martedì 17 novembre 2009

L’ISOLA di Aldo Ardetti


L’Isola non era un pezzo di terra circondato dalle acque ma il nome di un bar, il Bar Isola. Quando mi capitava di passare da quelle parti rivedevo sul marciapiedi di asfalto i segni delle sedie e dei tavolini che ogni mattina venivano portati fuori dal locale e ritirati la sera fino a che i marciapiedi del centro non furono rivestiti di marmi che nascosero ogni… traccia storica. Nei giorni bagnati qualcuno ci ha fatto scivolate spettacolari.
A casa, poi, è rimasto un regalo di Valerio e Gino, i proprietari del locale: una bottiglietta di Cinzano bianco definito speciale dalla casa. Chissà quanto varrà per i collezionisti di mignon. Parliamo di almeno 30 anni fa. E’ parcheggiata dentro un bicchiere abbandonato. Inizialmente la capovolgevo per far inumidire il tappo e mantenerne la funzionalità ma l’espediente non è servito: oltre ad evaporare metà del contenuto, il restante si è ossidato – il Vermouth da giallo pallido è diventato scuro – e il copri tappo, un cappuccio ricavato da sottile lamina di alluminio, mostra delle perdite ormai essiccate.
Il Bar Isola aveva due entrate o meglio, l’abitudine voleva che da una si entrasse e dall’altra si uscisse ma la regola non era tassativa. Sulla destra c’era un piccolo banco frigorifero e subito dopo la cassa. Più avanti – praticamente sul lato più lungo, quello principale – il bancone vero e proprio che finiva col la Faema dei cappuccini e caffè. All’angolo sinistro c’era il flipper – che allora era più meccanico ed elettrico che elettronico – con il quale si rivaleggiava per aggiornare il primato. La restante parete e la vetrina di lato all’altra porta, erano destinate alle esposizioni a seconda delle festività. Era situato in centro, e oltre agli abituè, entravano passanti occasionali. Soprattutto con il tempo uggioso.
I proprietari non erano più giovani ma avevano una vitalità invidiabile, soprattutto Valerio. Piccolo ma energico e senza paura. Serviva soprattutto quest’ultima con certi avventori. Visite antipatiche erano sempre in agguato. I due titolari avevano alle spalle mestieri differenti ma, non volendo stare fermi, avevano pensato a questa attività come investimento pur potendo andare tranquillamente in pensione e fare la bella vita.
La differenza tra cliente fisso e passante era che il primo poteva segnare e saldare il conto ogni settimana – possibilmente – e instaurare un rapporto amichevole coi titolari.
L’Isola sembrava il nome azzeccato per il ritrovo, il punto di riferimento per turnisti di fabbrica, cassintegrati, lavoratori a giorni alterni quando andava bene. Offri tu che offro io e finivano bottiglie di brandy e casse di birra. Ognuno poi, sembrava occupasse per affezione lo stesso posto, lo stesso angolo del bancone o del tavolino. Ma le abitudini perdevano efficacia quando il piccolo locale si sovraffollava. Estranei che cercavano di entrare nel gruppo, nel giro delle bevute neanche si trattasse di passatelle. Stranieri e anche gente proveniente dai paesi islamici non disdegnavano bere alcolici in terra straniera.
Sfidante di bevute un inglese, un bulgaro o rumeno; quest’ultimo non confessò mai la propria nazionalità. Erano i tempi della guerra fredda e dei profughi politici dell’est in transito nei campi di accoglienza prima della definitiva destinazione: Stati Uniti, Canada, Australia,… Tutti sembravano rincorrere il tempo o cercare di fermarlo a seconda del bisogno. A volte anche con i pettegolezzi e soventi litigi che duravano, questi ultimi, il tempo per il successivo bicchiere.
Il più simpatico degli indigeni era Nando detto Fortebraccio, segaligno ma forte come un boxeur e campione di bicchierate, che lasciava dietro di sé scie di profumo agrumato. Uomo di saloon amava ripetere: «Noi giocavamo con la creta, non con la plastilina», per ricordare la condizione sociale di provenienza con le corrispondenti possibilità economiche; una famiglia proletaria che si era aggiustata ma guai a dirgli imborghesita.
Sempre inattesa appariva Lorella – non più giovanissima – con un corpo da far invidia ad una trentenne. Abitava in un paesino sui monti e, per tastare la vita, scendeva in pianura per conoscere la città. Dicevano che vivesse facendo la prostituta e che spesso si appartasse nei gabinetti anche con persone molto più grandi di lei. Voci asserivano che accadesse anche in quello dell’Isola.
Accadde pure che Rosy, la figlia di Gino, rimanesse incinta. Nessuno seppe chi fosse il responsabile anche se un nome veniva fatto a bassa voce. La ragazza non lo confessò mai ai propri genitori.
Molti sapevano che aveva più di un amante – ragazzi e uomini sposati – e che alcuni di essi li ricevesse in casa mentre i suoi erano al lavoro. I genitori la fecero volare a Londra per non suscitare scandali e perché allora rappresentava l’unica via d’uscita per risolvere quel tipo di problema.
Un giorno entrò Peppe Carale con la sua spalla, un delinquentello come lui. Era il primo pomeriggio e il bar, semideserto, sonnecchiava. Angelo, appoggiato al banco, sorseggiava un caffè ancora bollente. L’episodio iniziò con uno scambio di battute e il delinquente, che si infastidiva facilmente e ormai sulla strada dell’ubriacatura, ordinò al suo compare: «Dagli un pugno sul naso a quello!»
Angelo rimase di stucco: «Ma come, eravamo amici da ragazzini, abitavamo nello stesso quartiere…»
Per fortuna il pugno non partì e l’aria ritornò serena.
Alcuni mesi più tardi Peppe Carale morì in un incidente automobilistico mentre era inseguito dalla Polizia.
Il Bar Isola non esiste più. Il locale è stato ristrutturato tante volte quante le attività commerciali che vi si sono succedute.
Era una piccola parte del palcoscenico della nostra giovane vita: un luogo del nostro spazio e del nostro tempo. Per alcuni un luogo per combattere la solitudine.
Rimane il ricordo – tra bagliori didascalici, voci e rumori lontani – in una storia di bar.

(pubblicato in data 17 novembre 2009)

martedì 10 novembre 2009

UN AMORE PICCOLO MA GRANDE di Daniela Rindi


Un vestitino verde a pois, sandali bianchi, il viso sempre imbronciato... così mi ricordo la bambina dagli occhi verdi e i capelli biondi spettinati, della quale mi innamorai a dieci anni. Lei ferma in mezzo alla piazza, i genitori a pochi metri.
Chissà perché era sempre arrabbiata?

Veniva a passare le vacanze in questo piccolo paese sulla riviera pontina, con uno strano nome, molto accattivante e mitologico, dove vivo tuttora.
Lei era del nord Italia.
I suoi genitori affittavano ogni anno la stessa casa, non lontano dalla mia, per cui riuscivo a controllarla in quasi tutti i suoi spostamenti. Sua madre la portava in spiaggia la mattina presto, seduta sul retro della bicicletta, le gambe ciondoloni, lo sguardo perso nel vuoto e rincasavano a pomeriggio inoltrato.

L’unico momento in cui potevo incontrarla da sola era prima di cena. Lei, normalmente scendeva per strada e cominciava a giocare con i gatti. Gattini randagi, che considerava suoi, come tutti i bambini.
Li aveva chiamati Minou, Matisse e Bizet, come gli Aristogatti. Non aveva amici, se anche ogni tanto qualcuno le si avvicinava, attirato dagli animaletti, lei lo demotivava velocemente, raccogliendo infastidita i suoi gattini, spostandosi in un altro posto.

L’unica persona che sembrava tollerare ero io, forse perché per nulla interessato al suo gioco.
Il cortile di casa mia era infestato da quei maledetti animali, che pisciavano ovunque lasciando una puzza insopportabile, trasformando quel luogo, a mala pena dignitoso, in un ghetto zozzo.
Un tardo pomeriggio d’agosto, in una giornata grigia, senza sole, eravamo assieme.
Passeggiando arrivammo ad un piccolo ponte, che attraversava un torrente in secca.
Ci mettemmo seduti per terra, lei iniziò a provocare, approfittando della mia debolezza.
Mi tirava piccoli sassi, allungandosi col collo per catturarmi una smorfia. Cercavo di nascondermi dietro al mio ciuffo rosso, guardando per terra, disegnando distrattamente piccoli cerchi con un bastoncino di legno. Mi imbarazzava sentire accelerare il battito del mio cuore. Ma non si delimita l’amore.

Si alzò di scatto, la seguii con lo sguardo, era altera e bella, i suoi capelli arruffati la coronavano come una principessa. Si appoggiò con i gomiti al muretto, guardò giù e mi disse:
«Per un mio bacio salteresti giù dal ponte?»
Deglutii l’eccesso di saliva e tentennando mi alzai anch’io. La fissai negli occhi, pregandoli di svelarmi la burla, ma non stava giocando, avevano l’aria di sfida.

«Solo un salto…»

Guardai giù, saranno stati almeno quattro o cinque metri!
Tutto il mio piccolo e insicuro mondo interiore era in subbuglio, come potevo deluderla, o mostrare a me stesso di essere un codardo?

E poi un bacio… quante notti avevo passato a sognarlo ad occhi aperti! Quante volte avrei voluto sussurrargli all’orecchio “io ti amo veramente”. Salii sul muretto, lei mi guardò impaurita, ma troppo tardi. Spiccai quel volo senza pensare, facendomi inghiottire dal vuoto, assaporando quegli istanti fatti di nulla. Un Angelo disposto a cadere per amore. Un Angelo stupido.

Quando ripresi i sensi avevo una caviglia fasciata e ancora un dolore atroce. Un capannello di gente non mi lasciava respirare. Con un braccio scansai una vecchia e grassa signora che mi sovrastava, la vidi… lei ferma in mezzo alla piazza, i genitori a pochi metri. Sono passati tanti anni, da quel tardo pomeriggio d’estate. Il bacio non lo ricevetti mai.

Ora sono un adulto, con meno capelli rossi e senza acne, sposato, con tre figli, divenuto Direttore Responsabile del miglior albergo di questa piccola cittadina sul litorale pontino, con uno strano nome, molto accattivante e mitologico. Sono soddisfatto.

Elisa, così si chiamava la bambina dagli occhi verdi e il viso sempre imbronciato, non l’ho più vista. I suoi genitori, a seguito di quell’ increscioso incidente, decisero di cambiare luogo di villeggiatura: la Sardegna. La persi per sempre.
Ma la notte ancora mi sveglio per l’inquietudine, a causa di una domanda che mi tormenta nella testa, rimasta senza risposta... Chissà perché era sempre arrabbiata?


(pubblicato in data 10 novembre 2009)

martedì 3 novembre 2009

NOEMI INVIATA DI MODA A PARIGI di Anna Profumo


Vengo distratta dal rumore del Vespa che ci passa accanto. Ogni volta che ne vedo uno penso al film “Vacanze romane”, e mi si materializza davanti l’immagine di Gregory Peck e Audrey Hepburn sorridenti, con il Colosseo alle spalle. Seguo con lo sguardo la sagoma dell’uomo con il casco che ci sfreccia accanto, fino a che non viene nascosta e sostituita dall’immagine della mia interlocutrice. Sto prendendo un caffè con la mia nuova Direttrice. Minnie è una donna incredibile, spericolata ed assolutamente originale. Mi ha appena affidato la rubrica Provati per voi, sarò l’inviata per la nuova testata che sta per uscire “The Club”, in italiano sarebbe stato “La Mazza” ma ha preferito darle un carattere internazionale dal doppio senso, più consono alla nostra epoca. Minnie Phoottow mi ha chiamata la settimana scorsa.
«Signora noi pensiamo lei faccia al caso nostro. Mi hanno parlato di lei, sono sicura sia la nuova figura dell’inviata cui stavo pensando».
«Comincerà Lunedì, non perdiamo tempo. Parigi e le sfilate di moda saranno il suo battesimo. Ha capito tutto?» Mi stava dicendo.
«Tutto chiaro. Prenoto il volo e faccio la valigia. Da lunedì sera comincerà a ricevere i miei articoli.»

Non mi limiterò a raccontare le sfilate dei maggiori Stilisti di moda, ma per creare un filo diretto con i lettori: indosserò gli abiti più interessanti e li sfoggerò dal panettiere, al mercato a lavoro e nei luoghi che anche le lettrici potranno frequentare. Questo perché con la rubrica Provati per voi, il direttore del giornale vuole portare le grandi firme nel quotidiano. Mai più pensare questi abiti come status symbol irraggiungibili e - visto che l’abito fa il monaco – propone di cambiare! Basta diete, palestra e chirurgia estetica, sovvertire “l’Ordine”, noi siamo quello che indossiamo. Caliamoci nella parte e cominciamo la nostra giornata vestendoci da vincenti. La nostra bandiera diventerà: “Possiamo indossarli anche noi!”
Parigi è bellissima in questa stagione. Peccato che il mio tempo sia tutto assorbito dal nuovo lavoro. Oggi indosserò un abito di Dior. Linee fondamentali della sua collezione primavera/estate 2009: bustini strizzati in vita con impunture a contrasto e abiti realizzati con trasparenti e vaporosi tessuti.
Scelgo un abito nero. Il bustino senza maniche, aderentissimo, mi fascia in vita. Davanti partono due foglie di pelle sagomate. Formano una profonda scollatura. Sono ribattute con bianche impunture marcate, a formare le coppe del seno. La gonna, un velo vaporoso di tessuto candido, sotto cui indossare – oh madonna! sembrano dei mutandoni della nonna – culottes in tinta con il bustino.

Il bustino mi strizza, le coppe mi solleticano il mento. Con le culottes sembro Wonder Woman. Ma è ora di uscire, andiamo al supermercato!
La gonna vaporosa non entra in ascensore, una piccola lotta – il vicino vuole entrare, la calpesta.
Alla guida dell’auto non entro. Non c’è verso. Provo dall’altra parte. Si, solo da passeggero. Prendo un taxi, l’autista pare sconcertato quando gli dico: «Bientôt, au supermarché plus près!!»
Le foglie del corpetto mi impediscono di vedere dove inserire il gettone nel carrello – ma riesco, dietro di me la fila.
La porta automatica si apre e mi avvio, oddio! il rondò di accesso, il girello girella. Al terzo giro mi sbalzata fuori e dirigo al banco del pesce.

L’inserviente mi guarda a bocca aperta. Non sembra fresco, il tonno mi fissa in bella posa tra il ghiaccio tritato. Sorrido e vado verso il reparto del frutta e verdura. Cassette della frutta, mele e arance, tutta frutta troppo tonda. Verdure. Si, oggi verdure. Decido per una semplice insalata. Ma chi l’ha messa in terza fila! La gonna si sfila – il decolté traborda. Madonna mia!

Cambio reparto, andiamo tra gli scaffali. Ecco qui, scatolame. La signora vuol passare. Più di così non posso andare. Trattengo la gonna che impicciata, sta per essere strappata.
Ancheggio indifferente in direzione delle casse. I tacchi son alti – ma riesco. La commessa ha una sussulto: «Seulement celui-ci?». Solo questo dice. “Ma che vuole”, penso. Rispondo: «Certainement, celui-ci seul!». Felice, pago la scatoletta di lucido da scarpe che son riuscita ad acchiappare.
Torno a casa e mi svesto. Mi siedo al computer. Metto il punto, termino con: dalla vostra inviata Noemi Ciambella. Invio. La posta elettronica dopo alcuni secondi mi restituisce il messaggio di avvenuta consegna.
Sono fiera di me. Ottimo lavoro. Tuta con cappuccio – lo calo sulla testa. Scarpe da ginnastica e riesco.



(pubblicato in data 3 novembre 2009)

venerdì 30 ottobre 2009

LA DONNA CANNONE di Daniela Rindi


Venghino signori venghino nel magico mondo del luna park! Divertimento, giochi curiosità vi aspettano!
Sollazzi frizzi sfizi di ogni genere per grandi e piccini!
Mostri talenti e scherzi della natura saranno a vostra disposizione! Venite tutti nel paese dei balocchi, venite a divertirvi con noi, maestri senza eguali nell’abile arte della finzione!
Questa sera un’attrazione speciale … solo per voi e giunta da un paese lontano, forse neanche di questo mondo, da un’altra galassia… l’eccezionale… impressionante… magnifica… immensa… mostruosa… Donna Cannone!

Mi chiamo Natasha, Nasti per gli amici.
Sono una donna grassa, grassissima, ma con un bel viso, almeno così dicono tutti aggiungendo poi: «Peccato però…» Sottintendendo il mio fisico, è chiaro.
Ma è come se mi dicessero: «Saresti normale se… non ti mancasse una gamba! »
Loro non capiscono.

Sì, perché essere molto grassi è come essere dei disabili, portatori di handicap, dei diversi.
La gente non ti guarda negli occhi, ma osserva curiosa e schifata il tuo enorme culo, le tue braccia dilatate, la circonferenza esagerata dei tuoi fianchi.
Mai ti guarda negli occhi, anche se ce l’hai molto belli.
Sono il riflesso dell’anima, diceva sempre mia madre.
Non guardandomi negli occhi.

Sì anch’io ho un’anima, però nascosta sotto una tonnellata di lardo. Ho iniziato ad ingrassare a vent’anni, per un’inspiegabile malattia del sangue.
Dopo circa ventitre anni hanno scoperto la causa: un’eccessiva produzione d’insulina.
Questa si ricrea continuamente perché non riconosce gli zuccheri. Almeno così ho capito, ma adesso non me ne frega più niente.
Dovevano scoprirlo allora.

La mia Via Crucis me la sono già fatta, non è stato facile accettare a vent’anni un cambiamento di peso e di corpo così repentino. Prendevo venti chili l’anno.
Nel giro di tre anni sono diventata un’obesa arrivando a pesare centoventi chili.
Da lì ho continuato solo ad aumentare.
Fu drammatico per me.

Non sono più uscita di casa per ben cinque anni.
Come facevo? Non potevo sedermi a nessun bar, perché non entravo nelle sedie, non potevo andare al cinema per lo stesso motivo.
Anche trovare dei vestiti adatti era difficile.
Dovevo servirmi in negozi specializzati per taglie extra large, che non avevano certo capi alla moda, ma solo vecchi camicioni demodé che mi facevano sembrare una vecchia.
Che imbarazzo.

I dottori mi dicevano di fare del moto, della corsa, ma come potevo, mi veniva subito l’affanno e poi mi vergognavo, mi guardavano tutti come se fossi un mostro.
Anche i miei amici, ex compagni di scuola avevano lo stesso sguardo, solo che loro cercavano di mascherarlo un po’.
E’ terribile avere la consapevolezza di essere stata una bella ragazza e improvvisamente risvegliarsi in un’orchessa senza forme, un fenomeno da baraccone.
Il mio ragazzo mi lasciò quasi subito.
Appena aumentata dei primi dieci chili mi disse:
«Non capisco cosa ti stia succedendo? Ma mangi di nascosto? Così mica mi piaci…»
E si fidanzò con la mia migliore amica.

Non so come sono riuscita a non impazzire.
Non credo che siano stati i diciotto anni di autoanalisi. Quelli mi hanno solo aiutato ad accettare il mio stato razionalmente, ma davanti allo specchio ancora mi metto a piangere.
C’ho messo una vita per infondermi un po’ di coraggio.
Mi sono pure sottoposta ad un intervento all’intestino, mi hanno inserito un bypass.
Non credevo ai medici che dicevano fosse un ingrassamento spontaneo, non alimentare. Potevo credergli invece.
Mi sarei risparmiata l’intervento.

Dopo molti rifiuti a causa del mio aspetto sgradevole, per fortuna ho trovato un lavoro.
Mi hanno assunto come cuoca in una mensa aziendale.
Chiusa lì dentro tutto il giorno non davo fastidio a nessuno. «Si vede che ti piace mangiare, eh?» mi dicevano e con questa battuta priva di spirito si giustificavano tutti la mia grassezza.
Quel lavoro mi distraeva un po’, mi faceva uscire di casa, ma non nutriva il mio spirito paradossalmente anoressico.
Quello continuava a dimagrire, a seccarsi come una foglia caduta. Avevo bisogno di un po’ di linfa, altrimenti mi sarei persa per sempre.
Mi licenziai.

Mia madre non me lo perdona ancora oggi:
«Sei una pazza! – diceva – Come fai a credere di trovare un altro lavoro come questo?»
Non aveva tutti i torti, ma io non volevo lavorare, volevo studiare quello sì che mi piaceva.
E così feci. Mi buttai sui libri voracemente.
Cominciai ad interessarmi di esoterismo, di yoga, medicina ayurvedica, shiatsu, bioenergetica, bionutrizione, Reiki, tutte quelle cazzate lì e iniziai a frequentare un corso dopo l’altro, prendendo specializzazioni, lauree di ogni tipo. Mia madre sempre dietro:
«Ma vuoi andare a lavorare? Io mica posso mantenerti a vita? Ci fosse almeno ancora tuo padre! »
Scoprii ben presto che aveva ragione.

Avevo capito che oltre al fisico esiste l’anima, ma non quella che mi avevano insegnato a catechismo.
Una sfera interiore che si poteva sviluppare, potenziare, tanto da rivelarmi un potere speciale nelle mani.
La capacità di trasmettere un calore che dà sollievo. Non sapevo se fosse anche salutare, ma ci provai lo stesso.
Fu un disastro.
Le clienti dubitavano di una donna tanto grassa, di una che non riusciva a guarire neanche se stessa e persi in breve ogni affidabilità, nonostante le lauree, gli attestati, le specializzazioni.
Loro continuavano a vedere una cosa sola.
Il mio grosso culo.

Un giorno andai al luna park e vidi Robert che stava annunciando l’inizio dello spettacolo, la presenza eccezionale dell’uomo scimmia. Comprai il biglietto ed entrai dietro il tendone.
Quando lui uscii dalla quinta ebbi come una scossa e tutti i pop corn mi caddero per terra. Non potevo credere all’esistenza di un altro mostro.
Peggiore di me.

Una mano mi picchiò sulla spalla, era Robert, mi disse subito che ero bellissima, che non aveva mai visto tanta sana opulenza, che avevo un bel viso, che avrebbe voluto lavorassi per lui.
La paga non sarebbe stata un granché, ma avrei potuto condividere la sua roulotte. Tutto questo mi disse in un attimo.
Guardandomi negli occhi.

Alla sera sono stanca, senza energia, ma almeno sono felice. Al termine della giornata, quando si spengono le luci, si smontano le giostre e si rientra nelle proprie roulotte per ripartire, mi fermo un attimo ad osservare il cielo, i pianeti e mi ritrovo in mezzo a tante stelle.
Io sono sempre in un cielo diverso.
Ma questo mi basta.

Venghino siori e siore venghino… nel magnifico paese dei balocchi!

(pubblicato in data 20 ottobre 2009)

martedì 27 ottobre 2009

RAGNATELE di Aldo Ardetti


Sabrina andò sotto la doccia dopo aver caricato la macchinetta del caffè. Una rinfrescata veloce per allontanare la stanchezza poi, nel calduccio dell’accappatoio, degustò il contenuto della tazzina e ripensò alla situazione sentimentale nella quale si era cacciata: le piaceva Carlo ma il ritorno in città di Donato – il primo amore che non si scorda mai – non le era scivolato di dosso e le procurava ancora fremiti e tanta curiosità.
Era passato del tempo e si chiedeva cosa avrebbe provato a rivederlo e quanto fossero cambiati.
Nel pasticcio mentale decise di ascoltare i buoni consigli di Federica – così erano sempre stati.

«Vivo un momento particolare. Sotto certi aspetti anche eccitante per i sogni, i desideri e le scelte non fatte. C’è tanta insicurezza, ancora… barcollo.»
«Situazione delicata. E quando mai?»
Sabrina avvertì il peso del tono ironico, di sfottò.
«Che stronza. Non sto cercando un ma-ri-to ma un rapporto convincente e stabile. Mi sono stancata degli uomini di passaggio. Avverto qualcosa di strano.
Sento che mi si sta aprendo un nuovo mondo.
Capita di pormi delle domande e di ottenere risposte immediate che mi convincono.»
«Vieni a prenderti un caffè da me così potrai raccontarmi le tue… pene e cosa ti sta succedendo.»

Sabrina parcheggiò lo scooter sotto casa dell’amica, considerata una sorella maggiore.
«Una visita improvvisa nasconde un problema urgente»,
l’accolse la voce ospitale di Federica.
«Il cuore è impazzito e con lui il cervello»,
rispose Sabrina con un sospiro che sapeva di rassegnazione.
«Mi preoccuperei più per il cervello che per il cuore. Ehm, i nostri problemi, siamo alle solite…»
fece Federica che, nella domanda, aggiungeva segnali di risposta.
«E già, la situazione si è incasinata. Hai saputo di Donato? E adesso c’è Carlo. Sono due persone diverse: il primo mi attrae per la sua bellezza, la sua spontaneità. Una simpatica canaglia. L’altro è un bravo ragazzo che mi fa sentire a mio agio, mi dà sicurezza. Circolano alcune voci sul suo conto ma di lui voglio potermi fidare.»
«Divertiti, vivi una vita spensierata. Non ti creare troppi problemi. Anch’io ho avuto i miei grattacapi. Ti ricordi quante rogne ho avuto solo l’anno scorso? Per il momento, la mia vita voglio viverla giorno per giorno – replicò Federica, e aggiunse – abbiamo ancora tempo per prenderla seriamente» e agitò la mano in aria.
«Questo è il ragionamento di chi pensa di essere eterno.»
«Ci vediamo alla festa di Gaia?»
Sabrina rispose annuendo con il capo.

In un’altra parte della città Massimo sostava su una panchina del parco e anch’egli, nonostante le sue sicurezze economiche e materiali - rifletteva sulla sua vita e, per quanto gli era possibile, sulla psicologia femminile da quando il livello del suo morale si era abbassato in seguito alla rottura con Sandra.
Non aveva mai avuto problemi con le donne ma con Sandra era stata una storia diversa e gli rodeva – ma non lo avrebbe mai confessato – perché, per la prima volta nella sua vita, era stato scaricato.
Avrebbe superato quel difficile momento nello svago e con altre conoscenze, iniziando con la festa che ci sarebbe stata quella sera stessa in casa di Gaia.

Gli invitati arrivavano ad uno ad uno.
Donato, lo schiantatope – per questo era molto invidiato –, si guardava in giro e quando sentì la musica prese per mano Gaia per aprire le danze.
La donna, ex diggei, che amava riempire la casa di oggetti vintage, passò poi alla console casalinga: “Vecchi amori, nuovi amori” augurò a tutti mentre guardava Carlo con espressione indagatoria. Aveva saputo del ritorno di Donato e voleva osservare il comportamento dell’uomo?
«Cosa ha da guardare quella?»,
esclamò Sabrina quasi infastidita. Carlo rispose con gli occhi.
Donato si avvicinò per invitarla a ballare e la strinse a sé confermando di non aver perso la faccia tosta.
Carlo si irrigidì e si sarebbe mostrato avaro di baci e coccole per tutta la serata. La gelosia sarebbe stata la sua penitenza.
Federica e Gaia, che conoscevano tanta gente, avevano invitato proprio tutti.
Con Massimo, Sabrina ebbe un breve approccio confessionale; lo conosceva di vista e ne aveva sentito parlare non sempre bene.
Gli uomini erano tutti mascalzoni?
Massimo le piaceva, non era male, ma era dubbiosa sul personaggio. Il loro incontro si limitò ad alcune battute amichevoli con la promessa di non perdersi di vista.
La festa si stava infiammando.
Sandra e Massimo finirono di nuovo l’una nelle braccia dell’altro. Ora Sandra aveva la testa sulla spalla di lui.
Gaia era tra le braccia di Donato mentre Carlo si intratteneva con Federica.
«Bell’amica!»
sussurrò Sabrina pensando a tutte quelle volte che avevano parlato di finte amicizie impegnate nella cattiva rivalità per la supremazia.
In quel momento capiva di essere egoista ma era lei ad aver bisogno d’aiuto.

Il giorno era sembrato sorgere speranzoso; l’occasione non sarebbe mancata, ripeteva, e infatti era partita con slancio ma non ci mise molto a capire quanto era stata superficiale, precipitosa per l’ottimismo che non le aveva fatto capire, suggerito che nella vita non si può solo scegliere ma è importante essere scelte.
La serata festosa non sembrava regalarle la conclusione desiderata. In quel grande salone, le cui finestre erano state lasciate aperte per il fumo, si sentiva sola e si domandò se quello che le stava accadendo era voluto.
«Come possono le persone fare del male al loro prossimo, gioire delle sofferenze altrui, avere invidia per il successo degli altri, invece di provare pietà, compassione, avere senso di giustizia e, nel suo caso, simpatia e comprensione?» elaborò mentalmente.
Nella mano stringeva ancora un bicchiere ormai vuoto mentre lo sguardo cercava di cogliere le espressioni di quella gente che sembrava divertirsi.
Le venne in mente quello che dice Mia Wallace a Vincent Vega in Pulp Fiction di Quentin Tarantino sui silenzi che mettono a disagio... «Perché sentiamo la necessità di chiacchierare di puttanate, per sentirci a nostro agio? E’ solo allora che sai di aver trovato qualcuno di davvero speciale, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace.»
Nell’ampio soggiorno il fumo diventò nebbia.
Per motivi diversi ma più degli altri, Massimo, alias Canna fumaria e Carlo, alias Cannone di Navarone, si davano da fare per aumentare nell’aria l’odore di canne e di resina.
Ogni tanto – con turni che sembravano essere stati predefiniti – qualcuno spariva per ripresentarsi euforico non certo per aver dato sollievo alla vescica.
Nei bagni e nelle camere da letto altri avevano sniffato – traditi da alcune tracce – e approfittato per una sveltina.
La situazione – già ingarbugliata – si era ulteriormente aggravata, anzi – sentimentalmente – si era azzerata.
Era arrivato il momento di crescere, di ritrovare se stessa, pensò. Questa volta senza l’aiuto di nessuno ma con la forza del proprio coraggio.
L’aiuto degli altri non era stato efficace.
Fuori, il luccichio sulle foglie e sull’asfalto, era come se le indicasse un’altra festa.
Sabrina decise di rientrare anzitempo.
Eppure era una bella ragazza: alta, elegante, sempre ben curata e occhi che ricordavano il colore del mare.
Spesso la rincorrevano le frasi di ammirazione costruite con parole prettamente maschili.
«…’fanculo tutti» fu, infine, il saluto di commiato e uscì risoluta, nonostante la pioggia battente, a cercare altre storie in una nuova vita semplice e vera, dove la gente riusciva ancora a emozionarsi, dove poter riemergere per prendere una boccata di aria fresca.



(pubblicato in data 27 ottobre 2009)

martedì 13 ottobre 2009

LA BELLA CETRIOLINA (parte 2 di 2) Favola di Francesca Pichirallo e Pasquale Bruno Di Marco

Bortolo non trovò di meglio che rivolgersi di nuovo alla zia Camillamolla, che era quella che da sempre in famiglia dispensava consigli su tutto a tutti. La zia lo tranquillizzò consigliandolo di aprire un negozio di parrucchiere:
«Caro il mio Bartolino, qui nel bosco non c’è nessuno che sappia curare i capelli di una signora. Apri un bel negozio, diventa un bravo parrucchiere e fatti una bella clientela. Vedrai che, prima o poi, anche Cetriolina verrà a farsi lavare i capelli da te e allora…»
Il sorriso che illuminò il volto di Bortolo rimase ancora per un istante nell’aria mentre lui si precipitò ad organizzare il tutto. Visto che il bosco non si trovava in Italia ma nel paese delle fiabe, il negozio di parrucchiere venne aperto la settimana dopo. Bortolo aveva un sacco di difetti, ma si rivelò un bravissimo parrucchiere e in poco tempo si fece una clientela numerosa e dovette prendere anche delle aiutanti. Un giorno finalmente si presentò la bella Cetriolina e Bortolo capì che era giunta la sua grande occasione. Ormai si faceva chiamare Lollo e parlava con un falsissimo accento francese che però alterava la sua voce. Era sicuro che Cetriolina non avrebbe riconosciuto nell’elegante parrucchiere il giovane che trovava tanto antipatico. Fece accomodare la cliente nella migliore poltrona e cominciò a servirla personalmente. Le accarezzò i capelli facendole i complimenti per la morbidezza ed il colore. Erano già belli ma con uno shampoo fatto con il suo prodotto speciale sarebbero diventati irresistibili. Cetriolina, che aveva deciso di affrontare una volta per tutte il suo bel pompiere, voleva essere al massimo del suo splendore e fu ben lieta di farsi convincere. Bartolo, anzi Lollo intanto organizzava tutto. Fece uscire le aiutanti a cui ordinò di portare fuori le clienti con la scusa di provare un effetto di acconciatura con immersione nell’ambiente naturale. Era ormai famoso per i suoi esperimenti e le clienti accettarono con entusiasmo. In realtà voleva rimanere solo con Cetriolina così quando le avrebbe messo al pozione miracolosa sulla testa l’unica persona che avrebbe potuto vedere per prima sarebbe stata la sola presente nel salone, cioè lui. Che genio che era. Fremeva tutto contento, e dopo aver inumidito i capelli della ragazza che, con gli occhi chiusi, si abbandonava alle sue cure, prese la pozione e cominciò a versarsela in una mano. Quanto ne sarebbe occorsa? Voleva essere sicuro. Il Mago aveva detto poche gocce, ma basteranno? Ancora un po’, ancora.
«Voglio essere sicuro, ancora.»
Alla fine mise più di metà boccetta sulla testa della ragazza e cominciò a fregare i capelli massaggiando contemporaneamente il cuoio capelluto. Anche lui chiuse gli occhi per assaporare quei momenti, gustandoli attimo per attimo, e già si vedeva abbracciato a lei mentre si guardano occhi negli occhi, le labbra che si avvicinano, sempre di più, piano, piano fino a che si toccano e lui finalmente avrebbe potuto sentire sulle labbra il sapore di schiuma… schiuma? Come schiuma? Bartolo spalancò gli occhi e si accorse che tutto il suo locale era invaso dalla schiuma e che ormai stava arrivando fin sopra ai suoi capelli. Anche Cetriolina gridò di spavento vedendosi sommersa da quella montagna di soffice bianchezza.
«Aiuto! Aiuto!»
Fuori le aiutanti e le clienti si accorsero di quello che stava succedendo. Fortuna che i pompieri stavano lì vicino e arrivarono in un attimo. Ignazio davanti a tutti, qualcuno gli ha detto che Cetriolina era in pericolo. Sfondò la porta e, senza indugio, si tuffò nella schiuma. Lasciandosi guidare dalla voce della ragazza, la raggiunse e la portò fuori in braccio in mezzo al prato.
«Via lasciateli soli che lei ha bisogno di aria.»
Aria, giusto. Ignazio, pompiere provetto, aveva seguito anche il corso di pronto soccorso con tanto di esame superato con il massimo dei voti. Respirazione bocca a bocca, allora. Cetriolina aprì gli occhi in quel momento e la prima persona che vide fu proprio Ignazio mentre si chinava per farle una respirazione da manuale. Che magnifica opportunità. Lei la trasformò in un bacio appassionato. Ignazio, per un attimo sorpreso, ricambiò con ardore.
Applausi liberatori di tutti che non vedevano l’ora che questi due si decidessero. Bartolo-Lollo intanto era uscito dal suo locale, pieno di schiuma e con le lacrime agli occhi. Zia Camillamolla lo prese sotto braccio e lo consolò:
«Su, nipotino. Che hai da fare quella faccia? E’ andato tutto bene no?»
«Ma zia! Come sarebbe tutto bene? Cetriolina sta lì, nelle braccia di Ignazio e io rimango senza niente»
«Senza niente? Non direi proprio. Per correre dietro a quella ragazzina hai messo in piedi un bel negozio di parrucchiere piuttosto ben avviato ormai e tu sei un artista dell’acconciatura molto ricercato. Niente male per uno che prima era uno sfaccendato che credeva di essere il principe degli gnomi ubriachi. E poi…»
«E poi?» chiese Bartolo che aveva ripreso a sorridere.
«Hai sempre da parte la tua pozione. Aspetta che arrivi una bella ragazza nel tuo negozio e stavolta… attento al dosaggio!»

fine


(pubblicato in data 13 ottobre 2009)

lunedì 5 ottobre 2009

LA BELLA CETRIOLINA (parte 1 di 2) Favola di Francesca Pichirallo e Pasquale Bruno Di Marco


La bella Cetriolina, dolce e paffuta, amava andare a pescare allo stagno delle Rane Paciose. Appena aveva un po’ di tempo libero, canna da pesca, cappello di paglia, cestino della merenda, e via di corsa sulla riva. In realtà lei non pescava affatto, si limitava a buttare in acqua la lenza a cui, invece dell’amo e dell’esca, attaccava un cartellino con su scritto “CIAO!”, che ai pesci Cetriolina voleva bene. Si stendeva sull’erba, mangiando lentamente mentre leggeva romanzi d’amore o guardava passare le nuvole. Se qualcuno veniva a salutarla con l’intenzione di mettersi a chiacchierare, lei gli faceva:
«Shhht! – mettendo il dito davanti la bocca e poi aggiungendo sottovoce – Zitto! Mi spaventi i pesci.»
E quello era costretto a rinunciare. Il sistema funzionava e Cetriolina si godeva il suo relax. Almeno sino a quando Bortolo, il principe degli gnomi beoni o almeno lui si definiva così, si invaghì di lei e cominciò a corteggiarla. Quello non lo sopportava proprio, non riusciva a stare zitto. E poi lei era innamorata di Ignazio il pompiere, di cui amava gli occhi grandi e buoni, i modi educati, e soprattutto la sua timidezza, infatti Ignazio non parlava mai o quasi. Lui sì, che sarebbe stato perfetto, chissà che belle giornate in riva allo stagno avrebbero potuto passare insieme, lei, lui e i pesci. Solo che la sua timidezza gli impediva di manifestare il suo amore. Lei era sicura che lui l’amasse ma non osava prendere l’iniziativa per paura di spaventarlo.
Bortolo, sfrontato e sfaccendato, era invece uno che non si tirava indietro ed era anche molto insistente, tanto che Cetriolina, per non vederlo, fu costretta a sospendere le sue gite allo stagno. Bortolo però non intendeva rinunciare, perché diceva in giro da sempre che nessuna aveva saputo dirgli di no e continuò a cercarla per parlare con lei. Nulla da fare, la ragazza era tanto ostinata a rifiutarsi anche solo di scambiare un saluto che il povero Bortolo diventò triste. E non è una bella cosa da vedere, un presunto principe degli gnomi ubriachi in piena crisi depressiva. Dietro consiglio della zia Camillamolla, andò a consultare un mago che, a sentire la zia, sicuramente avrebbe potuto aiutarlo. Si presentò così nello studio del grande Zuppaduva, famoso mago e incantatore, creatore di filtri magici e stornelli da serenata. Il ragazzotto spiegò il suo problema: questa bella ragazza non lo filava per nulla, forse a causa della sua bassa statura, forse del viso non proprio perfetto, forse per il fisico non proprio atletico, e qui fece una pausa sperando che il mago lo interrompesse ma quello sembrava seguisse la sua esposizione annuendo e basta. Poi il grande Zuppaduva iniziò una filippica interminabile, almeno così sembrò a Bortolo sull’amore tra due ragazzi giovani e belli, tra una ragazza giovane e bella e un ragazzo neanche troppo giovane che al massimo, con un eufemismo spericolato, si può definire un tipo, tra una ragazza giovane, bella e simpatica e un ragazzo che è meglio pestare una caccola di muflone che incontrarlo, tra una ragazza giovane, bella, simpatica, ed educata e un giovane che pensa che infilarsi un dito nel naso sia un modo divertente per dimostrare la propria disinvoltura, insomma non la finiva più. Si era infatti addormentato quando Zuppaduva lo svegliò scuotendogli il braccio per riprendere dal punto dove era arrivato, poi però il mago rifletté meglio e rinunciò perché si era ricordato del frastuono che faceva quel tipo russando. Passò quindi alle due possibili soluzioni: la prima intervenire sull’aspetto estetico e sulla personalità del soggetto interessato attraverso lunghe sedute in palestra e lezioni di stile ed eleganza, la seconda preparare una pozione che scateni l’amore tra i due soggetti. Bortolo ci rifletté a lungo, più o meno un nano secondo e decise che la seconda era senz’altro la migliore. Il mago borbottò tra sè facendo il preventivo che poi presentò al cliente il quale deglutì, sbarrò gli occhi ma rimase deciso: si realizzi la magica pozione. Il mago studiò il caso, analizzò, verifico gli ingredienti e alla fine uscì dal laboratorio con una boccetta e le istruzioni d’uso: la potentissima pozione doveva essere messa sulla testa del soggetto, il quale, non appena avrebbe sentito gli effetti, si sarebbe innamorato della prima persona che avrebbe visto.
«Sulla testa? – fece Bortolo – Ma in nessuna fiaba si è mai sentito!»
«E in questa si!» chiuse il mago mettendola alla porta.
(continua)


(pubblicato in data 5 ottobre 2009)