro io e finivano bottiglie di brandy e casse di birra. Ognuno poi, sembrava occupasse per affezione lo stesso posto, lo stesso angolo del bancone o del tavolino. Ma le abitudini perdevano efficacia quando il piccolo locale si sovraffollava. Estranei che cercavano di entrare nel gruppo, nel giro delle bevute neanche si trattasse di passatelle. Stranieri e anche gente proveniente dai paesi islamici non disdegnavano bere alcolici in terra straniera.
Sfidante di bevute un inglese, un bulgaro o rumeno; quest’ultimo non confessò mai la propria nazionalità. Erano i tempi della guerra fredda e dei profughi politici dell’est in transito nei campi di accoglienza prima della definitiva destinazione: Stati Uniti, Canada, Australia,… Tutti sembravano rincorrere il tempo o cercare di fermarlo a seconda del bisogno. A volte anche con i pettegolezzi e soventi litigi che duravano, questi ultimi, il tempo per il successivo bicchiere.
Il più simpatico degli indigeni era Nando detto Fortebraccio, segaligno ma forte come un boxeur e campione di bicchierate, che lasciava dietro di sé scie di profumo agrumato. Uomo di saloon amava ripetere: «Noi giocavamo con la creta, non con la plastilina», per ricordare la condizione sociale di provenienza con le corrispondenti possibilità economiche; una famiglia proletaria che si era aggiustata ma guai a dirgli imborghesita.
Sempre inattesa appariva Lorella – non più giovanissima – con un corpo da far invidia ad una trentenne. Abitava in un paesino sui monti e, per tastare la vita, scendeva in pianura per conoscere la città. Dicevano che vivesse facendo la prostituta e che spesso si appartasse nei gabinetti anche con persone molto più grandi di lei. Voci asserivano che accadesse anche in quello dell’Isola.
Accadde pure che Rosy, la figlia di Gino, rimanesse incinta. Nessuno seppe chi fosse il responsabile anche se un nome veniva fatto a bassa voce. La ragazza non lo confessò mai ai propri genitori.
Molti sapevano che aveva più di un amante – ragazzi e uomini sposati – e che alcuni di essi li ricevesse in casa mentre i suoi erano al lavoro. I genitori la fecero volare a Londra per non suscitare scandali e perché allora rappresentava l’unica via d’uscita per risolvere quel tipo di problema.
Un giorno entrò Peppe Carale con la sua spalla, un delinquentello come lui. Era il primo pomeriggio e il bar, semideserto, sonnecchiava. Angelo, appoggiato al banco, sorseggiava un caffè ancora bollente. L’episodio iniziò con uno scambio di battute e il delinquente, che si infastidiva facilmente e ormai sulla strada dell’ubriacatura, ordinò al suo compare: «Dagli un pugno sul naso a quello!»
Angelo rimase di stucco: «Ma come, eravamo amici da ragazzini, abitavamo nello stesso quartiere…»
Per fortuna il pugno non partì e l’aria ritornò serena.
Alcuni mesi più tardi Peppe Carale morì in un incidente automobilistico mentre era inseguito dalla Polizia.
Il Bar Isola non esiste più. Il locale è stato ristrutturato tante volte quante le attività commerciali che vi si sono succedute.
Era una piccola parte del palcoscenico della nostra giovane vita: un luogo del nostro spazio e del nostro tempo. Per alcuni un luogo per combattere la solitudine.
Rimane il ricordo – tra bagliori didascalici, voci e rumori lontani – in una storia di bar.

(pubblicato in data 17 novembre 2009)

martedì 27 ottobre 2009

RAGNATELE di Aldo Ardetti


Sabrina andò sotto la doccia dopo aver caricato la macchinetta del caffè. Una rinfrescata veloce per allontanare la stanchezza poi, nel calduccio dell’accappatoio, degustò il contenuto della tazzina e ripensò alla situazione sentimentale nella quale si era cacciata: le piaceva Carlo ma il ritorno in città di Donato – il primo amore che non si scorda mai – non le era scivolato di dosso e le procurava ancora fremiti e tanta curiosità.
Era passato del tempo e si chiedeva cosa avrebbe provato a rivederlo e quanto fossero cambiati.
Nel pasticcio mentale decise di ascoltare i buoni consigli di Federica – così erano sempre stati.

«Vivo un momento particolare. Sotto certi aspetti anche eccitante per i sogni, i desideri e le scelte non fatte. C’è tanta insicurezza, ancora… barcollo.»
«Situazione delicata. E quando mai?»
Sabrina avvertì il peso del tono ironico, di sfottò.
«Che stronza. Non sto cercando un ma-ri-to ma un rapporto convincente e stabile. Mi sono stancata degli uomini di passaggio. Avverto qualcosa di strano.
Sento che mi si sta aprendo un nuovo mondo.
Capita di pormi delle domande e di ottenere risposte immediate che mi convincono.»
«Vieni a prenderti un caffè da me così potrai raccontarmi le tue… pene e cosa ti sta succedendo.»

Sabrina parcheggiò lo scooter sotto casa dell’amica, considerata una sorella maggiore.
«Una visita improvvisa nasconde un problema urgente»,
l’accolse la voce ospitale di Federica.
«Il cuore è impazzito e con lui il cervello»,
rispose Sabrina con un sospiro che sapeva di rassegnazione.
«Mi preoccuperei più per il cervello che per il cuore. Ehm, i nostri problemi, siamo alle solite…»
fece Federica che, nella domanda, aggiungeva segnali di risposta.
«E già, la situazione si è incasinata. Hai saputo di Donato? E adesso c’è Carlo. Sono due persone diverse: il primo mi attrae per la sua bellezza, la sua spontaneità. Una simpatica canaglia. L’altro è un bravo ragazzo che mi fa sentire a mio agio, mi dà sicurezza. Circolano alcune voci sul suo conto ma di lui voglio potermi fidare.»
«Divertiti, vivi una vita spensierata. Non ti creare troppi problemi. Anch’io ho avuto i miei grattacapi. Ti ricordi quante rogne ho avuto solo l’anno scorso? Per il momento, la mia vita voglio viverla giorno per giorno – replicò Federica, e aggiunse – abbiamo ancora tempo per prenderla seriamente» e agitò la mano in aria.
«Questo è il ragionamento di chi pensa di essere eterno.»
«Ci vediamo alla festa di Gaia?»
Sabrina rispose annuendo con il capo.

In un’altra parte della città Massimo sostava su una panchina del parco e anch’egli, nonostante le sue sicurezze economiche e materiali - rifletteva sulla sua vita e, per quanto gli era possibile, sulla psicologia femminile da quando il livello del suo morale si era abbassato in seguito alla rottura con Sandra.
Non aveva mai avuto problemi con le donne ma con Sandra era stata una storia diversa e gli rodeva – ma non lo avrebbe mai confessato – perché, per la prima volta nella sua vita, era stato scaricato.
Avrebbe superato quel difficile momento nello svago e con altre conoscenze, iniziando con la festa che ci sarebbe stata quella sera stessa in casa di Gaia.

Gli invitati arrivavano ad uno ad uno.
Donato, lo schiantatope – per questo era molto invidiato –, si guardava in giro e quando sentì la musica prese per mano Gaia per aprire le danze.
La donna, ex diggei, che amava riempire la casa di oggetti vintage, passò poi alla console casalinga: “Vecchi amori, nuovi amori” augurò a tutti mentre guardava Carlo con espressione indagatoria. Aveva saputo del ritorno di Donato e voleva osservare il comportamento dell’uomo?
«Cosa ha da guardare quella?»,
esclamò Sabrina quasi infastidita. Carlo rispose con gli occhi.
Donato si avvicinò per invitarla a ballare e la strinse a sé confermando di non aver perso la faccia tosta.
Carlo si irrigidì e si sarebbe mostrato avaro di baci e coccole per tutta la serata. La gelosia sarebbe stata la sua penitenza.
Federica e Gaia, che conoscevano tanta gente, avevano invitato proprio tutti.
Con Massimo, Sabrina ebbe un breve approccio confessionale; lo conosceva di vista e ne aveva sentito parlare non sempre bene.
Gli uomini erano tutti mascalzoni?
Massimo le piaceva, non era male, ma era dubbiosa sul personaggio. Il loro incontro si limitò ad alcune battute amichevoli con la promessa di non perdersi di vista.
La festa si stava infiammando.
Sandra e Massimo finirono di nuovo l’una nelle braccia dell’altro. Ora Sandra aveva la testa sulla spalla di lui.
Gaia era tra le braccia di Donato mentre Carlo si intratteneva con Federica.
«Bell’amica!»
sussurrò Sabrina pensando a tutte quelle volte che avevano parlato di finte amicizie impegnate nella cattiva rivalità per la supremazia.
In quel momento capiva di essere egoista ma era lei ad aver bisogno d’aiuto.

Il giorno era sembrato sorgere speranzoso; l’occasione non sarebbe mancata, ripeteva, e infatti era partita con slancio ma non ci mise molto a capire quanto era stata superficiale, precipitosa per l’ottimismo che non le aveva fatto capire, suggerito che nella vita non si può solo scegliere ma è importante essere scelte.
La serata festosa non sembrava regalarle la conclusione desiderata. In quel grande salone, le cui finestre erano state lasciate aperte per il fumo, si sentiva sola e si domandò se quello che le stava accadendo era voluto.
«Come possono le persone fare del male al loro prossimo, gioire delle sofferenze altrui, avere invidia per il successo degli altri, invece di provare pietà, compassione, avere senso di giustizia e, nel suo caso, simpatia e comprensione?» elaborò mentalmente.
Nella mano stringeva ancora un bicchiere ormai vuoto mentre lo sguardo cercava di cogliere le espressioni di quella gente che sembrava divertirsi.
Le venne in mente quello che dice Mia Wallace a Vincent Vega in Pulp Fiction di Quentin Tarantino sui silenzi che mettono a disagio... «Perché sentiamo la necessità di chiacchierare di puttanate, per sentirci a nostro agio? E’ solo allora che sai di aver trovato qualcuno di davvero speciale, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace.»
Nell’ampio soggiorno il fumo diventò nebbia.
Per motivi diversi ma più degli altri, Massimo, alias Canna fumaria e Carlo, alias Cannone di Navarone, si davano da fare per aumentare nell’aria l’odore di canne e di resina.
Ogni tanto – con turni che sembravano essere stati predefiniti – qualcuno spariva per ripresentarsi euforico non certo per aver dato sollievo alla vescica.
Nei bagni e nelle camere da letto altri avevano sniffato – traditi da alcune tracce – e approfittato per una sveltina.
La situazione – già ingarbugliata – si era ulteriormente aggravata, anzi – sentimentalmente – si era azzerata.
Era arrivato il momento di crescere, di ritrovare se stessa, pensò. Questa volta senza l’aiuto di nessuno ma con la forza del proprio coraggio.
L’aiuto degli altri non era stato efficace.
Fuori, il luccichio sulle foglie e sull’asfalto, era come se le indicasse un’altra festa.
Sabrina decise di rientrare anzitempo.
Eppure era una bella ragazza: alta, elegante, sempre ben curata e occhi che ricordavano il colore del mare.
Spesso la rincorrevano le frasi di ammirazione costruite con parole prettamente maschili.
«…’fanculo tutti» fu, infine, il saluto di commiato e uscì risoluta, nonostante la pioggia battente, a cercare altre storie in una nuova vita semplice e vera, dove la gente riusciva ancora a emozionarsi, dove poter riemergere per prendere una boccata di aria fresca.



(pubblicato in data 27 ottobre 2009)

lunedì 14 settembre 2009

LA MADRE DEL RAGIONIERE UMBERTO Storia di città virtuali e di fantasmi di Aldo Ardetti


Abito in un quartiere semicentrale e quando mi chiedevano in quale zona, rispondevo: «Al Colosseo», per la forma semicircolare del palazzo che ricorda l’anfiteatro Flavio. Anni fa era terra di elettrodotti nella nebbia, di stagni gracidanti e orti di cicorie; poi c’hanno costruito un grande centro commerciale e tirato su pure due grattacielo uno dei quali risulta essere il più alto d’Italia per cui, quando mi chiedono dove abito, adesso dico: «Vivo nel quartiere Manhattan», il quartiere dei palazzi moderni che non suscitano ricordi né alcuna memoria storica.
Nel centro commerciale operano tutte le attività possibili: studi di professionisti e uffici di società di servizi ma è diventato anche una città che la gente raggiunge per fare compere, per trascorrere il tempo davanti alle vetrine, portare i bambini – i propri figli – a degustare gastronomia macdonald.
E’ un paese virtuale anche per vecchi.
I pensionati si siedono sulle panchine – possibilmente ai lati, distanti tra loro – senza guardarsi, senza parlarsi, senza girarsi … muti e solinghi in un mare di triste solitudine, con gli occhi che cercano nel vuoto.
Eppure una volta ci si vantava del territorio, delle gite ‘fuoriporta’ al mare, ai laghi, sui monti – e tutto a portata di mano, ad un tiro di schioppo.
E’ evidente che, da queste parti, il paradiso terrestre non è più considerato, non va più di moda.

Ci si incontrava abitualmente nel tardo pomeriggio, in prossimità delle scadenze fiscali.
Tutta la vita aveva fatto il ragioniere.
Ora si manteneva in esercizio arrotondando la pensione.
Quel pomeriggio entrò in casa e si diresse sudaticcio verso la sua sedia.
Aveva il viso imperlato di sudore e leggermente in affanno. Se la faceva a piedi – nonostante fosse quasi più largo che alto – per mantenere in forma sia la mente che il fisico, diceva.
Veniva da lontano, da un nuovo quartiere periferico col quale la città si espande verso il mare.
Dopo aver parlato di numeri e fatto di conto, l’incontro veniva concluso con la discussione di un argomento salottiero e delle notizie dell’ultima edizione del tiggì.
Con me si trovava bene perché, ripeteva, ero un buon cliente: non ero parsimonioso come altri; e di qualcuno faceva anche il nome.

Quella volta avvertii continue esitazioni nel suo parlare che di solito era chiaro, sicuro e ragionato.
Lo avevo notato altre volte come se Umberto, questo il suo nome, volesse confessare qualcosa che non riusciva a nascondere, che gli pesasse in un angolo profondo della coscienza.
Non tardò a prendere coraggio per far tracimare ulteriori parole.
«Cre-credo di vedere mia madre.»
«Vedi tua madre? Mi hai sempre detto che l’hai persa anni fa.»
«Sì, ma ti dico che l’ho vista.»
«E in quale sogno sarebbe avvenuto l’incontro?» risposi ironico.
«Sogno? La vedo al mercato settimanale.»
«La vedi o l’hai vista?»
«La vedo da tempo. Non è la prima volta.»
«Umbe’ – venne spontanea l’esclamazione confidenziale – ti rendi conto di quello che stai dicendo? Vuoi impressionarmi o ti si sta avariando il cervello?»
«Nooo-o, l’ho vistaaa! Era lei, mi ha sorriso e mi ha salutato con la mano. Mi faceva così... » e imitò con la mano il movimento dei tergicristalli delle automobili.
«E tu... ?»
«Sono rimasto come paralizzato, imbambolato.
Poi le ho fatto un cenno di fermarsi ma è sparita nel fiume di persone. Aveva l’aspetto di come la ricordavo.
Non parla, si limita a sorridermi. Solo in una occasione mi è passata vicino, superandomi. Ho avuto la sensazione che trapassasse il mio corpo per girarsi verso di me dopo qualche metro. Probabilmente per mostrare il viso e farsi riconoscere.»
«A ragionie’, con tutto il rispetto ma è assurdo quello che sto ascoltando.»
«Capisco, ma ti assicuro che non sono andato fuori di testa. Tu non vuoi credermi. Il tuo scetticismo non ti permette di credere ma si tratta di mia madre. Per me è un evento eccezionale, importante. E’ tornare indietro nel tempo e mi dà certezze, sicurezze per il futuro.»
« ...io devo credere per farti contento?»
«Volevo che tu sapessi! Solo questo, raccontarlo a qualcuno per non tenere per me questo segreto così pesante ma straordinario. Forse anche per... »

Non volle finire la frase ma immaginai cosa desiderava dire e notai lo sforzo per completarla mentalmente.
«Adesso cosa intendi fare?» chiesi.
«Nulla, mi basta credere in quello che ho visto e sapere che continuerò a vederla. Pensare che qualcosa continua dopo di noi.»

Capita anche a me di andare al mercato.
Ci sono cresciuto con gli stracci americani ammonticchiati sui banchi. C’è un reparto apposta.
Mi aggiravo nella babele di mercanzia mentre si erano presentati pioggia e vento, quando venni urtato da una donna di una certa età.
Il fatto si ripeté e non seppi trattenermi:
«Signora, che diamine!»
«Mi scusi ma non sapevo come attirare la sua attenzione.»
«Bastava rivolgermi la parola, cosa vuole da me?»
«E’ bravo il mio Umbertino?»
«Umbertino?»
«Il suo amico ragioniere.»
«Ma se ha più di settant’anni.»
«Lo so e tra un po’ mi verrà a trovare.»
«Scusi, non vorrei essere scortese, ma lei chi è?»
«Non è importante. Mi raccomando, me lo saluti.»
«Perché non lo fa lei stessa?»
«Non mi è permesso.»
«Scusi non capisco, proprio non afferro.»
«Non si preoccupi, riferisca. Umbertino mi conosce molto bene. Oh, sì, mi conosce molto bene.»
Dopodiché la donna si dileguò in gran fretta.

Quando rientrai in casa mi diressi verso la doccia lasciando tracce con i miei vestiti.
Indispettito dalle parole e dal comportamento strano di quella donna, desideravo tornare alla mia realtà facendo finta che nulla fosse accaduto.
Infine, seduto in poltrona mi concedevo un abbandono rilassante cercando – inutilmente – di scacciare pensieri, domande e risposte che transitavano veloci e incontrollate.

Dopo qualche giorno Umberto tornò per consegnarmi i moduli compilati, pronti per essere inoltrati.
Con mano tremolante mi mostrò una fotografia.
«Questa è mia madre.»
Restai senza respiro, immobile con gli occhi e tutto il resto del corpo.
«Questa persona io l’ho vista al mercato e c’ho anche parlato.»
«Davvero, e cosa ti ha detto? Raccontami.»
«Mi ha chiesto di te, di salutarti. Sapeva che ci conosciamo.»
«Ora sei convinto che ti ho detto la verità? Non mi sono rincoglionito – disse proprio così – e non devo preoccuparmi di quello che può pensare la gente.»
«Tutti abbiamo bisogno di vivere anche di fantasia e spesso trasferirci su qualche nuvola», pensai tra me e me non volendo cedere nonostante tutto.

Umberto andò via soddisfatto con il compiacimento e l’orgoglio che in quel momento poteva mostrare.
Un martedì – giorno di mercato settimanale – mentre il sole era a mezzogiorno e abiti e tessuti chiari appesi ai tendoni amplificavano la luce dalla quale le retine del popolo di avventori cercavano di difendersi, Umberto stramazzò a terra.
Cadde con il braccio teso e la mano aperta come a indicare qualcosa. Sul viso era abbozzato un sorriso misto a sorpresa e meraviglia.
Così Umberto aveva raggiunto sua madre.
E questa è una storia vera.

(pubblicato in data 14 settembre 2009)

lunedì 17 agosto 2009

LA DACIA DI MARIJA di Aldo Ardetti


L’aria umida e piovigginosa creava luccichii e gelidi riverberi di luce. Il quartiere Sholkovkaija si svegliava con il rumore del viavai quotidiano sui marciapiedi di asfalto rattoppato. Gli imbocchi della metropolitana entravano nella terra, nella città sotterranea.
Dal mercato si alzavano voci di richiamo. Al cielo salivano pennacchi e nuvole di fumo. Il vapore delle fabbriche periferiche e dei grandi impianti di riscaldamento per gli appartamenti condivisi nei palazzi lungo le ulitze e i bul’var, avvolgeva la città dove viaggiavano bottiglie di birra e vodka che, ad alcuni, avrebbero fatto compagnia durante la lunga giornata.
Quell’angolo della sua città osservava Marija dal balcone del suo appartamento, negli spiragli concessi dal fogliame delle betulle mentre pensava con trepidazione all’orto della sua dacia. Da quando era andata in pensione preferiva partire prima dell’estate e prolungare la permanenza in campagna fino all’inizio dell’autunno.
«A contatto con la natura respiro meglio» ripeteva.
Le piaceva il lavoro nell’orto dove raccoglieva i prodotti tirati su con tanta passione contadina e che a Mosca, al mercato Sholkovskij, costavano un occhio.
«Meno male che ho questa casetta» e ringraziava Konstantin, il marito defunto che gliela aveva lasciata.
Minuta ma forte ed energica, Marija approntò valigie, zaino, sacchi e scatoloni che contenevano il necessario per i primi giorni, soprattutto generi di difficile reperibilità come pane e zucchero. Portava con se barattoli di conserva e altri da riempire dopo la raccolta degli ortaggi e delle bacche del generoso bosco.
Quando tutto si presentava ben confezionato, raggiungeva la stazione Saviolovskij per un viaggio che doveva durare tutta la notte: primo tratto parallelo alla linea Mosca-San Pietroburgo per poi deviare – treno non privilegiato – verso nord-est, ed attraversare le sterminate campagne dei kolkoz e sovkoz e lande ammantate di nebbia. Il treno si fermava in ogni stazione, anche in quelle quasi inesistenti, tanto breve era la sosta e tanto in fretta il solitario capostazione salutava l’ultimo vagone che spariva nella notte nera e desolata.
Marija non riposava bene, non riusciva a chiudere occhio per vigilare sull’appetibile carico alimentare, alla luce scialba delle lampade del corridoio che si oscuravano al continuo passare di irrequieti passeggeri. Aspettando l’alba che l’avrebbe accompagnata a destinazione, affrontava il viaggio ben infagottata per respingere il residuo freddo russo. Di notte, con i finestrini velati dai fiati, non riusciva a distrarsi, così portava alla bocca piccoli pezzi di pane con pesce e verdura per sostenersi e far trascorrere il tempo.

Alla stazione Chvojnaja scese coi numerosi e pesanti bagagli che richiesero tempo e fatica. Sul piazzale, alle spalle del caseggiato, l’attendeva il parente che si era precipitato a soccorrere la congiunta. Esisteva un servizio di autobus ma per il bagaglio e per evitare lunghe e solitarie attese, Marija preferiva avvisare in anticipo e imbarcarsi su quel furgone sul quale, in quella decina di chilometri da percorrere, era difficile evitare un fastidioso singhiozzo.
Attraversarono un bosco di betulle, di salici piangenti e chiazze d’acqua nel terreno accidentato, abeti, pini le cui foglie aghiformi lacrimavano latice e gocce di rugiada, tremule e mirtillo e l’èrica con le bacche blu sotto un tappeto colorato dai boléti e dall’agàrico delizioso.
Marija arrivò alla sua dacia, il suo rifugio circondato da betulle e pioppi, ciliegi selvatici, cespugli di lilla, viburno e uva spina. Spalancò porte e finestre e iniziò a rassettare non prima di aver offerto un bicchierino al provvidenziale chauffeur. Mettendo da parte la stanchezza riempì d’acqua il samovar e accese la stufa per far asciugare l’ambiente. Decise di preparare una sostanziosa e fumante zuppa di carne e verdura e, mentre la assaporava, iniziò a pensare ai giorni a venire, al lavoro da fare ora che il disgelo aveva liberato la terra, mentre osservava la piccola ed unica icona posta a guardia della casa.
Murcik, il gatto dal pelo bianchissimo d’angora, con un paio di balzi s’era sistemato in un cantuccio sopra il forno. Se ci fossero state le figlie, Olga e Dar’ja, il grammofono con l’altoparlante a tromba avrebbe inondato le stanze di antiche arie slave; ma le ragazze avevano preferito restare a Mosca, in attesa della bella stagione, con la permissiva babushka Masha.

Marija, in un viaggio precedente, aveva portato anche tre galline allevate con mille attenzioni e cure sul balcone della casa moscovita. Le aveva date in custodia a dei parenti del villaggio affinché diventassero grandi. Avere galline in campagna era sempre stato un suo sogno, un desiderio che ora aveva realizzato ma, con quel tempo, anche le gallinelle si nascondevano, non davano le sospirate uova, si comportavano in maniera strana e mangiavano male, inappetenti.
«Si vede che i primi giorni hanno mangiato troppi vermi e adesso non li guardano nemmeno» ragionava dubbiosa e preoccupata.

Con il sopraggiungere del caldo il lavoro nell’orto procedeva con soddisfazione. Non così si poteva dire delle galline. Avevano un’aria malaticcia e Marija cominciò a disperarsi: «Ho paura che dovrò separarmi da loro. All’inizio si sono riprese così bene, piene di energie. Tutti si meravigliavano per come erano belle.»
Il terzo giorno, dopo le meraviglie dei vicini, una si ammalò; poi toccò alla seconda e così pure alla terza, la gallina più tranquilla. Quest’ultima non in maniera grave. Tutto iniziò quando alla gallina più vispa apparvero dei foruncoletti sulla cresta. Pensò si fosse raffreddata e iniziò a curarla spalmandole un unguento alla tetraciclina che usava lei stessa. Le ferite cominciarono ad asciugarsi ma la cresta diventò dura come il legno e ogni volta non poteva guardarla senza che le sgorgassero copiose lacrime. Murcik assisteva malinconico nel vedere la padrona demoralizzata ma non poteva riferire suggerimenti, una qualche soluzione che pure doveva aver pensato, dare una... zampa d’aiuto.
La stessa cosa accadde con la seconda gallina che, con il becco, si ferì gravemente strappandosi tutta la pelle delle zampe.
«Non so che malattia sia questa» si domandava disperata la donna.
Cominciò a far mangiar loro dell’ortica pensando che una aumento di vitamine risolvesse il problema, ma diventarono ancora più brutte.
Non avendo altri rimedi non le restò che pensare ad una sorta di malocchio, un maleficio per il quale provò magici scongiuri. La situazione precipitò: «Sono sfortunata con le galline» sentenziò e, dopo qualche giorno, restò sola.

Dopo lo zappettio nell’orto, Marija si inoltrava nel bosco calpestando il muschio che ondeggiava sull’acqua paludosa. Rincasava con cesti colmi di funghi, cercati anche tra il lichene bianco dei cerbiatti, che essiccava o in salamoia conservava nei barattoli; in altri finivano le squisite marmellate di mirtillo e di ribes.
Sopraggiunse l’autunno e Marija si preparò per il viaggio di ritorno. Portò con se le preziose conserve che in città avrebbero fatto risparmiare e sopportare meglio il rigore del clima invernale.
Qualcosa, come ogni anno, regalò o dette in consegna ai parenti. Parte la nascose in casa o la interrò. Ma queste sono illazioni di alcuni vicini e del sottoscritto.
Marija tornò a Mosca pensando alla successiva primavera, soddisfatta dei frutti e dei prodotti abbondanti del suo orto e del bosco ma con una spina nel cuore, una delusione che le procurava un acuto dolore. Dal balcone della sua casa i suoi pensieri perforavano il vuoto mentre un altro giorno moriva chiudendo il sipario sulle lunghe ombre della sera.
(pubblicato in data 17 agosto 2009)

lunedì 3 agosto 2009

TRAUMA di Aldo Ardetti


Di nuovo aveva sognato di cadere nel vuoto e poi una piccola mano carezzargli la fronte fino a scivolare sulla guancia sfiorandola appena, beneficiando così di una eccitazione al solletico. Non voleva aprire gli occhi per timore di sgradite sorprese; piuttosto cercare un orientamento mentale, approfittare di quel dolce momento ritardando il completo risveglio che, quando avvenne, gli occhi si dischiusero lentamente turbati dalla luce asettica, antipatica disturbatrice.
Le carezze della piccola mano erano sparite e fu quasi certo di aver sognato, di essersi sbagliato quando, superato un primo disorientamento accompagnato da una sensazione di vuoto, aveva preso coscienza della situazione e del posto. Non riusciva a muoversi: sentiva tutto il corpo indolenzito, bloccato. Altre volte, in quella immobilità, un freddo antico che lo avvolgeva dalla testa ai piedi. Non realizzò quanto tempo fosse trascorso e iniziò, con l’aiuto del ricordo, a fare un viaggio a ritroso: la strada che lo aveva condotto su quel letto. In un bagliore vide le viscere in cui era precipitato; la curva a destra leggermente in discesa e il fiume che, alle chiuse sotto il ponte, mormorava nel buio. E, dopo l’errore, la paura totale, la disperazione passiva. D’istinto – seppur inutile e sciocco – aggrapparsi allo sterzo mentre l’auto piombava nel baratro squarciando le acque. Poi il nulla.
Con fatica riuscì a riprendere sonno e nuovamente si sentì carezzare il viso. Era la piccola mano che lo sfiorava e, toccandolo appena, creava un alito, un leggero e fresco soffio gradevole ai sensi.
Chi sei? Cosa vuoi?
Passi e un frusciare d’attorno gli procurarono un leggero sussulto. Una suora vestita di bianco controllava che tutto fosse a posto cercando di non scuotere il letto. Una suora con un passato difficile: era stata una donna di strada. Quante volte si era sentita chiamare puttana ma poi aveva scelto il velo, una conversione che le aveva dato quella serenità che non aveva mai vissuto.
«Scusi, chi c’era prima di lei. Ha visto uscire qualcuno?»
La suorina rispose negativamente con la testa.
«Da quanto tempo sono qui, come ci sono arrivato?»
«Questa notte. Stia calmo, non si agiti! Deve ringraziare Iddio se è ancora vivo. E’ proprio il caso di dire che è stato ripescato in tempo. Le è stata fatta la TAC e non è stato riscontrato nessun trauma cranico, solo alcune cicatrici, qualche escoriazione, qualche ematoma. Ha perso un po’ di sangue ma è bastato un flacone di plasma... – e dopo una pausa accompagnata da un lungo sospiro –Ma saranno i medici a dirle tutto.»
Quindi aggiustò la piega del lenzuolo sulla coperta, rimboccò e aggiunse:
«E’ stato fortunato, uno svenimento che le poteva costare caro. Lei deve avere la pelle dura!»
Mentre il paziente asseriva con un cenno di sorriso traboccante di orgoglio, al passato prossimo si aggiungeva un altro particolare: la bambina. Dove era la bambina, perché non gli era venuta subito in mente? Come aveva potuto non pensare alla sua assenza?
E la percezione di caldo e freddo continuava la sua intermittenza secondo il grado di agitazione.
«La bambina, la mia bambina. Dio, è salva, la mia bambina è salva?» e si disperò mentre combatteva per respingere brutti pensieri di un tragico destino.
Se fosse accaduto l’irreparabile, gli sarebbe rimasto un marchio incancellabile nella mente e nell’anima.
Nel frattempo era entrato il primario con i suoi dottori di reparto. La suora si fece da parte e cercò di evitare sguardi indagatori infilando con discrezione l’uscita e assicurando la chiusura della porta per il giro delle visite mediche.
«Non si agiti! Di sua figlia le daremo notizie prima possibile.»
esordì il primario che, già dal corridoio, aveva sentito la richiesta.
«Come sta mia figlia, s’è fatta molto male?»
«Adesso stia calmo. Le ho detto che le faremo sapere. Capisco la situazione ma… »
e lasciò cadere ulteriori rassicurazioni.
Più si obbligava a ricordare, più lo abbracciava la sofferenza. Provò un senso di solitudine e di totale abbandono che sono propri dell’impotenza, dell’aver procurato un danno e di non poter porvi rimedio. Una sensazione di sconforto perché era costretto ad arrendersi. E allora si sciolse in un pianto, una esplosione di lacrime violenta che si abbatté sulle responsabilità, creando un senso di colpevolezza e di rimorso.
Passò altro tempo, altri giorni e altre notti di sofferenza in quell’oceano di malore interiore. Quella piccola mano era rimasta sospesa tra il nulla e l’aldilà fintanto che il padre potesse riconoscerla. Solo per quello.
Il sipario poteva chiudersi e quella mano sparire nel fiume, dentro l’acqua che aveva corrotto la purezza del suo sangue. Nessun cambiamento, tutto era già scritto, nessun miracolo e l’adolescenza solamente un futuro impossibile.
Di nuovo la suora varcò la porta della camera.
Questa volta le mani erano due, grandi e rugose e gli stringevano forte le braccia mentre dalla finestra si vedevano i tenui colori ingrigiti della sera e entrava il profumo della linfa di foglie spezzate di agave. All’orizzonte il sole lanciava gli ultimi dardi di calore e di luce prima di sciogliersi completamente nel mare.


(pubblicato in data 3 agosto 2009)